Schlein non dice la verità sugli inattivi: non c’è stato un aumento record

Secondo la segretaria del PD, non si è «mai vista» una crescita così alta di chi non ha un lavoro e non lo cerca. Ma i numeri la smentiscono
ANSA/FABIO CIMAGLIA
ANSA/FABIO CIMAGLIA
Il 10 gennaio, in un’intervista a la Repubblica, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha accusato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni di manipolare i dati sull’occupazione. «Usa solo quelli che le piacciono», ha detto. Secondo Schlein, l’ISTAT «segnala una crescita degli inattivi mai vista, persone che nemmeno cercano più lavoro perché hanno perso la speranza».

I dati disponibili, però, smentiscono questa affermazione. Di recente c’è stato effettivamente un aumento degli inattivi, ma non si tratta né di un aumento eccezionale né di un record storico.

Dietro il dato festeggiato dal governo

L’ISTAT ha pubblicato i dati più aggiornati sul mercato del lavoro l’8 gennaio, due giorni prima dell’intervista di Schlein. Questi numeri sono stati accolti positivamente da diversi esponenti del governo, compresa Meloni, perché mostrano un nuovo calo del tasso di disoccupazione. A novembre 2025 il tasso era pari al 5,7 per cento, il valore più basso da quando esistono le serie mensili.

Nello stesso comunicato, però, l’ISTAT ha evidenziato anche altri due aspetti: a novembre il tasso di occupazione è sceso dal 62,7 al 62,6 per cento, e il tasso di inattività è salito dal 33,3 al 33,5 per cento.

Questo significa che una parte delle persone che prima lavoravano o cercavano un impiego non rientra più in nessuna di queste due categorie ed è uscita dal mercato del lavoro. Per questo motivo il tasso di disoccupazione può diminuire anche se non aumenta il numero di persone che lavorano. Chi ha un lavoro è infatti classificato come “occupato”, chi lo cerca attivamente come “disoccupato”, mentre chi non lavora e non cerca un impiego viene considerato “inattivo”.

Di conseguenza, guardare solo al tasso di disoccupazione può essere fuorviante: lo stesso risultato può dipendere sia da più persone che trovano lavoro, sia da più persone che smettono di partecipare al mercato del lavoro.

Per avere un’idea più concreta delle dimensioni del fenomeno, a novembre 2025 in Italia c’erano circa 24,2 milioni di occupati, quasi 1,5 milioni di disoccupati e 12,4 milioni di inattivi.

I numeri veri sull’aumento degli inattivi

Chiarito questo, resta il punto centrale della dichiarazione di Schlein. Anche tenendo conto dei segnali negativi presenti nei dati sull’occupazione, l’aumento degli inattivi registrato a novembre 2025 non è un record e non può essere definito «mai visto».

In termini assoluti, a novembre gli inattivi sono aumentati di 72 mila unità rispetto a ottobre. Va però ricordato che, trattandosi di dati mensili, queste variazioni possono oscillare molto da un mese all’altro. Per esempio, a settembre 2025 gli inattivi erano diminuiti di 85 mila unità rispetto ad agosto, a ottobre erano calati di 2 mila, e a novembre sono cresciuti per l’appunto di 72 mila. Considerati insieme, questi movimenti portano a un saldo complessivo tra agosto e novembre di circa 15 mila inattivi in meno, quindi a un livello sostanzialmente stabile.

Il grafico seguente mostra, per ogni mese tra gennaio 2004 (quando iniziano le serie storiche dell’ISTAT) e novembre 2025, di quanto è cresciuto o diminuito il numero degli inattivi rispetto al mese precedente. L’aumento di 72 mila unità registrato a novembre 2025 non è tra i più elevati: in 47 mesi, di cui cinque durante il governo Meloni, l’incremento mensile è stato superiore.
Lo stesso vale se si guarda alle variazioni percentuali. A novembre il numero degli inattivi è cresciuto dello 0,6 per cento. Dal 2004 in poi, in 33 mesi, di cui cinque sotto l’attuale governo, l’aumento mensile è stato più alto.

Inoltre, nel confronto su base annua, a novembre 2025 gli inattivi erano 35 mila in meno rispetto a novembre 2024. E rispetto a ottobre 2022, il mese di insediamento del governo Meloni, erano 287 mila in meno. In altre parole, al di là delle oscillazioni mensili, il numero complessivo degli inattivi oggi è più basso di un anno fa e anche rispetto all’inizio dell’attuale legislatura.
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Com’è cambiata la situazione con il governo Meloni

Il grafico seguente mostra come sono cambiati, a partire da ottobre 2022, il tasso di occupazione, il tasso di disoccupazione e il tasso di inattività, usando i valori di quel mese come base 100.
Nei tre anni successivi, proseguendo una dinamica iniziata nel 2021, il tasso di occupazione è cresciuto lentamente ma in modo continuo, con piccole oscillazioni mensili, rimanendo sempre sopra il livello iniziale. Il tasso di disoccupazione è invece diminuito in modo marcato e quasi costante, soprattutto tra il 2023 e il 2024, e nel 2025 si è mantenuto su valori stabilmente più bassi. Il tasso di inattività, al contrario, non ha mostrato una direzione precisa: dopo una lieve diminuzione nel 2023, è risalito in parte nel 2024 e nel 2025 ha continuato a oscillare attorno ai livelli di ottobre 2022, senza allontanarsene in modo significativo.

Guardando al periodo più lungo, dal 2004 a oggi, il tasso di inattività in Italia è stato per molti anni più alto di quello attuale, con valori spesso compresi tra il 37 e il 39 per cento tra la seconda metà degli anni Duemila e l’inizio degli anni Dieci. Dopo una lunga fase di calo graduale, interrotta solo dal forte aumento registrato durante la pandemia nel 2020, l’indicatore è tornato a scendere e negli ultimi due anni si è stabilizzato attorno al 33-34 per cento, su livelli tra i più bassi dell’intera serie storica.
Nonostante i recenti miglioramenti, l’Italia continua ad avere un mercato del lavoro più debole rispetto al resto dell’Unione europea: secondo Eurostat, è il Paese con il tasso di occupazione più basso e, allo stesso tempo, con il tasso di inattività più alto. Il fatto che 13 Paesi Ue abbiano un tasso di disoccupazione superiore a quello italiano non contraddice questo quadro, perché una parte consistente della popolazione in Italia non risulta né occupata né in cerca di lavoro, e quindi non viene conteggiata tra i disoccupati.

In sintesi, nel criticare il governo per un uso selettivo dei dati, Schlein finisce per fare qualcosa di simile: prende un aumento reale ma contenuto degli inattivi e lo presenta come un evento eccezionale, che però i numeri dell’ISTAT non confermano.

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