La Spagna non ha “copiato” il modello Albania sui migranti

Lo sostiene Fratelli d’Italia, ma ci sono differenze significative. Interrogato da Pagella Politica, il Ministero dell’Interno spagnolo ha preso le distanze dal paragone
ANSA
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«La Spagna non finanzia né sostiene centri di detenzione in Paesi terzi, né prende in considerazione soluzioni come quella attuata dall’Italia in Albania». Così il Ministero dell’Interno spagnolo ha risposto a Pagella Politica, grazie all’aiuto dei colleghi fact-checker spagnoli di Newtral, a proposito del paragone circolato in Italia tra i centri per migranti in Mauritania collegati alla Spagna e quelli costruiti dall’Italia in Albania. 

Negli ultimi giorni infatti Fratelli d’Italia ha richiamato più volte le politiche del governo spagnolo per attaccare il Partito Democratico sull’immigrazione. Il 28 aprile il partito di Giorgia Meloni ha pubblicato su Instagram un post che riprendeva un articolo de il Giornale. Nella grafica si legge: «Sánchez, l’eroe di Elly aumenta le spese militari e copia il modello Albania». Il riferimento è alla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, che in diverse occasioni ha indicato linea politica del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez come un modello da seguire.

Due giorni prima, Fratelli d’Italia aveva pubblicato un contenuto simile: una grafica con le immagini di Sánchez e Schlein e la scritta «la Spagna di Sánchez imita il modello Albania con due centri di detenzione per migranti in Mauritania». Nella didascalia si leggeva: «se per la sinistra la Spagna è il modello da seguire, per la Spagna sull’immigrazione il modello è l’Italia».
Il riferimento è ai centri per migranti costruiti dall’Italia in Albania in base al protocollo firmato dal governo Meloni con quello albanese. Inizialmente pensati per svolgere fuori dall’Italia alcune procedure di frontiera su migranti soccorsi o intercettati in mare dalle autorità italiane, i centri sono stati poi destinati anche al trattenimento di migranti già presenti in Italia e in attesa di espulsione o rimpatrio.

Ma quindi è vero, come sostiene Fratelli d’Italia, che la Spagna abbia copiato questo modello in Mauritania? In breve: no. È vero che in Mauritania sono stati realizzati due centri per migranti, nell’ambito di un progetto legato alla cooperazione spagnola ed europea. Secondo le fonti disponibili, però, queste strutture funzionano in modo diverso rispetto ai centri italiani in Albania.

Il “modello Albania”

Prima di capire se il paragone con i centri in Mauritania regge, è utile ricordare che cosa prevede il cosiddetto “modello Albania”, basato sul protocollo firmato a novembre 2023 dal governo italiano e da quello albanese e ratificato dal Parlamento italiano a febbraio 2024.

L’accordo prevede l’uso di due aree in Albania, a Shëngjin e Gjadër, dove sono state costruite strutture per le procedure di frontiera e di rimpatrio dei migranti. Pur trovandosi in territorio albanese, queste strutture sono gestite dalle autorità italiane e sottoposte alla giurisdizione italiana. In origine, i centri erano pensati per trattenere in Albania migranti imbarcati su mezzi delle autorità italiane fuori dalle acque territoriali italiane o di altri Stati membri dell’Unione europea. In particolare, potevano essere trasferiti uomini adulti provenienti da Paesi considerati sicuri, così da svolgere lì la cosiddetta “procedura accelerata di frontiera” per l’esame delle domande d’asilo. La legge di ratifica dell’accordo equipara questi centri in Albania alle zone di frontiera italiane. Il progetto però ha incontrato diversi ostacoli. Dopo i primi trasferimenti, nell’ottobre 2024 i giudici italiani non hanno convalidato il trattenimento di alcuni migranti portati nei centri in Albania, che sono stati quindi riportati in Italia. Di conseguenza, le strutture sono rimaste per mesi sostanzialmente inutilizzate.

Per provare a renderle operative, a marzo 2025 il governo Meloni ha approvato un decreto-legge che ha ampliato l’uso dei centri. Da allora, nella struttura di Gjadër possono essere trasferiti anche migranti già trattenuti nei Centri di permanenza per i rimpatri italiani, i cosiddetti CPR, e non più soltanto persone soccorse o intercettate in mare. In questo modo, il centro di Gjadër è entrato nella rete dei CPR italiani e può funzionare come una struttura per il rimpatrio collocata fuori dal territorio nazionale.

I centri in Mauritania

Passiamo ora al caso spagnolo. I due centri citati da Fratelli d’Italia sono quelli di Nouakchott e Nouadhibou, in Mauritania. Queste strutture rientrano nel Partenariato operativo congiunto (POC) in Mauritania, un progetto finanziato dall’Unione europea e guidato dalla Fundación para la Internacionalización de las Administraciones Públicas (FIAP), una fondazione pubblica attiva nella cooperazione internazionale e legata Ministero degli Esteri spagnolo. 

L’obiettivo del POC è rafforzare le capacità delle autorità mauritane nel contrasto al traffico di migranti e nella gestione dell’immigrazione irregolare. Il progetto si inserisce nella cooperazione tra Spagna, Unione europea e Mauritania sulla rotta verso le Canarie. In questo contesto, a ottobre 2025 la FIAP ha spiegato di aver riabilitato ed equipaggiato due «Centri di accoglienza temporanea per stranieri», pensati per gestire le persone provenienti da sbarchi in acque mauritane, anche con il coinvolgimento di personale spagnolo già presente nel Paese per attività di pattugliamento e indagine insieme alle autorità locali. Sempre secondo la FIAP, i migranti dovrebbero essere tenuti nei centri dopo lo sbarco per un massimo di 72 ore. In questo periodo dovrebbero essere intervistati per capire se siano vittime di tratta, minori non accompagnati, persone vulnerabili o richiedenti protezione internazionale, così da essere indirizzati alle agenzie competenti.

​​Nella versione diffusa dal governo, dunque, i due centri risultano pensati come strutture temporanee inserite in un progetto di cooperazione tra Mauritania, Spagna e Unione europea. Questo è un elemento di differenza rispetto al protocollo tra Italia e Albania, che è invece un accordo bilaterale tra i due Paesi. Non emerge inoltre che i centri in Mauritania siano sotto giurisdizione spagnola, né che servano a svolgere procedure spagnole di frontiera, asilo o rimpatrio.

Le critiche delle organizzazioni

La versione ufficiale sui centri in Mauritania è stata contestata da alcune organizzazioni che si occupano di migrazioni. In particolare, la fondazione spagnola PorCausa, specializzata in ricerche e inchieste sulle migrazioni, ha criticato duramente le due strutture.

In un’inchiesta pubblicata a novembre 2025 dal giornale spagnolo El Salto – e ripresa anche dall’emittente televisiva France 24 – i centri di Nouakchott e Nouadhibou sono stati definiti «carceri per migranti». Secondo questa ricostruzione, non si tratterebbe di semplici centri di accoglienza temporanea, ma di veri e propri centri di detenzione per migranti, dove potrebbero essere portati anche minori insieme ai familiari.

Le critiche ai due centri si inseriscono in un contesto più ampio di contestazione della gestione dei flussi migratori in Mauritania. In un rapporto pubblicato ad agosto 2025, l’organizzazione non governativa Human Rights Watch ha denunciato abusi commessi dalle autorità mauritane contro migranti e richiedenti asilo durante i controlli migratori, tra cui arresti arbitrari, detenzioni in condizioni inadeguate ed espulsioni collettive. Secondo l’organizzazione, il sostegno fornito negli anni da Spagna e Unione europea alla Mauritania per il controllo della rotta verso le Canarie rientra in una politica di esternalizzazione delle frontiere, che aumenta il rischio di violazioni dei diritti delle persone migranti.

Le differenze con il modello Albania

Le critiche sui centri in Mauritania sono state respinte dal Ministero dell’Interno spagnolo. In risposta alle domande sollevate da Pagella Politica, il ministero ha dichiarato che «la Spagna non ha centri di detenzione per migranti in Paesi terzi» e ha aggiunto che il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska «ha espresso più volte la sua contrarietà a soluzioni di questo tipo, sostenendo sempre una politica migratoria preventiva basata sulla cooperazione con i Paesi di origine e di transito». Questa sua posizione è effettivamente coerente con alcune dichiarazioni pubbliche rilasciate dal ministro negli anni. 

I centri in Mauritania e quelli in Albania hanno un elemento in comune: entrambi rientrano nel più ampio dibattito sull’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori, cioè sul coinvolgimento di Paesi terzi nel controllo delle partenze, nell’accoglienza o nelle procedure di rimpatrio. 

Si tratta di un tema discusso anche a livello europeo. Nel maggio 2024, per esempio, 15 governi dell’Unione europea – tra cui l’Italia, ma non la Spagna – hanno chiesto alla Commissione europea di valutare nuove soluzioni contro l’immigrazione irregolare, compresi accordi con Paesi terzi e meccanismi di transito fuori dal territorio dell’Unione. 

Al di là di questa somiglianza generale, però, i due casi sono piuttosto differenti. Nel caso italiano, i centri in Albania sono previsti da un protocollo bilaterale che assegna all’Italia la gestione delle strutture. Le aree albanesi sono equiparate alle zone di frontiera italiane e lì possono essere svolte procedure previste dalla normativa italiana ed europea, tra cui l’esame accelerato delle domande d’asilo e le procedure di rimpatrio.

Nel caso della Mauritania, invece, i due centri sono presentati dalle fonti ufficiali come strutture temporanee inserite in un progetto di cooperazione con le autorità locali. Secondo la FIAP, servono a gestire persone provenienti da sbarchi in acque mauritane, che dovrebbero restare nei centri per un massimo di 72 ore ed essere poi indirizzate alle strutture competenti. Non risulta che siano centri sotto giurisdizione spagnola, né che vi si svolgano procedure spagnole di frontiera, asilo o rimpatrio. 

C’è poi un’altra differenza rilevante. Dopo le modifiche introdotte dal governo Meloni, nel centro di Gjadër possono essere trasferiti anche migranti già trattenuti nei CPR italiani, e non più soltanto persone soccorse o intercettate in mare. Dalle fonti disponibili non emerge invece che i centri in Mauritania possano essere usati per trasferire persone già presenti in Spagna e in attesa di rimpatrio. Insomma, è vero che i centri in Mauritania e quelli in Albania rientrano entrambi in una strategia di controllo dei flussi migratori fuori dai confini nazionali, con il coinvolgimento di Paesi terzi. Questo elemento comune, però, non basta per dire che la Spagna abbia copiato il modello Albania. Le differenze sulla giurisdizione, sulle persone coinvolte e sulle procedure svolte sono rilevanti. La dichiarazione di Fratelli d’Italia, secondo cui la Spagna starebbe copiando il modello Albania, non tiene conto di questi elementi e risulta quindi fuorviante.

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