Che cosa cambia con il nuovo accordo dell’Ue sui rimpatri

Dagli hub in Paesi terzi al trattenimento fino a 30 mesi, l’intesa punta a rendere più rapide le espulsioni ma divide gli Stati membri
ANSA/ CIRO FUSCO
ANSA/ CIRO FUSCO
La scorsa settimana il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo politico provvisorio sul nuovo regolamento sui rimpatri. Il testo è uno degli ultimi tasselli del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, il pacchetto di nuove regole dell’Ue sulla gestione dei flussi migratori e delle domande di asilo, entrato in vigore nel giugno 2024 e applicabile dal giugno di quest’anno. Il nuovo regolamento punta a rendere più rapide e uniformi le procedure di allontanamento dei migranti irregolari tra gli Stati membri.

Secondo la Commissione europea, la riforma nasce anche dalla bassa efficacia delle procedure attuali. «Attualmente, solo circa il 28 per cento dei richiedenti asilo respinti viene effettivamente rimpatriato nel proprio Paese d’origine. Ciò significa che il 72 per cento non lo è», ha detto Malik Azmani, europarlamentare olandese di Renew Europe e relatore del provvedimento, citando correttamente gli ultimi dati Eurostat disponibili. Ma quali sono queste novità sui rimpatri proposte dall’Unione europea? Facciamo chiarezza.

Gli hub in Paesi terzi

Una delle principali novità dell’accordo riguarda la possibilità di istituire i cosiddetti “return hub” in Paesi esterni all’Unione europea. Si tratta di strutture pensate per accogliere i migranti che hanno già ricevuto un ordine di espulsione, in attesa del loro trasferimento verso il Paese di origine o verso un altro Stato terzo.

La logica di questi centri richiama il percorso già avviato dall’Italia con il protocollo sui centri di Gjadër e Shëngjin, in Albania. Nelle ore successive all’accordo, il relatore del provvedimento Malik Azmani ha infatti sottolineato che il nuovo quadro normativo europeo intende fornire agli Stati membri strumenti giuridici per adottare soluzioni simili a quelle adottate dall’Italia. «Per quanto riguarda il concetto di centro di rimpatrio, l’articolo 17 del regolamento prendeva a modello l’Italia. E ciò che stiamo facendo è fornire agli Stati membri gli strumenti per stipulare tali accordi», ha detto l’eurodeputato Azmani in conferenza stampa.

Va però chiarito che tra il modello italiano e quello previsto dall’accordo europeo c’è una differenza rilevante: mentre gli hub in Albania funzionano anche come centri di prima accoglienza, il modello europeo prevede la possibilità di utilizzare hub in Paesi terzi unicamente come centri per il rimpatrio. Queste intese potranno essere siglate solo con Stati che garantiscano il rispetto dei diritti umani e del principio di non respingimento verso zone a rischio.

Le nuove procedure di espulsione

Per rendere operativo questo nuovo sistema, l’accordo introduce l’Ordine europeo di rimpatrio. Si tratta di una sorta di foglio di via unico che sarà inserito nel Sistema d’informazione Schengen, che consentirà a uno Stato membro di eseguire in modo immediato un’espulsione già decisa da un altro Paese. L’obiettivo è evitare che le procedure burocratiche debbano essere avviate da capo in ogni Stato membro.

In una prima fase l’utilizzo di questo strumento avverrà su base volontaria, ma la Commissione europea si è presa due anni di tempo per valutare se renderlo obbligatorio per tutti gli Stati.

Il trattenimento fino a 30 mesi

Sul fronte della libertà personale, il nuovo regolamento introduce un forte inasprimento delle norme, allungando i tempi di trattenimento per prevenire il rischio di fuga da parte dei migranti. La detenzione amministrativa nei centri potrà infatti durare fino a 24 mesi, a cui si potranno aggiungere altri 6 mesi di proroga in circostanze specifiche.

Si arriva così a un limite massimo di 30 mesi, sfiorando i tre anni: una misura che di fatto più che raddoppia i precedenti limiti, fissati a un massimo di 12 mesi.

La misura del trattenimento potrà essere applicata anche ai minori non accompagnati, ma solo quando non ci sono alternative e per il minor tempo possibile. Nel caso in cui non si proceda con la detenzione vera e propria all’interno di un centro, gli Stati membri avranno comunque a disposizione diverse soluzioni alternative per tenere sotto controllo le persone in attesa di espulsione: si va dall’obbligo di risiedere in un luogo specifico, fino all’utilizzo del monitoraggio elettronico o alla richiesta di versare una garanzia economica. 

Un dibattito che divide l’Europa

L’accordo ha diviso le forze politiche europee e gli Stati membri. Per i sostenitori dell’intesa, guidati dal Partito Popolare Europeo e dalle forze di destra, si tratta di un passo necessario per garantire la credibilità delle politiche migratorie dell’Unione. 

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha accolto con favore l’accordo, definendolo un risultato «storico» e rivendicando come l’Ue stia ora seguendo «la strada indicata dall’Italia» con il modello Albania. «Grazie alle nuove norme, abbiamo un maggiore controllo su chi può entrare nell’Ue, chi può rimanervi e chi deve lasciarla», ha detto il commissario europeo per gli Affari interni Magnus Brunner.

Dalla parte opposta, il dissenso è stato altrettanto netto. Il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha contestato duramente l’accordo, sostenendo che potrebbe violare non solo i valori dell’Unione, ma anche il diritto. In particolare, Marlaska ha criticato l’estensione del tempo di trattenimento per i migranti: «è inaccettabile, e dovrebbe esserlo anche per l’Ue dei diritti e delle libertà», ha sottolineato.  

Anche al Parlamento europeo le critiche sono state nette. Socialisti e Verdi hanno parlato di un «passo indietro storico sui diritti fondamentali», denunciando il rischio di una deriva verso «espulsioni in stile ICE». Il riferimento è all’agenzia federale degli Stati Uniti che si occupa dei controlli sull’immigrazione, finita più volte al centro di polemiche negli ultimi mesi per l’uso della forza e per episodi di sparatorie contro civili.

Il calendario verso l’approvazione finale

Nonostante l’accordo politico sia stato siglato, l’iter legislativo richiede ancora alcuni passaggi formali prima che le nuove norme entrino in vigore. Il testo dovrà infatti superare il voto della commissione per le libertà civili (LIBE) e, successivamente, quello dell’Assemblea plenaria del Parlamento europeo. L’obiettivo è quello di approvare il provvedimento in via definitiva entro luglio.

Le norme avranno tempi di applicazione diversi. Le disposizioni sugli hub di rimpatrio e sull’esternalizzazione delle politiche migratorie diventeranno operative subito dopo l’entrata in vigore del regolamento. Per le altre misure, che richiedono adeguamenti tecnici o modifiche alle leggi nazionali, è previsto invece un periodo di transizione di 12 mesi.

In sostanza, il nuovo accordo europeo sui rimpatri rafforza gli strumenti a disposizione degli Stati membri per eseguire le espulsioni, introduce la possibilità di creare hub in Paesi terzi e allunga i tempi del trattenimento amministrativo. Proprio questi elementi, però, sono al centro delle critiche di chi ritiene che la riforma rischi di indebolire le garanzie sui diritti fondamentali.

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