Il referendum ha bocciato l’unica riforma su cui il governo era messo bene

Dopo tre anni e mezzo alla guida dell’Italia, le promesse del centrodestra su riforme istituzionali e giustizia sono per lo più in sospeso o non mantenute
ANSA/FABIO FRUSTACI
ANSA/FABIO FRUSTACI
La vittoria del No al referendum sulla giustizia ha innescato una serie di dimissioni di esponenti del governo Meloni. Il 24 marzo si sono dimessi il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e la capa di gabinetto al Ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi. Delmastro ha lasciato l’incarico per delle presunte frequentazioni con persone legate alla camorra, mentre Bartolozzi per via di alcune frasi contro i magistrati e per il suo ruolo nel caso Almasri. Lo stesso giorno la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto e ottenuto le dimissioni della ministra del Turismo Daniela Santanchè, da tempo coinvolta in una serie di inchieste giudiziarie.

Secondo fonti stampa, con le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè, Meloni vorrebbe rimpiazzare gli esponenti del governo coinvolti in vicende giudiziarie per “coprire” la sconfitta del Sì al referendum del 22 e 23 marzo. Questa reazione spiega anche le speranze che la presidente del Consiglio riponeva nella riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati, che era l’unica grande riforma istituzionale su cui il governo era a buon punto, e su cui puntava per dimostrare agli elettori di aver portato a termine il programma presentato alle elezioni politiche del 2022. «L’ordine di scuderia è portare a casa almeno una grande riforma entro la fine della legislatura», ci aveva detto non a caso il portavoce di un ministro del governo Meloni a luglio del 2025. 

La riforma per separare le carriere dei magistrati era stata annunciata dal Consiglio dei ministri a maggio 2024 ed è stata poi approvata definitivamente dal Senato un anno e mezzo dopo, a ottobre 2025, dopo un esame parlamentare piuttosto rapido, in cui il governo non ha accettato modifiche al testo proprio allo scopo di portarlo a compimento entro la fine della legislatura, prevista per settembre 2027. Invece, con la vittoria del No al referendum tutto è sfumato, e c’è il rischio concreto che alla fine della legislatura il governo Meloni abbia realizzato ben poco del suo programma elettorale.

A oltre tre anni dall’insediamento del governo, i risultati per quanto riguarda le riforme e la giustizia non sono positivi: tra le sei promesse principali in questo ambito, due – tra cui la separazione delle carriere dei magistrati – sono ormai compromesse, altre tre sono in corso, mentre solo una è stata mantenuta, anche se era già stata iniziata dal precedente governo.

Presidenzialismo, anzi no

La vittoria del No al referendum ha definitivamente compromesso la realizzazione della riforma della separazione delle carriere. Ma oltre a questa c’è un’altra importante promessa la cui realizzazione è compromessa da parecchio tempo. Nel programma elettorale, il centrodestra aveva promesso infatti l’introduzione in Italia dell’elezione diretta del presidente della Repubblica, che ora è eletto dal Parlamento in seduta comune e dai rappresentanti delle regioni. 

A novembre 2023, però, il governo ha approvato e presentato al Senato un disegno di legge di riforma costituzionale sul “premierato”, per introdurre l’elezione diretta del presidente del Consiglio, e non del capo dello Stato. In questo modo la promessa di introdurre in Italia un sistema presidenziale è stata quasi da subito accantonata. A inizio settembre 2023, poco prima di presentare la riforma in Parlamento, la ministra per le Riforme Istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia) aveva spiegato che cosa aveva fatto cambiare idea al governo. «Nel nostro programma c’era il presidenzialismo, ma ascoltando ho visto come la preferenza era verso il “premierato”, quindi un rafforzamento delle prerogative del presidente del Consiglio», aveva detto Casellati, facendo riferimento al confronto avuto mesi prima con i partiti sia di maggioranza che di opposizione, oltre che con costituzionalisti e associazioni.

Il punto però è che, al momento, anche la riforma del premierato sembra tramontata. Durante l’esame al Senato la riforma è stata criticata pure da esponenti della stessa maggioranza di centrodestra ed è stata per questo modificata in alcuni punti. Dopo il via libera del Senato, avvenuto a giugno 2024, il testo è bloccato in Commissione Affari costituzionali alla Camera, dove i lavori sulla riforma sono fermi da luglio 2025, e sembra improbabile che il suo esame possa concludersi entro la fine della legislatura, dato che occorrerebbe un’ulteriore passaggio in entrambe le camere.

In più, il 31 marzo la Commissione Affari costituzionali della Camera inizierà l’esame della proposta di legge del centrodestra per la riforma della legge elettorale, presentata lo scorso 26 febbraio. Il presidente della commissione, il deputato Nazario Pagano (Forza Italia), ha spiegato a Pagella Politica che l’esame della riforma delle legge elettorale impegnerà la commissione per mesi, con il via libera alla Camera che potrebbe arrivare verso la fine dell’estate: è dunque quasi impossibile che si proseguirà la discussione sul premierato.

L’autonomia a metà

Tra le riforme che invece sono ancora in corso di implementazione c’è quella dell’autonomia differenziata, una degli storici cavalli di battaglia della Lega. 

In questo caso non si tratta di una riforma costituzionale, ma di una legge ordinaria, già approvata in via definitiva dal Parlamento a giugno 2024 su iniziativa del ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Roberto Calderoli. Calderoli è uno storico esponente della Lega di Matteo Salvini, e da anni insieme al suo partito porta avanti la richiesta di dare più poteri e autonomia alle regioni che lo richiedono, come il Veneto e la Lombardia, guidate entrambe da presidenti di regione leghisti, rispettivamente Alberto Stefani e Attilio Fontana.

A distanza di oltre un anno e mezzo dall’approvazione della riforma dell’autonomia differenziata, il percorso per la sua attuazione sembra però in stallo. A novembre 2024 la Corte Costituzionale ha bocciato sette punti del testo relativi ai Livelli essenziali delle prestazioni (LEP), ritenuti vaghi e privi di criteri chiari. I LEP sono servizi fondamentali da garantire a tutti i cittadini e costituiscono una condizione necessaria per assegnare maggiore autonomia alle regioni in alcune materie, come per esempio la tutela della salute e il lavoro. 

Per rispondere alla Corte, a maggio 2025 il governo ha annunciato un disegno di legge delega per stabilire i LEP, che poi ha presentato in Parlamento ad agosto. Questo testo è ancora all’esame del Senato e per essere approvato definitivamente dovrà ottenere il via libera anche della Camera. Solo in seguito il governo potrà attuare in concreto il disegno di legge. Come suggerisce il nome, una legge delega, permette al Parlamento di trasferire al governo il potere legislativo su un tema specifico. Entro un termine stabilito e nel rispetto di alcuni princìpi generali fissati dal Parlamento, il governo può adottare direttamente norme, tramite i decreti legislativi (da non confondere con i decreti-legge). Nel frattempo, a novembre dello scorso anno il ministro Calderoli ha firmato con il Veneto, la Lombardia, il Piemonte e la Liguria le pre-intese per assegnare a loro maggiore autonomia sulle materie per cui la legge sull’autonomia differenziata non prevede i LEP, come le regole su protezione civile, professioni e previdenza complementare. 

Insomma, il percorso per attuare del tutto la riforma dell’autonomia differenziata è a metà strada, ma non è detto che si concluda entro la fine della legislatura perché i tempi sono ancora lunghi e il tempo stringe, soprattutto per quanto riguarda la definizione dei LEP.

Le intercettazioni e la prescrizione

Tra le promesse del centrodestra riguardanti riforme e giustizia ce ne sono altre su cui il governo ha ancora da fare per portarle a termine. 

Nel suo programma elettorale, il centrodestra aveva promesso la riforma del processo civile e penale, nonché in generale del diritto penale. Finora, su questi temi il governo e il Parlamento hanno adottato provvedimenti specifici, che però non possono essere considerati come una riforma complessiva del sistema. Per esempio, a marzo 2025 il Parlamento ha approvato una proposta di legge di Forza Italia che introduce un limite alla durata delle intercettazioni giudiziarie. Il provvedimento modifica l’articolo 267 del codice di procedura penale, che disciplina le modalità con cui i pubblici ministeri possono intercettare le persone indagate, e fissa un limite di 45 giorni alle intercettazioni, a meno che non riguardino reati di criminalità organizzata e terrorismo. 

In precedenza, sempre sulla riforma dei processi civili e penali, a gennaio 2024 la Camera aveva approvato una proposta di legge per la riforma della prescrizione, che è l’istituto giuridico per cui trascorso un certo arco di tempo un reato si estingue e una persona non può più essere processata per quel reato. Ma il testo sulla prescrizione è fermo in Commissione Giustizia al Senato da oltre due anni e non si sa proseguirà il suo esame.

I problemi con l’abuso d’ufficio

Sempre sul fronte dei processi, uno dei principali risultati ottenuti dal governo, almeno secondo i suoi sostenitori, è la cancellazione del reato di abuso d’ufficio, che è stata approvata a luglio 2024 dal Parlamento tramite un disegno di legge presentato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Questa decisione, però, rischia di confliggere con alcune norme che l’Unione europea sta adottando negli ultimi mesi.

Prima di essere eliminato, il reato di abuso d’ufficio si configurava per esempio quando un pubblico ufficiale, come un sindaco, durante l’esercizio delle sue funzioni arrecava un danno patrimoniale o otteneva un vantaggio personale violando la legge. Secondo i partiti di governo, eliminare l’abuso d’ufficio era necessario perché il reato frenava troppo l’azione degli amministratori locali, per la cosiddetta “paura della firma”, cioè la paura di prendere decisioni per il rischio di poter essere accusati di finire sotto indagine. Non tutti condividono questa idea e diversi esperti hanno criticato la scelta del governo, che espone l’Italia a un vuoto normativo e a una possibile maggiore difficoltà nel perseguire i reati dei politici e degli amministratori pubblici. 

E infatti il 26 marzo è intervenuto anche il Parlamento europeo, che ha approvato la proposta di una direttiva europea contro la corruzione. In questa direttiva, che per entrare in vigore dovrà essere adottata dal Consiglio dell’Ue, l’Unione europea chiede a tutti gli Stati membri di uniformare la loro legislazione per quanto riguarda i reati dei pubblici ufficiali, invitandoli a introdurre alcuni reati specifici entro due anni dall’entrata in vigore della direttiva. Nella direttiva l’abuso d’ufficio non viene mai menzionato esplicitamente tra i reati da introdurre, ma il testo chiede agli Stati dell’Ue di punire condotte del tutto assimilabili all’abuso d’ufficio, come hanno spiegato fonti del Parlamento europeo a Pagella Politica

Il 26 marzo, durante la conferenza stampa di presentazione della direttiva, la relatrice del provvedimento Raquel García Hermida-Van Der Walle, del gruppo europeo di Renew Europe, ha confermato (min. 12:22:00) che l’Italia dovrà reintrodurre delle norme per punire l’abuso d’ufficio, per rispettare le indicazioni della direttiva.
La riforma che ce l’ha fatta

Un discorso a parte va fatto infine per la riforma del Codice degli appalti, prevista sempre nel programma del centrodestra. In questo caso la riforma è stata effettivamente portata a termine, ma è frutto di un lavoro avviato dal precedente governo, quello guidato da Mario Draghi. 

Il Codice degli appalti è un insieme di norme giuridiche che regolano la gestione degli appalti pubblici in Italia, che sono le procedure attraverso cui le amministrazioni pubbliche – come Stato, Regioni, Comuni e altri enti pubblici – affidano contratti per l’acquisto di beni, servizi e lavori a privati. 

Questo codice è stato introdotto per la prima volta ad aprile 2016 con un decreto legislativo che ha recepito diverse direttive europee in materia di appalti pubblici, ed è stato modificato negli anni. A marzo 2023 il governo Meloni ha approvato un decreto legislativo contenente il nuovo Codice dei contratti pubblici. Come anticipato, però, la semplificazione del codice è una riforma iniziata dal governo Draghi perché prevista nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). L’adozione di un decreto legislativo per la riforma delle regole sugli appalti era stata prevista da una legge delega approvata dal Parlamento a giugno 2022, durante il governo Draghi. Un mese dopo, però, il governo Draghi si è dimesso e così il compito di approvare la riforma degli appalti è passata al governo Meloni. 

Insomma, a oltre tre anni dall’insediamento del governo Meloni, la riforma del Codice degli appalti – iniziata peraltro dal governo Draghi – sembra l’unica ad aver raggiunto il compimento. Per il resto, le altre riforme risultano in parte compromesse, come il presidenzialismo e la separazione delle carriere dei magistrati, o ancora in corso di realizzazione e la loro completa definizione sembra ben lontana dal realizzarsi.

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