Tutti i problemi del Rosatellum

Dall’“effetto flipper” ai collegi molto diversi tra loro, andremo a votare con una legge elettorale che produce situazioni bizzarre
ANSA/ANGELO CARCONI
ANSA/ANGELO CARCONI
Alle elezioni politiche del prossimo 25 settembre si voterà con il Rosatellum, la legge elettorale promossa nel 2017 dal deputato Ettore Rosato (al tempo Partito democratico, oggi in Italia viva) con cui si era già votato alle precedenti elezioni, nel marzo 2018. La legge, che come abbiamo spiegato attribuisce un terzo dei seggi in modo maggioritario e due terzi in modo proporzionale, è però problematica sotto diversi aspetti. Vediamo quali.

Il legame maggioritario-proporzionale

Uno degli elementi fondamentali del Rosatellum è il legame tra la parte proporzionale della legge e quella maggioritaria. A settembre gli elettori avranno infatti un’unica scheda su cui votare (come era già successo nel 2018): tramite quella voteranno sia per il partito che vogliono sostenere al proporzionale, sia per il candidato uninominale. 

Di solito, nei sistemi uninominali è possibile fare le “desistenze”: un partito sceglie di non presentare candidati in un determinato collegio perché sa che lì non vincerebbe ma, con la sua presenza sulla scheda, danneggerebbe un altro partito ideologicamente vicino rischiando così di far vincere l’avversario. Con il Rosatellum invece questo non è possibile: un partito non può non presentare candidati nell’uninominale, a meno di non voler rinunciare anche ai voti proporzionali. Questo è uno dei motivi per cui è necessario fare coalizioni tra partiti diversi e trovare candidati da sostenere insieme nei collegi uninominali.

L’effetto flipper alla Camera

Il sistema con cui si decide quali candidati vengono effettivamente eletti con il Rosatellum è molto complesso e dagli effetti imprevedibili. In poche parole e senza entrare in tecnicismi, si basa su un approccio che parte dall’alto e arriva al basso: si definisce infatti il numero di seggi spettanti ad ogni partito su base nazionale e poi li si ripartisce nelle circoscrizioni e nei collegi nominali. 

Ad esempio, il professore di economia politica Emanuele Bracco ha spiegato su La Voce che, se nel 2018 15 mila elettori della Lega a Milano avessero deciso di votare Fratelli d’Italia, quest’ultimo avrebbe ottenuto un seggio in più… a Cagliari, togliendolo a Forza Italia che a sua volta avrebbe guadagnato un seggio in Basilicata togliendolo alla Lega. Gli elettori di Milano, quindi, con il proprio voto non contribuiscono direttamente all’elezione dei candidati nella loro area ma possono provocare effetti dall’altra parte del Paese. Questo implica anche che i partiti non possono sapere con assoluta certezza quali sono i posti sicuri in lista. Il sito di analisi elettorali YouTrend lo ha definito “effetto flipper”.

I collegi elettorali sono grandi e diversi

A seguito del referendum costituzionale del 2020, che ha ridotto il numero di parlamentari a 400 alla Camera e 200 al Senato, il governo ha ridisegnato i collegi uninominali affidandosi a una commissione di esperti, che se ne era già occupata nel 2017 per la prima applicazione del Rosatellum.

I nuovi collegi soffrono di due problemi, uno legato al numero di parlamentari e uno a come sono stati disegnati. Il primo consiste nel fatto che, con solo 147 collegi uninominali alla Camera e 74 al Senato, questi sono per forza molto grandi. Al Senato, ad esempio, la città di Torino ha un solo senatore, così come Napoli, Palermo, Firenze e Bologna. È difficile pensare che possa esserci un legame tra eletto ed elettori quando un singolo parlamentare deve rappresentare un così alto numero di persone. 

Il secondo problema invece è legato alle considerevoli differenze di popolazione tra i vari collegi. In Lombardia, ad esempio, il collegio uninominale Lombardia 1 – U06 conta 504 mila abitanti contro i 340 mila del collegio a fianco, Lombardia 1 – U05. Considerando che entrambi i collegi eleggono un solo deputato, vuol dire che il voto di chi vive nel quinto collegio conta di più di quello di chi vive nel sesto.  

Queste differenze sono presenti sostanzialmente in tutte le regioni e creano disparità non necessarie. In diversi altri Paesi che votano con sistemi uninominali infatti i collegi devono avere la stessa popolazione: negli Stati Uniti i collegi nello stesso Stato devono avere differenze di abitanti dell’1 per cento al massimo. In Italia si arriva a differenze del 20 per cento rispetto alla media e in alcuni casi, come quello in Lombardia che abbiamo ricordato, un collegio ha il 48 per cento in più di popolazione dell’altro.

Al Senato è difficile avere seggi

A livello nazionale, per ottenere seggi alla Camera è sufficiente superare il 3 per cento dei consensi. Superando il 3 per cento, infatti, si riceveranno otto dei 245 seggi disponibili nella parte proporzionale. Al Senato invece funziona diversamente: lo sbarramento per accedere ai seggi è al 3 per cento ma, per via del fatto che la distribuzione non avviene a livello nazionale bensì a livello regionale, ci sono in realtà soglie implicite ben più alte.

Che cosa vuol dire nella pratica? La Sicilia, ad esempio, assegna 10 seggi al Senato nella quota proporzionale. Questo implica che un partito debba essere almeno al 10 per cento per poter prendere un seggio, perché se fosse sotto non ci sarebbero sufficienti seggi affinché possa ottenerne uno. Nella pratica sarà sufficiente una percentuale inferiore, perché una parte dei voti andrà dispersa tra i partiti che sono sotto la soglia a livello nazionale e quindi non accedono alla distribuzione dei seggi.

Un partito che ha il 3 per cento in tutte le regioni, ad esempio, molto probabilmente non prenderà nessun seggio in nessuna regione. Un partito che invece è al 5 per cento potrebbe prendere un seggio in Lombardia. Un partito che invece raggiunge il 10 per cento potrebbe ambire a prendere due seggi in Lombardia e uno in Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio, Campania e Sicilia, le uniche regioni che assegnano un sufficiente numero di seggi. 

I partiti più piccoli quindi tendono a essere svantaggiati da questo sistema, a meno che non abbiano un forte radicamento nelle regioni più popolose. 

Sembra un proporzionale, ma non lo è

Le elezioni del 2018 avevano dato l’impressione che il Rosatellum fosse complessivamente una legge quasi proporzionale. Ma come hanno spiegato Matteo Cavallaro, Lorenzo Pregliasco e Salvatore Vassallo in una ricerca pubblicata quattro anni fa, questa impressione era dovuta in realtà alla particolare distribuzione dei voti in quella elezione.

Il Rosatellum ha infatti importanti effetti distorsivi del voto. Il fatto che, nel 2018, il Movimento 5 Stelle fosse andato molto forte nel Mezzogiorno e il centrodestra invece nelle regioni settentrionali annullò parzialmente l’effetto maggioritario previsto dalla legge elettorale. I “premi” di seggi assegnati dalla legge elettorale si sono sostanzialmente annullati da soli. Ad esempio, il M5S al Sud con il 43 per cento dei voti ha ottenuto il 59 per cento dei seggi che quelle regioni davano alla Camera, mentre il centrodestra al Nord con il 41 per cento dei consensi ha vinto il 44 per cento dei seggi. 

Quest’anno, dove i sondaggi prevedono un Movimento 5 Stelle molto più debole, l’effetto maggioritario dovrebbe infatti vedersi molto più nettamente. Una simulazione condotta da Sondaggi BiDimedia ha mostrato che il centrodestra, ottenendo circa il 45 per cento dei consensi degli elettori, avrebbe tra il 58 e il 64 per cento dei seggi alla Camera, qualsiasi alleanza ci sia tra i vari partiti di centrosinistra.
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