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Sulla legge elettorale Meloni fa come Renzi e Gentiloni

Fratelli d’Italia criticava i governi sostenuti dal PD per aver chiesto la fiducia sull’Italicum e sul Rosatellum, ma ora il governo Meloni ha fatto la stessa cosa
ANSA
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Martedì 6 e mercoledì 7 ottobre la Camera dei deputati sarà impegnata nelle votazioni di tre questioni di fiducia poste dal governo Meloni sulla riforma della legge elettorale, ribattezzata come Stabilicum. Dopo l’eventuale via libera alle tre fiducie ci sarà il voto finale che potrebbe dare il via libera definitivo alla riforma. La fiducia è stata posta dal governo sul primo, sul secondo e sul terzo articolo della riforma elettorale, che riguardano rispettivamente l’introduzione delle preferenze, la modifica delle firme necessarie per candidarsi alle elezioni e la modifica della conformazione del collegio elettorale di Bolzano. Con le tre fiducie, che saranno votate distintamente, verranno meno tutti gli emendamenti al provvedimento – dunque si velocizzano i tempi dell’esame – ma allo stesso tempo se la Camera dovesse bocciarla il governo sarebbe obbligato a dimettersi.
Lo scorso 16 settembre, in conferenza stampa dopo una riunione del Consiglio dei ministri, la presidente del Consiglio ha spiegato che il governo avrebbe posto la fiducia sulla legge elettorale per «un fatto di chiarezza». «Quando l’emendamento sulle preferenze non passò allo scorso passaggio alla Camera dei deputati io ho sentito dire da più parti che il governo non aveva la fiducia del Parlamento, quindi credo sia un fatto di chiarezza mettere la fiducia su una legge che ha le preferenze al suo interno», ha detto Meloni, invitando sostanzialmente i deputati a “metterci la faccia”, visto che il voto di fiducia dovrà essere per forza palese, al contrario del voto finale che sarà segreto se verrà richiesto dai deputati.
Come anticipato, tramite la fiducia governo non chiede soltanto al Parlamento di vedersi confermato il sostegno, ma cerca di “blindare” un provvedimento – in questo caso la legge elettorale –, velocizzandone l’esame. Questo sistema era stato adottato in passato anche dai governi di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni, rispettivamente in occasione dell’approvazione prima dell’Italicum e poi del Rosatellum. E in entrambi i casi, quando Renzi e Gentiloni, avevano posto la fiducia sulla riforma elettorale Fratelli d’Italia e Meloni erano stati critici contro questa scelta, descrivendola come uno “sfregio” nei confronti delle libertà e delle prerogative del Parlamento. Oggi, invece, quando la legge elettorale viene riformata dal suo governo, Meloni sembra aver cambiato idea sull’opportunità di mettere la fiducia.

Le fiducie sull’Italicum

Andiamo in ordine cronologico e partiamo dalla riforma della legge elettorale approvata nel 2015, ribattezzata come Italicum, promossa dal governo di Matteo Renzi, sostenuto tra gli altri dal PD, dal Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano e dall’Unione di Centro.

L’Italicum avrebbe dovuto sostituire il Porcellum, la riforma approvata nel 2005 dal terzo governo di Silvio Berlusconi, ma non è mai stata applicata perché strettamente collegata alla proposta di riforma costituzionale “Renzi-Boschi”, bocciata dal referendum del dicembre 2016, che prevedeva tra le altre cose una radicale modifica del Senato, non più eletto dai cittadini. L’Italicum era infatti valido solo per la Camera e introduceva un sistema proporzionale con un premio di maggioranza e un eventuale ballottaggio. 

In ogni caso, la riforma elettorale voluta da Renzi è stata approvata in via definitiva dalla Camera il 4 maggio 2015, dopo essere stata approvata una prima volta dalla Camera e modificata al Senato. In occasione dell’ultimo passaggio alla Camera, prima del voto finale, l’allora ministra per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi pose tre questioni di fiducia rispettivamente sugli articoli 1, 2 e 4 della riforma, che furono poi votate e approvate dalla Camera tra il 29 e il 30 aprile. 

All’epoca, la scelta di porre più fiducie sulla riforma elettorale era stata spiegata dallo stesso presidente del Consiglio Renzi. Il 28 aprile, in un’intervista al TG1, Renzi disse che erano trascorsi 14 mesi di discussione sulla legge, quindi era arrivato il momento di un sì o di un no, definendo la fiducia uno come strumento democratico proprio perché il Parlamento poteva, respingendola, far cadere il governo. In pratica, secondo Renzi la Camera doveva decidere non soltanto sulla legge, ma se il suo governo avesse ancora il mandato politico per portare avanti il proprio programma, una motivazione simile a quella data da Meloni in queste settimane sullo Stabilicum.

Le fiducie sul Rosatellum

Il discorso è invece un po’ diverso per il Rosatellum, la legge elettorale attualmente in vigore, che prende il nome da Ettore Rosato, oggi vicesegretario di Azione, ma all’epoca dell’approvazione – nel 2017 – esponente del Partito Democratico e relatore del provvedimento. 

Nel caso del Rosatellum, il governo guidato allora da Paolo Gentiloni, sostenuto sempre dal PD e dal Nuovo Centrodestra, pose più questioni di fiducia sia in occasione del primo esame alla Camera sia nell’esame finale al Senato. Il 10 ottobre l’allora ministra per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro pose la fiducia su tre articoli della riforma, l’1, il 2 e il 3, venendo poi approvata dalla Camera tra l’11 e il 12 ottobre. In seguito, dopo il via libera alla Camera, il 24 ottobre Finocchiaro pose al Senato altre cinque questioni di fiducia su altrettanti articoli della nuova legge elettorale, approvate poi dall’aula il giorno seguente. All’epoca, Gentiloni non spiegò apertamente i motivi della fiducia, ma l’allora capogruppo del PD Rosato spiegò di aver telefonato a Gentiloni comunicandogli la valutazione della maggioranza: la fiducia era necessaria perché il testo era il risultato di un faticoso equilibrio tra maggioranza e opposizione, e sottoporlo alla lunga serie di votazioni segrete sugli emendamenti avrebbe potuto mettere in crisi quell’equilibrio per via dei cosiddetti “franchi tiratori”, ossia i parlamentari della maggioranza che con il voto segreto avrebbero potuto votare contro la riforma elettorale e contro le indicazioni del governo.

Le critiche di Fratelli d’Italia

E veniamo ora all’atteggiamento di Fratelli d’Italia sulle fiducie all’Italicum e al Rosatellum. In entrambe le occasioni, il partito guidato da Meloni – allora all’opposizione – aveva espresso forti critiche ai governi Renzi e Gentiloni sulla scelta di porre la fiducia sulla riforma elettorale. 

Il 30 aprile 2015, durante la discussione sull’Italicum alla Camera, il deputato di Fratelli d’Italia Gaetano Nastri disse che «l’abuso dello strumento della fiducia denuncia una debolezza politica gravissima». In seguito, il presidente del gruppo parlamentare alla Camera del partito di Meloni, Fabio Rampelli, definì come «pacchiano» il ricorso alla fiducia, mettendo in dubbio la possibilità stessa per il governo di porre la questione di fiducia su un provvedimento come la legge elettorale. 

Due anni dopo, Fratelli d’Italia era stata molto critica nei confronti del governo Gentiloni per le fiducie poste sul Rosatellum. Il 10 ottobre, dopo che il governo pose le fiducie alla Camera, i partiti di opposizione, tra cui quello di Meloni, protestarono duramente in aula. In quell’occasione, l’allora deputato di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa aveva alzato un cartello con la scritta “Hablamos?” (dallo spagnolo: “Parliamo?”) riprendendo il motto della campagna degli unionisti spagnoli contro l’indipendenza della comunità autonoma della Catalogna. All’epoca, secondo una ricostruzione del Fatto Quotidiano, la stessa Meloni chiese al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di intervenire contro l’uso della fiducia sulla legge elettorale.
L’allora deputato di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa con il cartello con la scritta “Hablamos” in aula alla Camera il 10 ottobre 2017 sulla fiducia al Rosatellum – Fonte: ANSA
L’allora deputato di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa con il cartello con la scritta “Hablamos” in aula alla Camera il 10 ottobre 2017 sulla fiducia al Rosatellum – Fonte: ANSA
Insomma, il governo Meloni ha posto tre questioni di fiducia sulla riforma della legge elettorale promossa dal centrodestra, che saranno votate nei prossimi giorni alla Camera. La presidente del Consiglio ha spiegato che la questione di fiducia serve a fare chiarezza sul sostegno della sua maggioranza alla riforma, ma in passato lei stessa e il suo partito, Fratelli d’Italia, erano stati molto critici contro la stessa scelta fatta dai governi Renzi e Gentiloni durante l’esame prima dell’Italicum e poi del Rosatellum.

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