Lo “Stabilicum” farebbe rabbrividire gli antichi romani

Da oltre trent’anni stampa e politica attribuiscono nomi in finto latino alle leggi elettorali. L’inizio di questa usanza si deve a un noto studioso
ANSA
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Mattarellum, Porcellum, Rosatellum, Italicum. Ma anche Brescellum, Germanicum e Melonellum. Spesso, quando si parla di legge elettorale, vi sarà capitato di leggere o sentire questi nomi menzionati da giornalisti e politici. In questi mesi, per esempio, si sente spesso ripetere invece il nome Stabilicum, quando ci riferisce alla nuova proposta di riforma della legge elettorale avanzata dal centrodestra e attualmente in discussione alla Camera.

Al di là del caso attuale, tutti questi nomi dalle parvenze latine che negli anni hanno definito le varie riforme elettorali hanno una cosa in comune: non hanno nessun senso dal punto di vista linguistico. A volte riprendono gli autori della riforma della legge elettorale di turno, altre volte fanno riferimento a una caratteristica della riforma. In ogni caso si tratta di termini privi di significato, utilizzati spesso solo per comodità e pigrizia, per semplificare il discorso su una questione molto tecnica, come le regole per l’elezione di Camera e Senato. Ma quando è iniziato questo nostro vizio, tutto italiano, di latinizzare i nomi delle leggi elettorali? 

Come ha ricostruito Michele Cortelazzo, professore emerito di Linguistica all’Università di Padova, nel libro La lingua della neopolitica edito da Treccani nel 2024, l’inizio di questa usanza si deve a Giovanni Sartori, politologo e sociologo di fama internazionale, considerato il padre della scienza politica in Italia.

Dal Mattarellum al Tatarellum

Sartori, che fu a lungo editorialista del Corriere della Sera, il 18 giugno 1993 scrisse un articolo in cui chiamò l’allora proposta di riforma della legge elettorale con il nome “Mattarellum”. Quel nome, che sarebbe rimasto nella storia e nel linguaggio politico e giornalistico, era frutto della latinizzazione del cognome di Sergio Mattarella, che all’epoca da deputato della Democrazia Cristiana era il relatore di quella legge. La legge “Mattarella”, un sistema misto tra proporzionale e maggioritario, fu poi approvata ad agosto 1993 e fu la prima vera riforma della legge elettorale dal 1948. Fino ad allora il sistema elettorale italiano era stato praticamente sempre lo stesso, ossia un proporzionale puro, dove ogni partito otteneva seggi in Parlamento in proporzione ai voti presi alle elezioni. «Sartori, che era un grandissimo studioso, ma allo stesso tempo un grande provocatore, chiamò quella riforma come “Mattarellum” in chiave ironica, per esprimere anche una critica verso quel nuovo sistema che non apprezzava», ha spiegato a Pagella Politica Cortelazzo. Effettivamente, in diverse pubblicazioni successive, il politologo espresse pareri critici nei confronti del Mattarellum, sostenendo come a suo parere non fosse una legge che garantiva stabilità al sistema politico e il cosiddetto “bipolarismo”, ossia il consolidarsi di due schieramenti contrapposti com’era ambizione della politica all’epoca.

La trovata di Sartori di latinizzare il nome della legge “Mattarella” divenne negli anni una prassi del linguaggio giornalistico e politico italiano anche per una serie di coincidenze. Nel 1995, due anni dopo l’approvazione del Mattarellum, venne approvata la nuova legge elettorale che disciplinava l’elezione dei consigli regionali e dei presidenti di Regione, su iniziativa dell’allora deputato di Alleanza Nazionale Giuseppe Tatarella, detto Pinuccio. «Per assonanza con il cognome di Mattarella, anche per questa nuova legge la stampa e la politica latinizzarono il cognome di Tatarella, chiamandola Tatarellum. Se Mattarella aveva fatto il Mattarellum, Tatarella doveva per forza aver fatto il Tatarellum», ha aggiunto Cortelazzo.

Dal Porcellum all’Italicum

Negli anni l’usanza di latinizzare i nomi degli autori o dei proponenti delle leggi elettorali ha avuto delle battute d’arresto. Ma solo perché le nuove riforme elettorali sono state chiamate con altri nomi dalla parvenza latina, che facevano invece riferimento alle caratteristiche delle riforme stesse. 

È questo il caso del Porcellum, ossia la legge elettorale introdotta dal terzo governo di Silvio Berlusconi nel 2005, un sistema proporzionale ma con un premio di maggioranza diverso tra Camera e Senato. Quella legge – che poi fu in parte dichiarata incostituzionale – non venne chiamata Calderolum o Calderellum, nonostante il suo principale promotore fosse stato l’allora ministro per le Riforme istituzionali Roberto Calderoli (Lega). Venne invece chiamata con il nome di Porcellum, che si deve comunque allo stesso Calderoli. A marzo 2006, ospite di Matrix, il programma condotto all’epoca da Enrico Mentana su Canale 5, l’esponente leghista definì infatti la sua legge elettorale «una porcata».
Qualche anno più tardi è stata invece la volta dell’Italicum, promossa con questo nome dal suo principale promotore, ossia l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che l’aveva fatta approvare dal Parlamento nel 2015. L’Italicum non fu mai però utilizzato come sistema elettorale, perché era strettamente collegato alla proposta di riforma costituzionale “Renzi-Boschi”, bocciata dal referendum del dicembre 2016, che prevedeva tra le altre cose una radicale modifica del Senato, non più eletto dai cittadini. L’Italicum era valido solo per la Camera e introduceva un sistema proporzionale con un premio di maggioranza e un eventuale ballottaggio. Secondo Cortelazzo, seppur utilizzato senza un vero senso per definire la legge elettorale, il nome Italicum è l’unico corretto dal punto di vista linguistico: italicum è effettivamente l’accusativo dell’aggettivo latino italicus che sta per “italico”, e che definisce una persona proveniente dall’Italia.

Dal Rosatellum al Germanicum

Anche l’Italicum, come il Porcellum, è stato poi dichiarato in parte incostituzionale e ciò ha reso necessaria l’approvazione di una nuova legge elettorale, ossia il Rosatellum, introdotto nel 2017. Questa legge prende il nome da Ettore Rosato, oggi vicesegretario di Azione, ma all’epoca esponente del Partito Democratico e relatore del provvedimento. «Con il Rosatellum si è tornati a latinizzare in maniera del tutto sbagliata il nome dell’autore della riforma elettorale. Dico sbagliata perché, oltre al fatto che Rosatellum è una parola che non esiste nella lingua latina, il relatore di quella legge non fa di cognome Rosatello o Rosatella, ma Rosato. Dunque a differenza di Mattarellum e Tatarellum, si è trattata proprio di una forzatura linguistica senza senso», ha spiegato Cortelazzo.

Il Rosatellum ha istituito un sistema misto: due terzi dei seggi vengono assegnati con il sistema proporzionale, mentre un terzo con il maggioritario. Negli anni ha dimostrato però vari problemi e già dopo le elezioni politiche del 2018, le prime in cui si è votato con quel sistema, la politica ha cercato di cambiarlo. Così già nel 2020, nel mondo politico e nel giornalismo parlamentare, sono incominciati a circolare i nomi dalle parvenze latine Brescellum e Germanicum. Seppur diversi, entrambi questi appellattivi erano stati utilizzati per chiamare la proposta di riforma elettorale presentata a gennaio 2020 alla Camera dal deputato del Movimento 5 Stelle Giuseppe Brescia, all’epoca presidente della Commissione Affari costituzionali. Il termine Brescellum fa riferimento al cognome del deputato del Movimento 5 Stelle, sullo stile del Mattarellum, del Tatarellum e del Rosatellum, mentre Germanicum è stato utilizzato perché il sistema elettorale proposto da Brescia era per certi versi simile a quello tedesco, con una soglia di sbarramento elevata. In breve, il sistema proposta dal deputato del Movimento 5 Stelle era un proporzionale, senza preferenze e con una soglia di sbarramento al 5 per cento, che introduceva però il cosiddetto “diritto di tribuna”, un meccanismo che avrebbe permesso ai partiti sotto la soglia di sbarramento di ottenere un posto in Parlamento in caso di buoni risultati in alcune regioni. Il Germanicum, o Brescellum, non fu però mai approvato ed è rimasto bloccato in Commissione Affari costituzionali, complice le divisioni tra i partiti.

Un “mostro linguistico”

Veniamo ora alla nuova proposta di riforma della legge elettorale presentata a febbraio dai partiti di centrodestra che sostengono il governo Meloni, ossia Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati. 

Come abbiamo spiegato in altri approfondimenti, la proposta – poi rielaborata in nuovo testo presentato a fine maggio – propone il ritorno a un sistema proporzionale, corretto però con un premio di maggioranza da assegnare alla coalizione vincitrice che ha ottenuto almeno il 42 per cento dei voti. L’obiettivo dichiarato di questa proposta è dare maggiore stabilità al sistema politico italiano e garantire una maggiore solidità della maggioranza parlamentare che sostiene il governo. Da qui nasce il nome della nuova legge elettorale, conosciuta come Stabilicum. L’idea di chiamarla in questo modo è venuta al vicesegretario di Forza Italia Stefano Benigni, che è uno dei deputati che ha contribuito a scrivere il testo. Il 27 febbraio scorso, in un’intervista al Corriere della Sera, Benigni ha spiegato di aver scelto il nome Stabilicum perché «alla base del nostro lavoro c’è da principio l’intenzione di garantire ai cittadini stabilità e rappresentatività». «Non considero l’aver immaginato il nome una medaglia da appuntarmi al petto», ha precisato comunque il vice segretario di Forza Italia. 

Medaglia o meno, il punto è che la parola Stabilicum non esiste per nulla nella lingua latina. Anzi, secondo Cortelazzo si tratta di «un mostro linguistico che avrebbe fatto rabbrividire gli antichi romani». «Con la parola Stabilicum si è cercato di utilizzare la stessa formula utilizzata per Italicum e Germanicum, associando l’aggettivo latino stabilis al suffisso –icum, ma si tratta di un obbrobrio linguistico. Italicum e germanicum sono parole latine che designano una provenienza, ma non è così per stabilicum, dato che l’aggettivo stabilis non ha niente a che fare con la provenienza, ma con la qualità dell’essere stabile», ha concluso l’esperto.

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