Come può cambiare la legge che rischia di decidere le prossime elezioni

A meno di due anni dal voto, si è riaperto il dibattito intorno alla legge elettorale, che divide sia i partiti al governo sia quelli all’opposizione
Ansa
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Nelle ultime settimane, nella maggioranza di centrodestra è tornata al centro del dibattito l’ipotesi di cambiare la legge elettorale con cui si voterà alle prossime elezioni politiche, al momento previste nel 2027. Alle elezioni del settembre 2022 gli elettori italiani hanno votato con il Rosatellum, un sistema elettorale misto, in parte proporzionale e in parte maggioritario, che presenta diversi problemi e che negli ultimi anni è stato criticato da più forze politiche.

Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di inizio anno del 9 gennaio, ha parlato di una possibile riforma, affermando che sul tema sono in corso «interlocuzioni con l’opposizione» in Parlamento. «Per noi l’obiettivo è cercare che ci sia una composizione più possibile ampia su una cosa che dovrebbe interessare a tutti. Perché il tema non è solo fare una legge che garantisca il rispetto del voto popolare, ma anche fare una legge che garantisca una stabilità a chi dovesse vincere le elezioni», ha aggiunto Meloni. «E questo non è mica solo un problema mio, anzi potrebbe essere un problema molto più significativo per l’opposizione. Credo che tutti dovrebbero avere interesse a fare una legge di questo tipo».

Dietro queste dichiarazioni, però, il quadro è più complesso di quanto appaia. Cambiare il modo in cui i voti delle cittadine e dei cittadini si trasformano in seggi parlamentari equivale, di fatto, a modificare le regole del gioco. Per questo motivo ogni partito tende a sostenere il sistema che ritiene più favorevole ai propri interessi elettorali, e questa dinamica sta creando tensioni non solo tra maggioranza e opposizioni, ma anche all’interno della stessa coalizione di governo.

Le regole in vigore

Per comprendere meglio le ragioni dello scontro, bisogna partire dal funzionamento della legge elettorale attualmente in vigore.

Il Rosatellum è stato approvato a novembre 2017, durante il governo guidato da Paolo Gentiloni, e prende il nome da Ettore Rosato, oggi vicesegretario di Azione, che all’epoca era capogruppo del Partito Democratico alla Camera e uno dei principali promotori della legge. È stato utilizzato per la prima volta alle elezioni politiche del 2018. La norma precedente, l’Italicum, approvata nel 2015 sotto il governo Renzi, era stata in parte dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale, rendendo necessaria l’adozione di un nuovo sistema.

In linea generale, le leggi elettorali possono basarsi su due modelli principali: quello maggioritario e quello proporzionale. Il Rosatellum combina entrambi. Circa il 61 per cento dei seggi in Parlamento, pari a 366 posti, viene assegnato con metodo proporzionale nei collegi plurinominali: i partiti presentano liste di candidati e ottengono seggi in proporzione ai voti ricevuti, senza che gli elettori possano esprimere preferenze sui singoli nomi. Un altro 37 per cento dei seggi, pari a 222, viene invece attribuito con metodo maggioritario nei collegi uninominali, dove ogni partito o coalizione presenta un solo candidato e vince chi ottiene anche un solo voto in più degli altri. Il restante 2 per cento dei seggi, 12 in tutto, è assegnato con un sistema proporzionale che prevede le preferenze.

Questo assetto favorisce le coalizioni capaci di presentarsi in modo compatto nei collegi uninominali, dove spesso poche migliaia di voti possono determinare la vittoria o la sconfitta. Di conseguenza, a parità di consenso nazionale, il grado di unità tra alleati può produrre differenze rilevanti nel numero di seggi ottenuti. Allo stesso tempo, la necessità di costruire alleanze rende i governi più fragili: l’uscita di un partito anche piccolo può far perdere la maggioranza parlamentare e portare alla caduta del governo.

L’ipotesi del proporzionale

È in questo contesto che si colloca la proposta, attribuita a Fratelli d’Italia e al governo, di superare i collegi uninominali e puntare su un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza. L’idea sarebbe quella di distribuire i seggi in base ai voti, ma garantendo alla coalizione vincente un numero aggiuntivo di parlamentari sufficiente a ottenere la maggioranza assoluta. Secondo fonti stampa, la prima bozza prevederebbe un premio del 55 per cento dei seggi per chi supera il 40 per cento dei voti, con la possibilità di salire al 60 per cento in caso di risultato intorno al 45 per cento.

L’obiettivo dichiarato è ridurre il rischio di un Parlamento senza una maggioranza chiara. Nella stessa conferenza stampa di inizio anno, Meloni ha sostenuto che anche l’opposizione avrebbe interesse a una riforma di questo tipo, affermando che la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, ma non solo lei, «dovrebbe vedere favorevolmente una riforma», perché rappresenterebbe «un vantaggio ancora più importante per l’opposizione rispetto che per la maggioranza», visto che «la partita sarebbe più che aperta con una riforma di questo tipo».

Molti osservatori, tuttavia, interpretano la proposta come una mossa difensiva del centrodestra. Nonostante i sondaggi nazionali continuino a indicare la coalizione in vantaggio, in diverse aree del Paese, soprattutto nel Sud, le recenti elezioni regionali hanno mostrato una maggiore forza dei partiti di opposizione, che potrebbero conquistare numerosi collegi uninominali in caso di alleanza. Eliminare questa componente del sistema ridurrebbe tale rischio. Non a caso, le opposizioni hanno criticato duramente l’ipotesi. «Il dibattito è partito dopo le regionali, quando nel centrodestra si è diffusa la paura di perdere i collegi uninominali al Sud. Le regole non si cambiano per convenienza», ha dichiarato al Quotidiano Nazionale il senatore del Partito Democratico Dario Parrini.

Il dibattito nella maggioranza

Le difficoltà, però, non riguardano solo i rapporti con l’opposizione. Anche dentro la maggioranza la proposta crea tensioni, in particolare per Forza Italia e Lega. Entrambi i partiti dispongono di roccaforti territoriali dove, grazie ai collegi uninominali, riescono a eleggere parlamentari anche con percentuali di voto relativamente basse a livello nazionale. Forza Italia, per esempio, mantiene una certa influenza in Calabria e Sicilia, mentre la Lega controlla collegi considerati sicuri in Veneto e Lombardia.

Con un sistema proporzionale puro, questi vantaggi territoriali verrebbero meno. I sondaggi più recenti collocano Fratelli d’Italia intorno al 30 per cento, mentre Forza Italia e Lega sono circa all’8 per cento. In un simile scenario, la distribuzione dei seggi rispecchierebbe più fedelmente questi rapporti di forza, penalizzando i due alleati minori a vantaggio del partito di Meloni.

Non sorprende quindi che esponenti di entrambi i partiti abbiano invitato alla prudenza. Il 12 gennaio il deputato della Lega Stefano Candiani ha dichiarato a SkyTG24 che per il suo partito la riforma della legge elettorale «non è una priorità». Il segretario di Forza Italia Antonio Tajani ha espresso una posizione simile, sostenendo che «in cima all’elenco delle nostre priorità c’è il referendum» costituzionale sulla giustizia. «Se serve più tempo per la legge elettorale prendiamocelo, l’importante è non litigare durante la campagna per il Sì alla separazione delle carriere», ha aggiunto Tajani. 

Le perplessità riguardano anche un altro punto: la possibile indicazione, sulla scheda elettorale, del candidato presidente del Consiglio per ogni coalizione. Una scelta che rafforzerebbe ulteriormente l’immagine di Meloni come leader del centrodestra e che viene vista con sospetto dagli alleati. 

Su questo tema sono critiche anche alcune forze di opposizione. Il segretario di Più Europa Riccardo Magi ha parlato di un «premierato di fatto, attraverso una legge elettorale e non con una riforma costituzionale», aggiungendo: «Dicono di essere per il popolo, ma tolgono ai cittadini qualsiasi diritto di scegliere». Con “premierato” si fa riferimento alla riforma costituzionale proposta dal governo per introdurre l’elezione diretta del presidente del Consiglio, che difficilmente verrà approvata entro la fine della legislatura.

Il modello delle regionali

Nonostante queste divergenze, un possibile punto di mediazione potrebbe essere proprio il premio di maggioranza. Secondo alcune indiscrezioni, questo potrebbe essere suddiviso in parti uguali tra tutti i partiti della coalizione vincente, consentendo a Forza Italia e Lega di compensare almeno in parte la perdita dei collegi uninominali.

Il presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, Alberto Balboni, ha difeso pubblicamente questa impostazione. Il 13 gennaio, in un’intervista con Affaritaliani, ha affermato che «la legge elettorale non è una priorità per Fratelli d’Italia, lo è per l’Italia» e ha indicato come modello di riferimento quello delle elezioni regionali, che combina proporzionale e premio di maggioranza. «Il modello delle regionali sarebbe una soluzione ottimale per garantire insieme governabilità (con il premio di maggioranza) e rappresentatività (con il metodo proporzionale). Chi vuole tenere bloccato il sistema non vuole il bene dell’Italia e nemmeno di una sana democrazia dell’alternanza», ha detto Balboni.

Nelle regioni, infatti, il sistema elettorale prevede l’elezione diretta del presidente, un’assegnazione proporzionale dei seggi e un premio di maggioranza alla coalizione vincente, sulla base di una legge nazionale approvata nel 2004.

Al di là dei contenuti della riforma, resta il tema dei tempi. Fratelli d’Italia appare il partito più determinato ad accelerare. Secondo fonti stampa, il responsabile organizzativo del partito Giovanni Donzelli vorrebbe presentare una proposta di legge già a febbraio, prima del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati previsto per il 22 e 23 marzo.

Il problema della CEDU

Questa fretta è legata anche a un contenzioso pendente davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel 2023 Mario Staderini, ex segretario dei Radicali italiani, ha presentato un ricorso, dichiarato ammissibile, contro alcune modifiche apportate al Rosatellum tra il 2019 e il 2022, sostenendo che abbiano violato il principio di stabilità delle regole elettorali, poiché introdotte a pochi mesi dal voto del 2022.

A dicembre 2024 la CEDU ha chiesto un parere alla Commissione di Venezia, un organismo consultivo del Consiglio d’Europa che «assiste gli Stati nel consolidamento e rafforzamento delle istituzioni democratiche». La Commissione ha valutato negativamente i cambiamenti frequenti o approvati nell’anno precedente alle elezioni e ha indicato settembre 2026 come termine massimo per intervenire sulle regole, a condizione di un confronto pubblico approfondito. In Italia non esiste oggi un divieto formale di modificare la legge elettorale a ridosso del voto, ma se il ricorso dovesse essere accolto, una riforma approvata meno di un anno prima delle elezioni potrebbe entrare in conflitto con l’articolo 117 della Costituzione, che impone il rispetto degli obblighi internazionali.

Lo stallo nell’opposizione

Oltre al rischio giuridico, c’è una questione di calendario parlamentare. L’iter di una legge elettorale è complesso e potrebbe richiedere molti mesi. Per questo Meloni ha invitato tutte le forze politiche a collaborare, avvertendo che, in caso di rifiuto, la maggioranza potrebbe procedere da sola. Formalmente è possibile, perché si tratta di una legge ordinaria, che non richiede una maggioranza qualificata.

La ministra per le Riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati ha dichiarato il 14 gennaio a la Repubblica che «formalmente non c’è un tavolo» con le opposizioni, ma che tutti i partiti saranno ascoltati. Ha anche confermato che, in mancanza di un accordo, il centrodestra è pronto ad approvare la riforma autonomamente.

Dal punto di vista politico, però, una legge elettorale voluta solo dalla maggioranza rischierebbe di apparire come uno strumento di parte. Per questo le opposizioni mantengono un atteggiamento prudente, anche perché i loro interessi non sono del tutto omogenei. Un sistema che rafforzi il partito principale di ogni coalizione potrebbe favorire Fratelli d’Italia, ma anche il Partito Democratico nel centrosinistra. Il Movimento 5 Stelle, storicamente favorevole al proporzionale puro, oggi potrebbe invece trarre vantaggio dai collegi uninominali nel Sud. Una soglia di sbarramento bassa sarebbe invece utile a partiti più piccoli come Azione, Italia Viva e Più Europa.

In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni della deputata di Azione Elena Bonetti, a SkyTG24: «Innanzitutto le regole le si deve scrivere insieme, penso che le opposizioni debbano stare al tavolo con la maggioranza e che la maggioranza debba convocare le opposizioni». «Dopodiché per noi una legge elettorale che favorisca la fine di un insostenibile bipolarismo ormai finto, nel senso che è privo di quella necessaria capacità di governo del Paese, è la benvenuta, anzi la necessaria», ha aggiunto Bonetti.

Di segno opposto il giudizio del deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Filiberto Zaratti, secondo cui «vogliono cambiare la legge esistente, ma hanno grandi problemi al loro interno». «Si mettano d’accordo», ha dichiarato Zaratti. «Prima di interrogarsi su quali siano gli obiettivi della sinistra chiariscano i loro, e si tolgano poi dalla testa eventuali colpi di mano verso la fine della legislatura».

Una situazione complessa

Nel complesso, il ritorno della legge elettorale al centro del dibattito politico dipende dall’intreccio di più fattori: le tensioni nel centrodestra, l’incertezza sulla posizione delle opposizioni, i vincoli legati al calendario e al ricorso pendente alla CEDU, e l’avvicinarsi della fine della legislatura, che rende ogni riforma più difficile.

Molti nodi restano aperti. Non è chiaro se i collegi uninominali verranno eliminati, come verranno compensati gli alleati di Fratelli d’Italia, né fino a che punto la riforma rafforzerà il ruolo del partito di Meloni, anche attraverso l’eventuale indicazione del candidato premier sulla scheda. Allo stesso tempo, le opposizioni non hanno ancora una linea comune e attendono un testo concreto su cui confrontarsi.

È quindi probabile che nelle prossime settimane il confronto entri in una fase più tecnica e meno dichiarativa: soglie per il premio di maggioranza, percentuali di seggi garantiti, spazio per i partiti medi e piccoli, e percorso parlamentare da seguire per evitare che la riforma venga percepita come una mossa di convenienza. Al di là delle soluzioni specifiche, resta una questione politica di fondo: cambiare le regole del gioco richiede almeno un minimo di condivisione, perché una legge elettorale approvata solo dalla maggioranza può essere formalmente valida, ma rischia di essere fragile sul piano della legittimazione politica.

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