Alla fine, la Camera ha negato l’accesso alle chat di Delmastro

Secondo la maggioranza, la richiesta della procura non offriva garanzie sufficienti. Mentre le opposizioni accusano il centrodestra di ostacolare le indagini
ANSA
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Mercoledì 5 agosto l’aula della Camera ha negato alla Procura di Roma l’autorizzazione ad acquisire le chat tra Andrea Delmastro Delle Vedove, deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e l’imprenditore Mauro Caroccia. A scrutinio segreto, 206 deputati hanno votato a favore per respingere la richiesta, mentre 133 hanno votato contro.

Le conversazioni erano conservate sul telefono di Caroccia, sequestrato durante un’indagine in cui l’imprenditore è indagato. Delmastro, invece, non risulta coinvolto nel procedimento. Caroccia sta inoltre scontando una condanna definitiva per l’intestazione fittizia di alcune attività di ristorazione, con l’aggravante di aver agevolato un clan mafioso.

Il voto non riguardava però la fondatezza delle ipotesi della procura. La Camera doveva soltanto decidere se i magistrati potessero esaminare la corrispondenza del parlamentare trovata sul telefono di Caroccia. Il 22 luglio la Giunta per le autorizzazioni aveva già proposto di respingere la richiesta, ritenendola troppo ampia e priva di sufficienti garanzie, ma per rendere definitiva la decisione serviva il voto dell’aula.

Da dove nasce la richiesta

Al centro dell’indagine c’è “Le 5 forchette”, la società costituita nel dicembre 2024 che gestisce il ristorante romano “Bisteccherie di Italia”. Inizialmente il 50 per cento delle quote apparteneva a Miriam Caroccia, figlia di Mauro, mentre Delmastro ne possedeva il 25 per cento.

Mauro Caroccia era già stato condannato per l’intestazione fittizia di alcune attività di ristorazione, con l’aggravante di aver agevolato il clan camorristico dei Senese. La nuova indagine riguarda il sospetto che uno schema simile sia stato usato anche per “Le 5 forchette”. Secondo la Procura di Roma, la società potrebbe essere stata intestata solo formalmente ad alcuni soci e utilizzata per riciclare denaro, favorendo ancora una volta lo stesso clan. Si tratta comunque di ipotesi investigative ancora da verificare.

Per ricostruire chi gestisse davvero la società e da dove provenissero i fondi, gli investigatori avevano sequestrato il telefono di Mauro Caroccia. Lui e la figlia avevano raccontato dell’esistenza di una chat dedicata alla gestione del ristorante, alla quale avrebbe partecipato anche Delmastro. La procura aveva quindi chiesto alla Camera l’autorizzazione ad acquisire i messaggi inviati e ricevuti dal deputato di Fratelli d’Italia.

Secondo i magistrati, le chat erano «indispensabili» per verificare le dichiarazioni degli indagati e chiarire la gestione della società, l’origine dei finanziamenti e la destinazione dei ricavi. In una successiva lettera alla Camera, il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi ha aggiunto che il loro esame sarebbe stato rilevante anche per tutelare il diritto di difesa di Caroccia.

L’autorizzazione della Camera

Dal punto di vista giuridico, l’acquisizione delle chat non è un’intercettazione. La Corte costituzionale ha chiarito che si parla di intercettazione quando una comunicazione viene registrata mentre è in corso, all’insaputa delle persone coinvolte. In questo caso, invece, i messaggi erano già stati inviati e conservati su un telefono sequestrato, e rientrano quindi nel cosiddetto “sequestro di corrispondenza”.

L’articolo 68 della Costituzione stabilisce che per acquisire la corrispondenza di un parlamentare serve l’autorizzazione della Camera a cui appartiene. Questa tutela non riguarda soltanto la sua vita privata, ma serve soprattutto a evitare che un’indagine possa interferire indebitamente con il mandato parlamentare.

Nel 2023 la Corte Costituzionale si è occupata di alcuni messaggi del senatore Matteo Renzi, oggi leader di Italia Viva, trovati sui telefoni di altre persone. In quell’occasione ha stabilito che la tutela della corrispondenza parlamentare vale anche per e-mail, SMS e messaggi WhatsApp già ricevuti. Gli investigatori possono quindi sequestrare il telefono di un terzo, ma se trovano conversazioni con un parlamentare devono fermarsi e chiedere l’autorizzazione alla camera competente, come accaduto nel caso Delmastro.

Le ragioni del centrodestra

Come detto, il 5 agosto la Camera ha negato alla Procura di Roma l’autorizzazione ad acquisire le chat tra Delmastro e Caroccia. Prima del voto, il deputato di Forza Italia Pietro Pittalis ha sostenuto che questa decisione «non impedisce ai magistrati di proseguire negli accertamenti» e che parlare di uno «scudo» contro la magistratura è un argomento «inconsistente e pericoloso».

Dopo il voto, anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha difeso la scelta della Camera. Secondo Nordio, la procura aveva presentato una richiesta «generica» che riguardava tutte le comunicazioni del parlamentare. Sequestrare un telefono, ha aggiunto, significa acquisire «l’intera vita» delle persone, comprese informazioni intime ed estranee all’indagine.

La relazione approvata dalla Camera, presentata dallo stesso Pittalis, contesta soprattutto l’ampiezza della richiesta, non il contenuto. Secondo la maggioranza, i magistrati non avevano indicato con sufficiente precisione né il periodo interessato né i singoli messaggi collegati all’inchiesta. Nella relazione si sostiene che la procura non abbia spiegato perché le stesse informazioni non potessero essere ottenute con strumenti meno invasivi, come i movimenti sui conti correnti o l’acquisizione della documentazione bancaria e fiscale.

Secondo la maggioranza, prima di rivolgersi alla Camera la procura avrebbe inoltre dovuto ottenere l’autorizzazione di un giudice indipendente. Le opposizioni contestano però questa lettura: secondo la relazione del Partito Democratico, la legge non prevede espressamente questo passaggio e neppure la Corte costituzionale lo ha indicato come obbligatorio.

La protesta delle opposizioni

Alla Camera la discussione è stata accompagnata dalle proteste delle opposizioni. Il 3 agosto i deputati del Movimento 5 Stelle avevano portato in aula una cassaforte ed esposto gli striscioni «Fuori le chat!» e «Aprite la cassaforte!». Il giorno del voto, invece, i deputati di Alleanza Verdi-Sinistra si sono bendati gli occhi, mentre quelli del Movimento 5 Stelle hanno alzato i telefoni al termine chiedendo di rendere accessibili le conversazioni.

Nel merito, il Partito Democratico ha sostenuto che la richiesta della procura fosse già abbastanza precisa. «Nessuno sta chiedendo a quest’aula di fare un processo», ha detto la segretaria del PD Elly Schlein. «Noi stiamo chiedendo solo di far fare il mestiere ai magistrati».

La deputata del Movimento 5 Stelle Carla Giuliano ha sostenuto che non si trattasse di una richiesta «generica o esplorativa» e ha accusato la maggioranza di trasformare le garanzie parlamentari in uno «scudo dietro cui nascondersi». Mentre il co-portavoce di Alleanza Verdi-Sinistra Angelo Bonelli ha parlato di una «casta degli intoccabili» che «si salva ancora una volta da sola». 

Anche Italia Viva e Azione hanno votato per autorizzare l’acquisizione delle chat. Secondo il deputato di Italia Viva Mauro Del Barba negare la richiesta avrebbe significato trasformare le tutele previste per i parlamentari in una «garanzia personale». Matteo Richetti, deputato di Azione, ha invece sostenuto che il coinvolgimento di un ex sottosegretario in una vicenda simile rendesse necessario chiarire fino in fondo che cosa fosse successo.

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