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Quanto conta davvero l’Italia nelle decisioni europee

Secondo la ministra Casellati l’Italia è diventata «fondamentale» nelle decisioni UE grazie alla stabilità del governo, ma il confronto con i principali dossier del 2026 restituisce un quadro più sfumato
ANSA
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Il 21 settembre, a Bruxelles, la ministra per le Riforme istituzionali e la Semplificazione normativa Maria Elisabetta Casellati ha detto che il ruolo dell’Italia nell’Unione europea è diventato «fondamentale». Secondo la ministra, la stabilità del governo Meloni «dà credibilità, attrae investimenti, dà fiducia ai mercati» e permette all’Italia di «smazzare le carte in Europa ed essere centrale nelle decisioni».

Un nuovo confronto sulla flessibilità di bilancio mostra però i limiti di questa capacità di influenza: il 30 settembre Meloni ha chiesto alla Commissione europea margini aggiuntivi per affrontare l’inflazione alimentata dal caro energia, ma Bruxelles ha risposto di avere già concesso agli Stati maggiore flessibilità, manifestando almeno per ora contrarietà a ulteriori aperture. 

Ma che cosa significa per un Paese essere «centrale» nelle decisioni europee? Il peso di uno Stato in Unione europea può manifestarsi in modi diversi: riuscendo a portare un tema nell’agenda europea, risultando necessario per raggiungere una maggioranza o ottenendo che le proprie richieste entrino nel compromesso finale. Sono capacità distinte: un governo può riuscire a orientare il dibattito senza ottenere la soluzione che aveva proposto, oppure può risultare decisivo in un negoziato senza dettare da solo la linea europea. 

Per valutare le parole di Casellati, quindi, bisogna guardare ai singoli dossier e confrontare le richieste avanzate dal governo italiano con i risultati ottenuti. È necessario inoltre tenere conto delle regole con cui vengono prese le decisioni in Unione europea. In breve, i capi di Stato e di governo riuniti nel Consiglio europeo fissano gli orientamenti politici generali dell’Unione. Gran parte delle norme viene poi negoziata dal Parlamento europeo e dai ministri dei 27 Stati membri nel Consiglio dell’UE, che in molte materie decide a maggioranza qualificata. Per approvare una proposta servono almeno 15 Stati su 27, che rappresentino il 65 per cento della popolazione dell’Unione, mentre per bloccare un’iniziativa ne occorrono almeno quattro, pari a più del 35 per cento della popolazione.

Sulla base dei dati demografici Eurostat, con i suoi 58,9 milioni di abitanti sui 452 milioni complessivi dell’UE, l’Italia rappresenta circa il 13 per cento della popolazione europea, e quindi è abbastanza grande da pesare nella formazione di una coalizione, ma da sola non può imporre una linea. I principali dossier del 2026 mostrano proprio questo: l’Italia è stata influente quando il suo consenso ha contribuito a completare una maggioranza o quando ha agito insieme ad altri grandi Paesi, mentre in altri casi è riuscita a portare un tema al centro della discussione senza però ottenere la soluzione inizialmente chiesta.

Un’alleanza guidata dall’Austria

Casellati ha pronunciato le sue parole al lancio dell’Alleanza per la riduzione degli oneri burocratici, una rete di 16 governi che ha chiesto alla Commissione europea una revisione sistematica delle norme dell’Unione, con controlli periodici e una maggiore attenzione all’impatto delle nuove regole sulla competitività.

L’iniziativa è stata promossa dall’Austria e sottoscritta anche dall’Italia. Il nostro Paese può dunque rivendicare di partecipare a un fronte politico rilevante, ma non di averne promosso l’iniziativa. È un primo elemento utile per valutare le parole della ministra: far parte di una coalizione non significa averne scelto da soli l’agenda o le priorità.

Inoltre, la semplificazione delle regole per le imprese non è un tema introdotto dall’Italia nel dibattito europeo. La Commissione europea l’ha inserita da tempo tra le proprie priorità e punta a ridurre entro il 2029 gli oneri amministrativi del 25 per cento per tutte le imprese e del 35 per cento per le piccole e medie imprese, attraverso delle proposte di semplificazione chiamate “pacchetti omnibus”. L’alleanza può contribuire a rafforzare questa pressione politica, ma non nasce in un vuoto di iniziative europee.

Il ruolo sul Mercosur

Il caso più vicino alla descrizione di Casellati è l’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur, cioè il Mercato comune del Sud composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Fino al Consiglio europeo di dicembre 2025, l’Italia era critica sull’intesa e chiedeva garanzie aggiuntive per il settore agricolo prima di sostenerla. La posizione italiana era rilevante perché il via libera richiedeva una maggioranza qualificata e l’Italia, per peso demografico e politico, poteva contribuire in modo decisivo a raggiungerla.

All’inizio di gennaio la Commissione europea ha presentato nuove misure a tutela degli agricoltori, tra cui l’anticipo di 45 miliardi di euro di fondi della Politica agricola comune (PAC), un fondo di crisi da 6,3 miliardi per eventuali variazioni improvvise di mercato, controlli più stringenti sulle importazioni e clausole di salvaguardia per alcuni prodotti sensibili. Il governo italiano ha anche rivendicato di avere ottenuto l’abbassamento dall’8 al 5 per cento della soglia per attivare le salvaguardie.

Dopo queste modifiche l’Italia ha cambiato posizione. Secondo un’analisi pubblicata su Il Foglio, il passaggio italiano dal no al sì è stato uno degli elementi che hanno permesso di raggiungere la maggioranza necessaria per autorizzare la firma dell’accordo, avvenuta poi il 17 gennaio. Il governo non ha scritto da solo il compromesso e le garanzie agricole non erano destinate esclusivamente all’Italia, ma il caso mostra che il consenso italiano poteva essere usato come leva negoziale per ottenere alcune condizioni prima di sostenere l’intesa, e così è stato.

Con la Germania sulla competitività

Sul tema della competitività l’Italia ha lavorato soprattutto in coordinamento con la Germania. Il 23 gennaio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno concordato un documento sulla riduzione della burocrazia, il completamento del mercato unico, la neutralità tecnologica e il rilancio dell’industria europea. Nelle settimane successive il Belgio si è unito all’iniziativa di Italia e Germania e i tre Paesi, insieme, hanno promosso incontri preparatori con altri governi per chiedere un programma europeo con obiettivi e scadenze.

Il Consiglio europeo del 19 marzo ha posto il rafforzamento del mercato unico tra le proprie priorità e ha avviato l’iniziativa One Europe, One Market, con l’obiettivo di completare le riforme nel 2026 e comunque entro la fine del 2027. La linea era già presente nelle priorità della Commissione europea e nei rapporti sul mercato unico e sulla competitività elaborati da Enrico Letta e Mario Draghi, entrambi ex presidenti del Consiglio italiani.

L’Italia ha quindi contribuito, insieme alla Germania e ad altri Paesi, a dare maggiore forza politica a un indirizzo che era già nel dibattito europeo. Non può rivendicarne la paternità esclusiva, ma ha svolto il ruolo di co-promotrice di un asse tra grandi Stati membri. Questo è uno dei casi in cui l’influenza italiana è cresciuta grazie all’alleanza con la Germania, anziché per merito di un’iniziativa isolata del nostro Paese.

Energia: l’agenda sì, il risultato no

Un caso diverso è quello del sistema europeo di scambio delle quote di emissione, noto come Emission Trading System (ETS). In breve, l’ETS obbliga le imprese coinvolte a ottenere un permesso per ogni tonnellata di gas serra immessa nell’atmosfera. Questi permessi hanno un prezzo e possono essere comprati e venduti. In questo modo, per un’impresa continuare a inquinare diventa progressivamente più costoso, mentre investire in tecnologie meno inquinanti può diventare economicamente conveniente.

Di fronte all’aumento dei costi energetici, l’Italia ha chiesto una revisione del sistema e, intervenendo in Senato nel marzo 2026, Meloni ha domandato anche di sospenderne temporaneamente l’applicazione alla produzione di elettricità da fonti termiche. Otto Stati (Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia, Spagna e Svezia) hanno contestato questa richiesta, sottoscrivendo una lettera congiunta pubblicata dal governo finlandese in cui si difende l’ETS come uno degli strumenti centrali della politica climatica europea.

Il vertice del Consiglio europeo non ha disposto la sospensione chiesta dal governo italiano, ma ha incaricato la Commissione di presentare entro luglio una revisione finalizzata a ridurre la volatilità del prezzo delle quote e l’impatto sul costo dell’elettricità, confermando nelle conclusioni il ruolo dell’ETS nella transizione energetica.

La proposta della Commissione presentata a luglio dal gruppo di commissari Wopke Hoekstra (Clima), Dan Jørgensen (Energia) e Teresa Ribera (Concorrenza) ha accolto alcune richieste delle imprese e dei governi che chiedevano regole meno rigide, ma non ha recepito l’impostazione più radicale sostenuta inizialmente dall’Italia. Il nostro Paese ha quindi contribuito a portare la questione nell’agenda europea e a ottenere una revisione anticipata del sistema. Non è però riuscito a far prevalere la propria richiesta più ambiziosa, cioè la sospensione dell’ETS per l’elettricità prodotta da fonti fossili.

Il braccio di ferro sulla flessibilità

Una dinamica simile si è vista anche sulla flessibilità fiscale per gli investimenti energetici. Dopo il rialzo dei prezzi legato al conflitto in Medio Oriente, Meloni ha chiesto direttamente alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, di estendere agli investimenti per la sicurezza energetica il margine di flessibilità già previsto per la difesa. La risposta della Commissione ha accolto una parte della richiesta, consentendo margini aggiuntivi per investimenti in reti, rinnovabili e stoccaggio fino a un massimo di 14 miliardi entro il 2028, ma ha escluso altre misure auspicate dal governo, come i tagli alle accise o i sussidi ai combustibili fossili.

Il 30 settembre Meloni ha avanzato un’ulteriore richiesta, distinta dai margini già previsti dalla clausola nazionale di salvaguardia. In una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen – di cui Pagella  Politica ha potuto prendere integralmente visione – la presidente del Consiglio ha chiesto che, nel valutare il rispetto del percorso di spesa netta, Bruxelles tenga maggiormente conto degli effetti prodotti da un’inflazione superiore alle previsioni su alcune voci della spesa pubblica. Il governo ha inoltre proposto di consentire agli Stati di utilizzare almeno una parte delle maggiori entrate derivanti dalle imposte indirette per finanziare misure temporanee e mirate contro il caro energia, nel tentativo di ottenere uno spazio aggiuntivo rispetto alla flessibilità già prevista per gli investimenti nella sicurezza energetica.

Finora il primo riscontro della Commissione è stato negativo. Giovedì 1° ottobre, durante il briefing quotidiano della Commissione, dal servizio dei portavoce hanno dichiarato che agli Stati membri era già stata concessa maggiore flessibilità. Bruxelles ha richiamato in particolare la clausola nazionale di salvaguardia estesa all’energia, che permette di discostarsi dal percorso di spesa netta per un importo complessivo fino allo 0,6 per cento del PIL nel periodo tra febbraio 2026 e la fine del 2028, a condizione di seguire la relativa procedura e rispettare gli obiettivi di disciplina di bilancio.

A tal proposito l’Italia ha presentato una richiesta di attivazione della clausola che però, al momento della risposta dal “podio”, secondo i portavoce non era ancora pervenuta agli uffici della Commissione.

In entrambi i casi – energia e flessibilità – l’Italia è comunque riuscita a far entrare un tema nel confronto europeo e a ottenere aperture parziali, senza però definire da sola il risultato finale e senza imporre l’ossatura del negoziato.

Partita aperta sul bilancio

Un’ulteriore prova della capacità negoziale italiana sarà il quadro finanziario pluriennale dell’UE per il periodo 2028-2034. L’Italia fa parte degli “Amici della coesione”, un gruppo di Stati che chiede di proteggere le risorse destinate alle politiche regionali e all’agricoltura davanti alle proposte di revisione del bilancio europeo.

Su questo dossier è necessaria l’unanimità e pertanto l’Italia, insieme agli altri Paesi del gruppo, può avere un potere di blocco rilevante. Ma avere tra le mani la possibilità di impedire un accordo (in virtù dell’articolo 312 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea) non equivale a scriverne le regole, come dimostra il discorso – ancora aperto – sulle nuove risorse proprie dell’UE e sulla ripartizione dei fondi tra coesione, agricoltura, difesa, competitività e politica estera. Finché la trattativa non sarà conclusa, non sarà possibile valutare se l’Italia sia riuscita a conseguire risultati concreti.

Stabilità non significa egemonia

Tornando alle dichiarazioni di Casellati, la stabilità di un governo citata dalla ministra può favorire la continuità dei rapporti negoziali e consentire alla presidente del Consiglio e ai ministri di seguire dossier che durano mesi o anni. È invece più difficile attribuirle direttamente il calo dello spread o un aumento degli investimenti, fenomeni che dipendono anche da una lunga lista di fattori come la politica di bilancio, le decisioni della Banca centrale europea e l’andamento dell’economia internazionale. I dati sugli investimenti esteri, inoltre, da soli non bastano a dimostrare un aumento riconducibile alla continuità del governo.

Nel complesso, la dichiarazione di Casellati coglie un elemento reale: l’Italia ha un peso economico, demografico e politico che le permette di incidere nelle trattative europee. I casi analizzati mostrano però che l’Italia è più efficace quando il suo consenso può completare una maggioranza, come nel negoziato sul Mercosur, o quando costruisce un asse con un’altra grande economia, come nel confronto sulla competitività. Quando invece non raccoglie alleati sufficienti, può contribuire a portare una questione al centro del dibattito senza determinare il compromesso finale, come nel caso dell’ETS. Sulla flessibilità energetica il nostro Paese ha ottenuto una prima apertura, entro limiti e condizioni fissati dalle istituzioni europee, ma la successiva richiesta di ampliare ulteriormente i margini disponibili ha incontrato finora il “muro” della Commissione.

L’Italia non decide da sola la linea dell’Unione europea. È però uno degli Stati membri che, in determinate coalizioni e su specifici dossier, possono modificare il risultato di un negoziato. La stabilità può rafforzare continuità e credibilità, ma l’influenza effettiva dipende soprattutto dalla capacità di costruire alleanze, rendere il proprio voto necessario e trasformare le richieste nazionali in compromessi accettabili per gli altri governi e per le istituzioni europee.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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