Come si è arrivati allo scontro tra Conte e la “Commissione Covid”

L’ex presidente del Consiglio parla di un «plotone d’esecuzione», mentre Fratelli d’Italia gli chiede conto delle decisioni prese durante la pandemia
ANSA
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Giovedì 6 agosto il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte è stato ascoltato per oltre cinque ore dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza da Covid-19, nota come “Commissione Covid”. L’audizione, attesa da tempo, ha riacceso lo scontro tra l’ex presidente del Consiglio e Fratelli d’Italia.

Durante l’audizione, Conte ha definito la Commissione un «plotone d’esecuzione» contro di lui e ha accusato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni di essere la «regista» degli attacchi nei suoi confronti. La leader di Fratelli d’Italia ha risposto che il lavoro della commissione «non è un processo a una persona» e che fare chiarezza sulla pandemia è «un diritto degli italiani». L’audizione non si è conclusa e riprenderà a metà settembre, dopo la pausa estiva del Parlamento.

Lo scontro però non è nuovo, e risale a quasi due anni fa. La possibilità di ascoltare Conte era stata discussa già nell’ottobre 2024, poche settimane dopo il suo ingresso nella commissione. Negli ultimi mesi, alle polemiche sull’audizione dell’ex presidente del Consiglio, si sono poi aggiunte quelle sulla gestione della pandemia e sui metodi usati dalla commissione per svolgere l’inchiesta.

Ma facciamo un po’ di ordine e vediamo come si è arrivati allo scontro tra Conte e la Commissione Covid.

Una questione di lunga data

La Commissione Covid è stata istituita nel marzo 2024 con il compito di «accertare le misure adottate per prevenire, contrastare e contenere» la pandemia. È composta da trenta parlamentari – quindici deputati e quindici senatori – ed è presieduta dal senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei.

Nel settembre 2024, in sostituzione di un altro membro, Conte fu nominato componente della commissione. Ma già prima il leader del Movimento 5 Stelle ne aveva criticato l’impostazione, contestando soprattutto il ruolo riservato alle regioni. La legge concentra infatti gran parte dell’inchiesta sulle decisioni prese dal governo, dalle strutture che lo affiancavano e dal commissario straordinario durante la pandemia. 

Poche settimane dopo emerse però un altro problema: come ascoltare Conte, a capo del governo durante la pandemia, se faceva parte della stessa commissione? Nell’ottobre 2024 Conte si disse «desideroso» di dare il proprio contributo, ma chiese garanzie sulla possibilità di tornare successivamente nella commissione. Lisei indicò tra le possibili soluzioni le dimissioni temporanee e precisò che l’eventuale audizione si sarebbe svolta solo dopo quelle già in programma, senza però indicare una data precisa.

Il pressing su Conte

Nei mesi successivi la commissione ha ascoltato medici, tecnici, ex dirigenti pubblici, imprenditori e altri protagonisti della gestione dell’emergenza. In alcuni casi non si è trattato di semplici audizioni: chi veniva sentito aveva l’obbligo di dire la verità e rispondeva penalmente in caso di falsa testimonianza. Nello svolgimento delle indagini, la legge attribuisce infatti alla commissione gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria, pur restando un organismo parlamentare.

Con l’andare dei lavori è aumentata anche la pressione politica su Conte. A marzo di quest’anno, intervenendo nell’aula della Camera, il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami disse: «Noi chiamiamo in accusa Giuseppe Conte», chiedendo che l’ex presidente del Consiglio riferisse davanti alla commissione. Bignami lo invitò anche a dimettersi temporaneamente da commissario, così da poter essere ascoltato.

L’abbandono dei lavori

All’inizio di giugno il clima nella commissione si è fatto ancora più teso, questa volta per una questione diversa dall’audizione di Conte.

L’8 giugno i rappresentanti di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e Italia Viva hanno abbandonato i lavori. Le opposizioni contestavano che alcune persone erano state ascoltate in un commissariato di polizia da consulenti incaricati dal presidente Lisei, fuori quindi dal Parlamento. Secondo loro, si era trattato di audizioni «illegittime, se non addirittura illecite». 

Lisei ha respinto le accuse. «Non è stato violato nulla», ha dichiarato, mentre Fratelli d’Italia ha difeso il modo di procedere, affermando che le opposizioni erano state comunque informate. La protesta è poi proseguita nelle settimane successive. Il presidente del Senato Ignazio La Russa, rispondendo a una lettera delle opposizioni, ha detto di aver ricevuto da Lisei rassicurazioni sulla necessità di garantire il «pieno coinvolgimento» di tutte le forze politiche nelle decisioni sui poteri della commissione. Ma lo scontro tra le opposizioni e Fratelli d’Italia è andato avanti.

La mossa di Bignami

A fine giugno è tornato il problema aperto quasi due anni prima, ossia come ascoltare Conte senza che facesse parte della stessa commissione.

Così, il 29 giugno Bignami si è dimesso per poter essere ascoltato e ha invitato Conte a fare lo stesso. L’ex presidente del Consiglio ha risposto ricordando di essersi già detto disponibile, ma avrebbe lasciato la commissione subito prima dell’audizione, una volta fissata la data, a condizione di poter poi rientrare.

Il giorno successivo il presidente della Camera Lorenzo Fontana gli ha assicurato che sarebbe stato rinominato «nel più breve tempo possibile». Il confronto però è continuato. A luglio, Conte ha scritto di nuovo sostenendo di non avere ancora ricevuto una data, mentre Fratelli d’Italia ha ribadito che avrebbe dovuto prima formalizzare le dimissioni. Il nodo insomma era soprattutto legato alla procedura da seguire: Conte chiedeva prima una data certa e poi si sarebbe dimesso; Fratelli d’Italia chiedeva il contrario.

Alla fine, Conte ha lasciato la commissione ed è stato convocato per il 6 agosto.

Alla fine, l’audizione

Durante l’audizione, Conte ha difeso le principali scelte dei suoi governi nella gestione della pandemia, dallo stato di emergenza alle restrizioni introdotte con i decreti del presidente del Consiglio dei ministri (DPCM). I commissari di Fratelli d’Italia lo hanno incalzato soprattutto sul mancato aggiornamento del piano pandemico e sui vaccini.

Conte ha però usato l’audizione anche per contrattaccare. Ha detto di aver consegnato alla Procura di Roma un documento anonimo sulla vicenda JC Electronics, una società coinvolta nelle forniture di mascherine durante la pandemia. La questione riguarda anche un contenzioso che, come sostenuto dal governo, è stato chiuso nel 2025 con una operazione concordata da circa 100 milioni di euro, dopo che il Tribunale di Roma aveva condannato la Presidenza del Consiglio e il Ministero della Salute a pagare alla società oltre 203 milioni di euro, più gli interessi. JC Electronics ha inoltre risposto che il documento era già noto da tempo. 

Anche su questo Conte e Lisei si sono scontrati. Per il presidente della commissione, la transazione non rientra nell’inchiesta perché è successiva alla pandemia. Secondo Conte invece la vicenda resta di interesse pubblico perché riguarda il pagamento di 100 milioni di euro legato alle forniture di mascherine.

In ogni caso, il confronto non è ancora finito e l’audizione proseguirà il 14 settembre, con la ripresa dei lavori parlamentari.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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