Che cosa torna e cosa no delle comunicazioni di Meloni in Parlamento

Dagli sbarchi alla politica estera, abbiamo verificato che cosa ha detto la presidente del Consiglio alla Camera e al Senato in vista del Consiglio europeo
ANSA
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Giovedì 11 giugno la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta prima alla Camera e poi al Senato in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno. 

Dal fenomeno dell’immigrazione alla politica estera, passando per il costo dell’energia e il ruolo delle fonti rinnovabili, abbiamo verificato undici dichiarazioni di Meloni, che non sempre è stata precisa.

L’invasione russa in Ucraina

«Il fronte è praticamente fermo, dal 1° gennaio 2026 ad oggi Mosca non è riuscita a incrementare la percentuale di territorio ucraino sotto il suo controllo»

Meloni dice una cosa sostanzialmente corretta. Secondo Russia Matters, che elabora i dati dell’Institute for the Study of War, al 6 gennaio 2026 la Russia controllava 45.639 miglia quadrate di territorio ucraino, pari a circa il 20 per cento di tutta l’Ucraina. Al 2 giugno di quest’anno lo stesso dato era pari a 45.656 miglia quadrate, sempre circa il 20 per cento del Paese. Nonostante un minimo aumento in valori assoluti (circa 17 miglia quadrate, cioè 44 chilometri quadrati), non c’è stata una espansione significativa della Russia. In termini percentuali la parte di territorio ucraino sotto il controllo russo è rimasta stabile, come ha detto Meloni.

Difesa e sicurezza

«L’Italia si presenterà (al vertice NATO) con una percentuale del 2,8 per cento del proprio Prodotto interno lordo investito in difesa e sicurezza, segnando un aumento dello 0,71 che è garantito però soprattutto alle spese legate alla sicurezza sul territorio»

In questo caso, le parole della presidente del Consiglio sono solo delle previsioni, senza un riscontro nei documenti ufficiali pubblicamente disponibili. Il 2,8 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) in difesa e sicurezza citato da Meloni è coerente con il nuovo impegno approvato al vertice NATO dell’Aia, nei Paesi Bassi, che prevede entro il 2035 una spesa pari al 5 per cento del PIL: almeno il 3,5 per cento per la difesa in senso stretto e fino all’1,5 per cento per spese collegate alla sicurezza.

Secondo l’ultimo rapporto NATO, nel 2025 l’Italia era stimata al 2,01 per cento del PIL per la sola difesa, in aumento rispetto all’1,50 per cento del 2024. Il dato del 2,8 per cento e l’aumento di 0,71 punti non compaiono però nel rapporto NATO, che non scompone le spese più ampie per difesa e sicurezza. Nella sua replica al Senato, Meloni ha spiegato che la percentuale citata è frutto della somma di spese di vario genere, tra cui quelle per l’arma dei carabinieri, la cybersicurezza e le infrastrutture militari. In ogni caso, la dichiarazione di Meloni è compatibile con il nuovo quadro dell’Alleanza, ma i numeri rimangono delle stime, non basate sui documenti pubblici della NATO. 

Il costo dell’energia e le rinnovabili

«Dopo un negoziato lungo e complesso, abbiamo ricevuto la risposta che auspicavamo (dalla Commissione europea): la possibilità di attivare su base volontaria la cosiddetta “national escape clause” ci consentirà di investire 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dei prezzi dell’energia»

Qui le parole di Meloni vanno precisate. Il 3 giugno la Commissione europea ha proposto di ampliare la clausola di salvaguardia nazionale, finora legata alla difesa, anche ad alcune misure energetiche. Dentro il tetto massimo dell’1,5 per cento del PIL, gli Stati potranno usare fino allo 0,6 per cento del PIL per queste misure tra il 2026 e il 2028: per l’Italia, circa 14 miliardi di euro.

Come abbiamo spiegato in un precedente articolo, questo non significa che i 14 miliardi siano già disponibili e che potranno essere spesi per gli interventi approvati in questi mesi dal Parlamento per far fronte al caro energia. La nuova flessibilità riguarda interventi per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e rafforzare la resilienza energetica, come elettrificazione, reti, accumulo e risparmio energetico. Non rientrerebbero quindi misure come il taglio delle accise sui carburanti o i sussidi al consumo di idrocarburi. In sostanza, Meloni ha ragione sulla dimensione potenziale delle risorse, ma la dichiarazione è troppo ampia.

«Con il nostro governo abbiamo raggiunto il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili» 

La presidente del Consiglio ha ragione. Secondo Terna, nel 2024 la produzione lorda degli impianti da fonti rinnovabili in Italia è stata pari a 134 terawattora (TWh). Facendo riferimento all’indicatore dell’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (ISPRA), basato sui dati Terna, si tratta del valore più alto dall’inizio della serie, cioè dal 1990. Il precedente picco era stato raggiunto nel 2014 con circa 121 TWh, ma è stato superato dieci anni dopo. Va però ricordato che nel 2025 questo record è rimasto imbattuto perché, secondo i dati disponibili, la produzione da rinnovabili è calata di circa il 2,3 per cento rispetto all’anno prima, attestandosi sui 128 TWh. 

«Da ottobre 2022 ad aprile 2026 la potenza installata di energia rinnovabile è aumentata di 24 gigawatt. Il parco impianti è passato da 62 gigawatt di fine ’22 agli 86 di aprile ’26. Vuol dire +38,7 per cento. (…) Sapete quant’è la potenza di rinnovabili che è stata installata dai governi che si sono susseguiti nella scorsa legislatura, e cioè prevalentemente governi nei quali la sinistra era in maggioranza? Otto gigawatt in cinque anni, a fronte di 24 gigawatt in meno di quattro anni»

In questo caso i numeri citati da Meloni sono sostanzialmente corretti. Secondo Terna, ad aprile di quest’anno, in Italia si registravano circa 86 gigawatt di potenza installata da fonti rinnovabili. A fine 2022, la capacità rinnovabile era pari a 61,1 gigawatt, con una differenza di circa 25 gigawatt. L’aumento è di circa il 39 per cento, sostanzialmente in linea con i dati citati dalla presidente del Consiglio. È corretto anche il confronto con la scorsa legislatura. A fine 2017, la potenza efficiente lorda degli impianti da fonti rinnovabili era pari a circa 53,3 gigawatt, mentre a fine 2022, quando si è insediato il governo Meloni, era pari – come detto – a circa 61,1 gigawatt. L’aumento è stato dunque di 8 gigawatt, come dice Meloni. 

Il numero di sbarchi e i rimpatri

«(Il governo può vantare) una riduzione dell’80 per cento degli immigrati illegali che sbarcano sulle sue coste»

Il dato citato da Meloni varia molto in base al periodo di riferimento. Se il confronto è tra i primi cinque mesi del 2026 e lo stesso periodo del 2023, gli sbarchi sono calati del 78 per cento, una cifra molto vicina a quella citata dalla presidente del Consiglio. Su base annua però le percentuali sono diverse: nel 2023 – primo anno completo del governo Meloni – sono sbarcate in Italia 157.651 persone, mentre nel 2025 sono state 66.296: in questo caso quindi la diminuzione è stata del 58 per cento. 

Se invece si confrontano i dati con il 2022, quindi prima dell’insediamento del governo Meloni, il calo è stato ancora più contenuto. Nel 2022 gli sbarchi sono stati 105.131, il 37 per cento in meno rispetto al 2025. 

«(Con il nuovo accordo europeo sui rimpatri) chi non ha diritto di restare nell’Unione europea potrà essere rimpatriato in modo più rapido ed efficace e sarà possibile aprire centri di rimpatrio nei Paesi terzi seguendo la strada avviata con il tanto contestato protocollo Italia-Albania» 

Meloni ha ragione. A inizio giugno il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo provvisorio sul nuovo regolamento sui rimpatri. Il testo si inserisce nel Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, cioè l’insieme delle regole dell’Ue sulla gestione dei flussi migratori.

In particolare, l’accordo prevede la possibilità di aprire “return hub”, cioè strutture da collocare in Paesi fuori dall’Ue pensate per accogliere le persone migranti già sottoposte a un ordine di espulsione, mentre sono in attesa di essere rimpatriate nel proprio Paese di origine o trasferite verso un altro Stato. Come ha detto Meloni, questi hub seguono la strada aperta dal protocollo tra Italia e Albania. L’ha confermato lo stesso relatore del provvedimento Malik Azmani durante una conferenza stampa. «Per quanto riguarda il concetto di centro di rimpatrio, l’articolo 17 del regolamento prendeva a modello l’Italia. E ciò che stiamo facendo è fornire agli Stati membri gli strumenti per stipulare tali accordi», ha detto il parlamentare europeo. 

È necessario però specificare che il modello italiano e quello previsto dall’Unione europea non sono identici, perché i centri in Albania funzionano anche come centri di prima accoglienza, mentre gli hub previsti dall’Ue funzioneranno solo come centri per il rimpatrio.

I centri per migranti in Albania

«La copertura prevista per la vicenda dell’Albania è di 134 milioni l’anno. (…) I costi nel 2025 sono stati di circa 50 milioni di euro»

Come abbiamo spiegato in un altro approfondimento, i costi previsti nell’accordo tra Italia e Albania per la costruzione e la gestione dei centri per migranti si aggirano intorno ai 680 milioni di euro, pari a circa 136 milioni di euro l’anno tra il 2024 e il 2028. Questa cifra è in linea con la copertura economica citata da Meloni. Meno certa è invece la questione dei costi effettivamente sostenuti. Con tutta probabilità, Meloni ha ripreso quanto detto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lo scorso 22 maggio al Festival dell’Economia di Trento. In quell’occasione, Piantedosi aveva detto che, delle risorse stanziate per i centri, il governo italiano aveva speso fino a quel momento circa 50 milioni di euro. 

Secondo le verifiche di Pagella Politica, la cifra di 50 milioni di euro non compare però in nessun documento ufficiale pubblicamente disponibile, ed è quindi con tutta probabilità un’informazione riservata in possesso del ministro dell’Interno. L’assenza di informazioni pubbliche e aggiornate sui centri in Albania non riguarda però solo i costi delle strutture ma anche il numero stesso di persone ospitate finora in esse.

«Nel 2014, quando al governo non c’eravamo noi ma c’era la sinistra, l’Italia ha speso oltre 110 milioni di euro, quindi più del doppio di quanto ci è costata l’Albania quest’anno, non per combattere l’immigrazione clandestina, cioè la ragione per la quale noi spendiamo queste risorse, no lo ha fatto per finanziare Mare Nostrum, che ha portato in Italia oltre 156 mila migranti irregolari»

L’operazione Mare Nostrum è stata una missione umanitaria nel Mar Mediterraneo meridionale iniziata il 18 ottobre 2013 per fronteggiare lo stato di emergenza umanitaria nello Stretto di Sicilia, dovuto all’eccezionale afflusso di migranti. L’operazione è terminata il 31 ottobre 2014 in concomitanza con la partenza della nuova operazione denominata Triton. Come spiega il Ministero della Difesa, l’operazione Mare Nostrum, coordinata dallo Stato italiano, aveva l’obiettivo di garantire la salvaguardia della vita in mare e assicurare alla giustizia tutti coloro i quali lucrano sul traffico illegale di migranti. Nel complesso, per sostenere l’operazione Mare Nostrum, l’Italia ha speso circa 300 mila euro al giorno, pari dunque a circa 110 milioni di euro totali.

Secondo il riepilogo statistico della Marina Militare, tra il 1 gennaio e il 31 ottobre 2014 l’operazione Mare Nostrum aveva registrato 439 eventi di ricerca e soccorso e 156.362 migranti assistiti. Non è corretto però sostenere, come sembra aver fatto Meloni, che Mare Nostrum era un’operazione per portare deliberatamente in Italia migranti irregolari: l’operazione era volta a salvare vite in mare e contrastare i trafficanti di migranti. In più, è sbagliato parlare di tutti i migranti arrivati in Italia via mare come di “irregolari”, visto che tra di essi ci possono anche essere persone richiedenti asilo, rifugiate o titolari di altre forme di protezione.

Quanto costa l’accoglienza

«Tra il 2014 e il 2016 sono sbarcati in Italia più di mezzo milione di immigrati irregolari. Sapete quanto ci è costato in termini di accoglienza? Tra gli 8 e i 10 miliardi di euro» 

Qui Meloni è fuorviante. È vero che tra 2014 e 2016 gli sbarchi in Italia hanno superato il mezzo milione: 170,1 mila nel 2014, 153,8 mila nel 2015 e 182,3 mila nel 2016, per un totale di circa 506,2 mila persone. È comunque però impreciso definire tutti «immigrati irregolari», come fa la presidente del Consiglio. I dati sugli arrivi via mare non distinguono lo status giuridico delle persone sbarcate. Come ricordato dall’UNHCR, tra le persone che sbarcano in un Paese ci possono essere migranti richiedenti asilo e persone poi riconosciute come rifugiate o titolari di altre forme di protezione, dunque non per forza tutti migranti irregolari.

Veniamo ora ai costi dell’accoglienza, su cui Meloni ha gonfiato i numeri. Nel 2018 l’Osservatorio sui conti pubblici (CPI) dell’Università Cattolica di Milano ha pubblicato uno studio in cui ha rielaborato i costi per la gestione della crisi migratoria stimati nei vari Documenti di economia e finanza (DEF) dai governi dell’epoca. Secondo il CPI, la spesa totale da parte dello Stato per la gestione della crisi migratoria fu di 2,03 miliardi di euro nel 2014, 2,67 miliardi nel 2015 e 3,72 miliardi nel 2016, per un totale di circa 8,4 miliardi. In questa spesa però non è solo compresa l’accoglienza dei migranti, ma anche quelle per il soccorso in mare, le cure mediche e l’istruzione. Considerando solo le spese per l’accoglienza, la spesa scende a 783,7 milioni di euro nel 2014, 1,34 miliardi nel 2015 e 2,47 miliardi nel 2016, per un totale di circa 4,6 miliardi di euro, circa la metà rispetto a quanto dichiarato da Meloni. 

Il trattato di Caen

«Stesso periodo nel quale lei (Matteo Renzi, ndr) a capo del governo aveva stipulato con i francesi il trattato di Caen con il quale l’Italia si impegnava a cedere ai francesi pezzi di mare italiano tra i più pescosi che avevamo»

Qui Meloni è fuorviante. Già anni fa ci eravamo occupati della questione: il trattato di Caen è stato siglato durante il governo di Matteo Renzi il 21 marzo 2015, all’Abbaye aux Dames di Caen, dai ministri italiani Paolo Gentiloni (Esteri) e Roberta Pinotti (Difesa) con i loro omologhi francesi. 

Nell’Accordo di Caen era prevista l’adozione da parte di Italia e Francia del principio della linea mediana di equidistanza della Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare del 1982. In parole semplici: in base a questo trattato, Italia e Francia non possono estendere il confine della zona di mare in cui possono intervenire per far rispettare le proprie leggi (detta zona contigua) oltre a una certa linea. Questa viene detta “linea mediana di equidistanza”, una retta immaginaria che si trova esattamente a metà tra i punti che separano la costa italiana (o meglio, la linea di base) e quella francese.

Interpellato da alcuni deputati del Movimento 5 Stelle nel febbraio del 2016, l’allora sottosegretario al Ministero degli Esteri Benedetto Della Vedova aveva spiegato che il trattato era stato siglato per stabilire confini marittimi certi tra i due Paesi. La divisione tra le acque italiane e francesi è infatti sempre stata regolata da accordi e consuetudini che risalgono, in qualche caso, a oltre cento anni fa: ad esempio la convenzione sulle zone di pesca nella baia di Mentone (1892) oppure l’Accordo sulle Bocche di Bonifacio (1986). Ciò significa che non esisteva, almeno prima dell’accordo, una disciplina unitaria e moderna dei confini tra Italia e Francia. In altre parole, le delimitazioni tra le acque territoriali italiane e francesi si basa su determinati princìpi in Sardegna e Toscana e su altri in Liguria. E questa situazione permane ancora oggi, visto che il trattato di Caen non è di fatto mai entrato in vigore, perché non è mai stato ratificato dal Parlamento italiano. I trattati internazionali sono infatti pienamente effettivi solo nel momento in cui vengono ratificati da Camera e Senato, e poi firmati dal presidente della Repubblica, e non basta la sola firma del governo sul trattato.

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