Che cosa non torna nell’annuncio di Meloni sui 14 miliardi per l’energia

La Commissione Ue ha ampliato i margini di flessibilità concessi agli Stati membri, ma le nuove regole non riguardano tutte le misure citate dalla presidente del Consiglio
ANSA
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La Commissione europea ha deciso di ampliare i margini di flessibilità concessi agli Stati membri per aumentare la spesa pubblica. Dopo la difesa, anche alcuni investimenti energetici potranno beneficiare di una deroga alle regole del Patto di stabilità. Per l’Italia questo potrebbe tradursi in uno spazio di bilancio aggiuntivo fino a circa 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Resta però da capire quali interventi potranno essere effettivamente finanziati e con quali tempi.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni nei giorni scorsi ha detto che «la Commissione europea ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica». Secondo Meloni, questo consentirà all’Italia «di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani». La presidente del Consiglio ha poi ricordato di aver inviato a metà maggio una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per «consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia».

Che cosa ha deciso la Commissione Ue

Il 3 giugno la Commissione Ue ha ampliato i casi in cui gli Stati membri possono ricorrere alla clausola di salvaguardia nazionale e così aumentare la spesa pubblica più di quanto previsto dalle regole europee del Patto di Stabilità e Crescita. Finora – con la clausola introdotta nel marzo 2025 nell’ambito del piano ReArm Europe/Readiness 2030 e attivata da 17 Stati – potevano essere comprese solo le spese legate alla difesa. Ora questa possibilità è stata estesa, comprendendo anche le misure per limitare la dipendenza dai combustibili fossili. All’interno del tetto massimo di flessibilità previsto dalle norme attuali – l’1,5 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) in tre anni – gli Stati potranno spendere fino allo 0,6 per cento per nuovi investimenti in ambito energetico. Questo però non significa necessariamente che l’Italia potrà «spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi», né che potranno essere finanziati gli interventi sul caro energia come richiesto nella lettera italiana alla Commissione.

I 14 miliardi di euro citati da Meloni in effetti corrispondono circa allo 0,6 per cento del PIL italiano, ma non potranno essere spesi per finanziare direttamente gli interventi approvati in questi mesi dal Parlamento per far fronte al caro energia conseguente alla crisi in Medio Oriente.

L’Italia finora ha destinato da marzo in poi circa 2 miliardi di euro al taglio delle accise su benzina e diesel e al finanziamento di un credito d’imposta per l’acquisto di carburante da parte delle aziende di autotrasporto. Entrambe queste misure non rientrerebbero nella nuova clausola di salvaguardia. La Commissione europea ha delimitato gli interventi ammissibili ai «supporti per famiglie e imprese per ridurre la loro dipendenza dai combustibili fossili e promuovere la decarbonizzazione», alle «misure per accelerare l’elettrificazione» e agli «investimenti sulla rete elettrica, l’accumulo di elettricità, il risparmio energetico e l’aumento di capacità delle fonti sostenibili». Dal momento che gli interventi del governo si sono finora limitati a sussidiare il consumo di idrocarburi, non potrebbero rientrare nella nuova flessibilità di bilancio.

Il problema delle spese già previste

Secondo un’interpretazione della maggioranza di governo, l’Italia potrebbe tuttavia far rientrare nel margine aggiuntivo dello 0,6 per cento voci di spesa già previste a bilancio, liberando così spazio fiscale per altri interventi. Non sarebbe tuttavia così semplice: la Commissione ha ammesso solo interventi «intrapresi da febbraio 2026», e potrebbe quindi opporsi a tale esercizio contabile. Non è un caso che il commissario europeo per l’Economia Valdis Dombrovskis abbia avvertito l’Italia che la riduzione «non mirata» delle accise sui carburanti comporta «elevati costi fiscali» ed è «socialmente ed economicamente inefficiente». Altro elemento d’interesse è che la clausola di salvaguardia non può entrare in vigore immediatamente. È necessario prima un parere della Commissione Ue, e poi entro quattro settimane il voto del Consiglio europeo. In questo periodo è probabile che tra il governo italiano e la Commissione Ue venga imbastita una trattativa per delineare i contenuti della flessibilità concessa sull’energia.

Ad ogni modo, è vero che in futuro misure come gli incentivi all’acquisto di veicoli elettrici, i sussidi alle ristrutturazioni edilizie e gli investimenti sulla capacità di accumulo e di trasmissione dell’energia elettrica potrebbero ridurre i prezzi dell’energia. Nei mesi primaverili le tariffe dell’energia elettrica sono rimaste tutto sommato sotto controllo, nonostante il forte rincaro del prezzo del gas, anche grazie al contributo delle fonti rinnovabili, che hanno coperto una parte importante della domanda (ad aprile quasi il 50 per cento). Ma la flessibilità europea non potrà finanziare immediatamente «gli interventi sul caro energia» come chiesto da Giorgia Meloni nella sua lettera a Ursula von der Leyen.

La novità introdotta da Bruxelles rappresenta quindi un ampliamento significativo degli strumenti a disposizione degli Stati membri. Ma tra il margine teorico di flessibilità e la possibilità concreta di utilizzarlo esiste ancora una distanza non trascurabile. Molto dipenderà da come la Commissione interpreterà le nuove regole e dalle scelte che il governo italiano deciderà di compiere. Per ora, più che 14 miliardi già disponibili contro il caro energia, la decisione europea sembra aprire uno spazio potenziale per investimenti energetici che potrebbero produrre effetti soprattutto nel medio periodo.

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