Perché non conviene spostare i migranti nei Paesi terzi

I tentativi dell’Italia e di molti altri governi sembrano dimostrare che gli hub fuori dai confini nazionali costano troppo
ANSA
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Nella riunione informale dei ministri dell’Interno dell’Unione europea di martedì 4 agosto, oltre a discutere della crisi migratoria di Ceuta, diversi governi hanno rilanciato la possibilità di esternalizzare una parte della gestione dei rimpatri creando degli hub appositi in dei Paesi terzi. 

Il nuovo regolamento dell’Unione in materia, in vigore dal 12 giugno, consente in effetti di stipulare accordi con Paesi terzi per due diverse finalità: creare i cosiddetti return hubs, dove trasferire cittadini extra-Ue dopo il rigetto della domanda di asilo e in vista del rimpatrio; oppure centri nei quali alcuni richiedenti asilo attendano l’esito della propria domanda, sul modello originariamente previsto dall’accordo tra Italia e Albania.
Ma se il nuovo quadro giuridico rende oggi questi accordi più praticabili, resta aperta la domanda più concreta: quanto costa davvero spostare fuori dall’Europa una parte della gestione dei migranti? Le esperienze disponibili suggeriscono che, una volta superati gli ostacoli giuridici, il vero problema diventa quello economico.

Il caso del Regno Unito

Uno dei primi casi concreti in cui un Paese occidentale ha tentato una via simile è il Regno Unito. Nell’aprile 2022 il governo guidato dal conservatore Boris Johnson firmò un accordo con il Rwanda – un piccolo Paese dell’Africa centro-orientale senza sbocchi sul mare – per trasferire alcuni richiedenti asilo nel Paese africano, dove sarebbe stata valutata la loro richiesta di accoglienza ed eventualmente rimpatriati. Anche nel caso in cui la domanda fosse stata accettata, però, i migranti sarebbero rimasti in Rwanda, che si sarebbe occupato della loro accoglienza. 

Il trattato però a luglio 2023 fu bocciato dalla Corte suprema britannica, con una sentenza che accettò il ricorso di cinque richiedenti asilo. La motivazione dei giudici si concentrò sul rischio, ritenuto «concreto», che «le persone inviate in Rwanda venissero rimpatriate nei loro Paesi d’origine, dove avrebbero subito persecuzioni o altri trattamenti inumani, pur avendo in realtà un valido diritto all’asilo». «In tal senso, il Rwanda non era un Paese terzo sicuro», concluse la Corte.

Oltre ai problemi giuridici, il progetto del governo Johnson fu contestato anche per un’altra ragione: i costi. Secondo il National Audit Office, l’organismo indipendente che controlla la spesa pubblica britannica, il Regno Unito aveva promesso al Rwanda pagamenti molto elevati: 370 milioni di sterline per il fondo economico iniziale, altre 20 mila sterline per ogni richiedente asilo trasferito, 120 milioni aggiuntivi una volta raggiunte le prime 300 persone, più fino a 150.874 sterline a testa per coprire per cinque anni costi di trattamento e gestione. A questi si sarebbero aggiunte le spese del trasporto e della formazione del personale. A giugno 2024, dopo poco più di un anno dall’avvio dell’accordo e a fronte di soli quattro migranti volontariamente trasferiti, il Regno Unito aveva speso oltre 715 milioni. 

Queste cifre hanno alimentato numerose analisi sul costo effettivo dell’operazione per ogni richiedente asilo trasferito. Secondo una stima dell’Institute for Public Policy Research (IPPR), un think tank britannico di ispirazione progressista, trasferire un richiedente asilo in Rwanda sarebbe costato fino a 228 mila sterline a persona. Lasciarlo invece nel sistema di accoglienza britannico per due anni avrebbe comportato una spesa di circa 53 mila sterline. Anche limitandosi ai costi diretti, quindi, il confronto è netto: trasferire un richiedente asilo sarebbe costato oltre quattro volte più che gestirlo nel sistema domestico.

Il tentativo australiano

Il caso australiano è diverso, ma porta a una conclusione simile. Dal 2012 l’Australia ha trasferito in Papua Nuova Guinea e Nauru (due Stati dell’Oceania) una parte dei richiedenti asilo arrivati via mare: in totale 4.388 persone, in buona parte intercettate e respinte direttamente in mare. L’accordo con la Papua Nuova Guinea è terminato nel 2022, e da allora i flussi si sono ridotti in modo sostanziale.

In questi dieci anni, a fronte di meno di 5 mila respingimenti, il prezzo pagato dal governo australiano è stato enorme: secondo un report realizzato a luglio 2025 dal Parlamento europeo, l’Australia ha speso 13 miliardi di dollari australiani (circa 8 miliardi di euro) per i trasferimenti all’estero dei migranti, superando sistematicamente le previsioni del governo. Nel 2024-2025 il costo di mantenimento di ciascun migrante nel centro di Nauru è stato di circa 600 mila dollari australiani (quasi 370 mila euro), un prezzo altissimo.

Trump e l’immigrazione

Anche l’attuale amministrazione statunitense, guidata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha iniziato a stipulare accordi con Paesi terzi per accogliere una parte dei migranti espulsi dagli Stati Uniti. Secondo il briefing del Parlamento europeo, al 5 maggio 2026 il secondo governo Trump aveva trasferito circa 19 mila cittadini trovati illegalmente negli USA verso almeno 23 Stati terzi. 

Stando a un rapporto realizzato a febbraio dalla minoranza democratica della Commissione Esteri del Senato, la Casa Bianca ha pagato cinque governi stranieri oltre 32 milioni di dollari per accettare circa 300 migranti irregolari deportati. Il Rwanda per esempio ha firmato un accordo per trasferire fino a 250 persone in cambio di 7,5 milioni di dollari: finora risultano pubblicamente documentati soltanto sette trasferimenti nell’agosto 2025, per un costo che supera il milione di dollari per migrante (a cui si aggiungono circa 602 mila dollari per il trasporto aereo). Gli altri Paesi coinvolti sono la Guinea Equatoriale, Palau, El Salvador ed Eswatini, che secondo i dati più recenti ha accolto in totale 29 persone in cambio di 5,1 milioni di dollari.

Veniamo a noi

L’Italia rappresenta il caso più vicino al dibattito europeo di oggi: il progetto originario prevedeva di portare in Albania i migranti soccorsi in mare (almeno quelli provenienti da Paesi considerati sicuri), così da esaminare in modo accelerato la loro domanda di asilo. Il costo previsto inizialmente per mettere in piedi e far funzionare i centri di Gjadër e di Shengjin era di circa 680 milioni di euro nell’arco di un quinquennio, con l’obiettivo di 36 mila transiti annui. Da allora tuttavia l’utilizzo dei centri è mutato, a causa delle sentenze della magistratura e della retromarcia del governo Meloni: oggi le due strutture infatti vengono impiegate come CPR, ovvero i centri di permanenza per il rimpatrio – presenti anche sul territorio italiano – dove le persone senza diritto a restare in Italia vengono recluse in attesa di essere rimpatriate. 

A maggio il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha comunicato che nel 2025 la gestione dei centri in Albania è costata circa 50 milioni di euro. Una spesa decisamente superiore a quella di tutti gli altri dieci CPR in Italia, che la legge di bilancio 2026 ha finanziato complessivamente con 17,3 milioni di euro. Per di più, rapportando la cifra agli 84 rimpatri effettuati nello stesso periodo da Gjadër, il costo supera i 590 mila euro per ogni persona tornata nel Paese di origine. Anche nel 2026 i rimpatri sono proseguiti a ritmi lenti: secondo il monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione, da maggio 2025 al 14 luglio il centro di Gjadër ha ospitato complessivamente 685 cittadini stranieri, di cui 101 rimpatriati.

Pur con modelli molto diversi, i tentativi di Regno Unito, Australia, Stati Uniti e Italia sembrano arrivare tutti allo stesso risultato: spostare all’estero una parte della gestione dei migranti costa molto più che farlo sul territorio nazionale. Questo non significa che gli hub siano necessariamente una scelta irrazionale, perché i governi che li sostengono puntano soprattutto all’effetto deterrente e alla riduzione della pressione politica legata alla presenza dei migranti sul proprio territorio. Ma se il dibattito europeo si è finora concentrato soprattutto sulla compatibilità della creazione di hub in Paesi terzi con il diritto internazionale, le esperienze disponibili suggeriscono che il vero motivo per cui questa scelta potrebbe non essere quella giusta riguarda la sostenibilità economica.

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