Il fact-checking di Meloni sull’Iran e il Consiglio europeo

Abbiamo verificato 14 dichiarazioni fatte dalla presidente del Consiglio nelle sue comunicazioni in Parlamento. In alcuni casi è stata attendibile, in altri no
ANSA
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L’11 marzo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tenuto le comunicazioni, prima al Senato e poi alla Camera, sulla situazione in Medio Oriente, dopo l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran e la risposta militare iraniana. Nei suoi discorsi, Meloni ha anche affrontato i temi della prossima riunione del Consiglio europeo in programma il 19 e 20 marzo 2026, e ha replicato alle domande dei deputati. Sia alla Camera che al Senato sono state poi votate una serie di risoluzioni che impegnano il governo su diversi temi riguardanti la crisi in Medio Oriente. 

Dal nucleare iraniano all’uso delle basi NATO, passando per il dibattito sulle accise, abbiamo verificato 14 dichiarazioni della presidente del Consiglio, che in alcuni casi è stata attendibile, mentre in altri è stata imprecisa.

Fratelli d’Italia e la guerra in Ucraina

«Da leader dell’unica forza politica di opposizione al governo Draghi non esitai a schierarmi con un governo che politicamente contrastavo senza sconti nelle ore drammatiche dell’aggressione russa all’Ucraina»

Dopo l’invasione da parte della Russia, Meloni e Fratelli d’Italia hanno da subito espresso sostegno all’Ucraina e all’inivio di aiuti militari al Paese. Sul piano parlamentare, a marzo 2022, alla Camera, Fratelli d’Italia ha votato a favore del primo decreto-legge per l’inivio di armi all’Ucraina, insieme con la maggioranza che sosteneva il governo. Al Senato, invece, ha votato contro perché lì il voto sul decreto corrispondeva al voto di fiducia nei confronti del governo. 

All’epoca comunque Fratelli d’Italia non era l’unico partito di opposizione al governo Draghi. Anche Sinistra Italiana, guidata da Nicola Fratoianni, non sosteneva il governo. A differenza di Fratelli d’Italia, Sinistra Italiana si era espressa contro l’invio di aiuti militari all’Ucraina.

Il territorio ucraino occupato dalla Russia

«Dopo mesi di scarsissimi progressi sul campo, nel mese di febbraio 2026 la Russia ha perso più territori di quanti ne abbia conquistati. In sostanza, a febbraio si è ridotta la percentuale di territorio ucraino sotto controllo russo»

Da quando è iniziata la guerra in Ucraina, una delle fonti più autorevoli e citate dai media internazionali e italiani sullo stato del conflitto è l’Institute of the study of war (ISW), un centro indipendente di studi militari non a scopo di lucro con sede negli Stati Uniti. Secondo i dati più aggiornati dell’ISW, la percentuale di territorio ucraino sotto il controllo russo è rimasta relativamente costante dal 2023 al 2025: «Le forze russe controllavano tra il 17,9 e il 18,52 per cento dell’Ucraina nel 2023 e nel 2024, e questa cifra è salita al 19,32 per cento entro la fine del 2025». In termini assoluti, quest’ultima percentuale corrisponde a circa 116 mila chilometri quadrati sui 604 mila di estensione dell’Ucraina.

Sempre l’ISW lo scorso 3 marzo ha pubblicato una valutazione secondo cui nelle ultime due settimane di febbraio le forze ucraine avevano liberato più territorio di quanto ne avevano perso, per la prima volta dalla controffensiva dell’estate 2023, in linea con quanto dichiarato da Meloni. Si tratta comunque di un guadagno di territorio piuttosto ridotto rispetto al territorio complessivo sotto il controllo russo.

Il nucleare iraniano

«Se da una parte la leadership iraniana ha sempre negato di volersi dotare di un’arma nucleare, dall’altra la repubblica islamica – come riferito dal direttore dell’agenzia atomica delle nazioni unite Rafael Grossi – procede ad arricchire l’uranio fino a una purezza del 60 per cento, un livello che qualsiasi esperto della materia riconosce essere molto più alto di quello necessario per gli usi civili del nucleare e molto vicino a quello necessario a fabbricare una bomba atomica»

La ricostruzione di Meloni è sostanzialmente corretta. Lo scorso 3 marzo, Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), ha scritto su X che non ci sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare, sebbene ci sia «seria preoccupazione» per il fatto che l’Iran non concede pieno accesso agli ispettori dell’AIEA. Per questo, Grossi ha scritto che l’AIEA non è in grado di assicurare che il programma nucleare iraniano sia esclusivamente per fini pacifici. Qualche giorno dopo, il 9 marzo, Grossi ha aggiunto che gran parte dell’uranio iraniano arricchito al 60 per cento — a un livello molto vicino a quello necessario per un’arma nucleare  — probabilmente è ancora nel complesso di tunnel di Isfahan, considerato uno dei principali luoghi di stoccaggio dell’uranio nel Paese.

L’accordo tra Spagna e Stati Uniti

«Anche il governo spagnolo, di cui tanto si parla, ha detto tramite il suo portavoce che esiste un accordo bilaterale tra Spagna e Stati Uniti e al di fuori di quell’accordo non ci sarà alcun utilizzo delle basi spagnole»

Il 4 marzo, cinque giorni dopo l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che il governo spagnolo avrebbe accettato di collaborare con l’esercito statunitense nelle operazioni militari. Lo stesso giorno, in un’intervista radiofonica all’emittente spagnola Cadena SER, il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha però smentito queste parole. «Esiste un accordo bilaterale, e al di fuori di tale accordo bilaterale non ci sarà alcun utilizzo di basi sovrane spagnole», ha dichiarato Albares. La dichiarazione citata da Meloni corrisponde dunque alla posizione espressa dal governo spagnolo.

La basi militari in Italia

«Le basi concesse agli americani in Italia dipendono da accordi che risalgono al 1954, e che sono stati sempre aggiornati da governi di ogni colore. Secondo quegli accordi ci sono autorizzazioni tecniche quando si parla di logistica e di operazioni non cinetiche che non comportano, semplificando, dei bombardamenti. Nel caso in cui dovessero giungere richieste di uso delle basi per altre attività la competenza a decidere se concedere o meno quell’utilizzo spetterebbe, sempre in virtù di quegli accordi, al governo. Ma su questo punto ribadisco con chiarezza la posizione che il governo ha già espresso: la decisione, in quel caso, per noi spetterebbe al Parlamento»

Come abbiamo spiegato in un altro approfondimento, gli accordi stipulati nel 1954 tra Italia e Stati Uniti che regolano l’uso delle basi statunitensi in Italia – e che sono in parte segreti – lasciano ampi margini di discrezionalità nelle decisioni. L’assenza di un parere vincolante del Parlamento è confermata anche da un memorandum del 1995 tra Stati Uniti e Italia. Proprio per questo il ruolo del Parlamento non è definito con chiarezza e resta incerto. 

Di conseguenza, l’idea che la decisione spetti al Parlamento rappresenta più una posizione politica del governo che una regola esplicitamente prevista dagli accordi.

L’Europa e i centri in Albania

«L’Europa ci dice chiaramente e nero su bianco che il governo italiano ha tutto il diritto di far funzionare i centri in Albania, proprio perché il meccanismo che abbiamo messo appunto è pienamente in linea con il diritto internazionale ed europeo». 

Qui Meloni la fa troppo semplice. Il 27 febbraio un portavoce della Commissione europea ha spiegato che la Commissione è in contatto con le autorità italiane e sta monitorando l’attuazione del protocollo che regola il trasferimento di migranti dall’Italia all’Albania. «Nel complesso posso affermare che l’attuazione del protocollo è coerente con le norme dell’Ue», ha fatto sapere il portavoce. 

I centri in Albania a cui fa riferimento Meloni fanno parte di un protocollo firmato tra Italia e Albania nel 2023. In base all’accordo, l’Italia ha costruito in Albania due strutture, dove inizialmente dovevano essere trasferiti uomini adulti soccorsi in mare da navi delle autorità italiane e provenienti da Paesi considerati “sicuri”. In questi centri, le autorità italiane esaminano la loro domanda e durante questo processo i migranti restano trattenuti nel centro, con l’obiettivo di arrivare a una decisione più rapida rispetto alla procedura ordinaria. In seguito, il governo ha però modificato il protocollo di intesa con l’Albania, per consentire il trasferimento nei centri in Albania anche dei migranti già trattenuti nei Centri di permanenza per i rimpatri (CPR) italiani. La decisione del governo era stata presa per far funzionare i centri, visto che nei mesi precedenti diversi tribunali avevano più volte annullato i provvedimenti di trattenimento dei migranti, che sono stati quindi riportati in Italia. In seguito, però in diversi altri casi hanno continuato a bloccare il trattenimento dei migranti nei centri.

A febbraio il Parlamento europeo ha poi approvato alcune modifiche alle norme europee sulle procedure di asilo, con l’obiettivo di rendere più rapido l’esame delle domande. Queste regole non riguardano in modo specifico i centri previsti dal protocollo tra Italia e Albania, ma definiscono il quadro generale entro cui gli Stati dell’Unione possono collaborare con Paesi terzi nella gestione delle domande di asilo. 

In questo scenario, proprio l’11 marzo la Corte d’Appello di Roma ha sollevato dubbi sulla legittimità del protocollo tra Italia e Albania. La Corte d’Appello ha fatto sapere di essere in attesa di una decisione da parte della Corte di Giustizia dell’Unione europea su una serie ricorsi presentati dalla stessa corte in merito alla possibilità di trasferire nei centri in Albania anche i migranti già presenti nei CPR italiani.

Le sentenze sui migranti

«Come accaduto nel recente caso dei migranti irregolari, condannati per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso, violenza sessuale di gruppo e – ed è molto desolante doverlo raccontare – violenza sessuale su minore, che per i giudici non possono essere trattenuti nè rimpatriati perchè hanno fatto strumentalmente richiesta di protezione internazionale. Decisioni che non trovano giustificazioni nella normativa italiana, nella normativa europea e neppure nel buon senso»

Meloni ha fatto riferimento ad alcune recenti decisioni con cui alcuni tribunali hanno respinto il trattenimento di alcuni richiedenti asilo nei centri per migranti in Albania. Al di là delle opinioni sull’uso più o meno «strumentale» della richiesta di protezione internazionale, le decisioni dei giudici non sono prive di fondamento giuridico, come ha fatto intendere Meloni. 

Come abbiamo spiegato in un nostro articolo, la Corte d’Appello di Roma ha respinto dei trattenimenti in Albania sulla base della cosiddetta “Direttiva Procedure” dell’Unione europea, che stabilisce un principio chiaro: chiunque faccia richiesta di asilo ha il diritto di rimanere «nello Stato membro» finché non riceve una risposta ufficiale sulla sua domanda. Il punto è che l’Albania non fa parte dell’Unione europea e, di conseguenza, portare lì un richiedente asilo significa privarlo di questo diritto garantito dall’Europa. Se una norma interna – come il protocollo Italia-Albania – è in conflitto con una norma europea, il giudice deve disapplicarla per garantire che il diritto dell’Unione europea rimanga sovrano rispetto al diritto nazionale, come previsto dalla Costituzione.

L’accisa mobile

«Il meccanismo (dell’accisa mobile) era stato introdotto nel 2008 ma era oggettivamente di difficilissima applicazione. E voi lo sapete bene perché quando ci fu la crisi dei carburanti durante il governo Draghi, il governo Draghi non potè attivare quel meccanismo perchè era sostanzialmente inattivabile e dovette procedere con iniziative e provvedimenti autonomi»

Negli ultimi giorni i partiti di opposizione hanno chiesto al governo di attivare il meccanismo della cosiddetta “accisa mobile” per far fronte ai rincari dei prezzi dei carburanti in seguito alla nuova crisi in Medio Oriente. L’accisa mobile è un meccanismo introdotto nel 2007 dal secondo governo di Romano Prodi. 

Senza entrare troppo nei dettagli, con questo meccanismo i ministeri dell’Economia e dell’Ambiente possono stabilire una riduzione dell’accisa sui carburanti nel caso di un aumento del prezzo dei carburanti oltre una determinata soglia. La riduzione dell’accisa viene compensato dal cosiddetto “extragettito IVA”, ossia i maggiori ricavi ottenuti dallo Stato con l’IVA per via dell’aumento dei prezzi. L’accisa mobile è stata però utilizzata poco dai diversi governi. Come evidenziato da alcuni osservatori, il meccanismo introdotto dal governo Prodi era particolarmente complicato da applicare e non sempre conveniente. Così, il governo Meloni nel 2023 ha modificato i requisiti per applicare l’accisa mobile, rendendoli meno stringenti. 

Al contrario però di quanto ha affermato la presidente del Consiglio, il governo Draghi ha fatto ricorso all’accisa mobile. Seppur per un periodo limitato di tempo, tra marzo e aprile 2022, il Ministero dell’Economia e quello della Transizione ecologica avevano approvato un decreto attivando l’accisa mobile e riducendo di circa 9 centesimi al litro l’accisa sulla benzina e sul diesel. A questo sconto si è aggiunta poi la riduzione delle accise approvata dal governo Draghi e più volte prorogata dal governo Meloni fino alla fine del 2022.

Gli impegni del PNRR

«È ingeneroso dire che abbiamo aumentato le accise, noi abbiamo allineato le accise. Noi abbiamo allineato le accise perché avevamo un impegno che il precedente governo, i precedenti governi avevano inserito tra gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza» 

Qui Meloni sbaglia quando parla del PNRR. Con un decreto-legislativo approvato a marzo 2025 e poi con la legge di Bilancio per il 2026 il governo ha pareggiato l’accisa sul diesel e la benzina, alzando quella sul gasolio e abbassando quella sulla benzina per allinearle a 67 centesimi di euro al litro. È vero anche che il governo ha allineato l’accisa sui carburanti per rispettare anche gli obiettivi fissati dal PNRR. In particolare, il PNRR prevede di individuare 2 miliardi di euro di sussidi ambientalmente dannosi da ridurre entro il 2026, e ulteriori 3,5 miliardi entro il 2030. Ma questo accordo non è stato inserito dai precedenti governi.

L’impegno infatti fa parte della missione 7 del PNRR, inserita dal governo Meloni con la revisione del PNRR approvata nel 2023 per introdurre nel piano il REPower EU. Questo è il piano presentato a maggio 2022 dalla Commissione Ue per porre fine alla dipendenza dell’Unione europea dai combustibili fossili della Russia. Nella versione precedente del PNRR, quella approvata sotto il governo Draghi a luglio 2021, era previsto soltanto un impegno alla «revisione generale della tassazione dei prodotti energetici e delle sovvenzioni inefficienti ai combustibili fossili».

I congedi parentali

«Non più tardi di qualche settimana fa, i sussidi ambientalmente dannosi sono stati messi a copertura per circa 20 miliardi di euro, stimati dalla Ragioneria Generale dello Stato, sul provvedimento per i congedi parentali»

Anche qui Meloni è imprecisa. Il provvedimento a cui fa riferimento è la proposta di legge presentata nel febbraio 2025 dai partiti di opposizione per equiparare i mesi di congedo parentale previsti per madri e padri. Come abbiamo spiegato in un altro approfondimento, la proposta prevedeva effettivamente di coprire i costi della misura con le maggiori entrate derivanti dalla rimodulazione o dall’eliminazione dei cosiddetti sussidi ambientalmente dannosi (SAD). 

Sull’entità delle coperture però Meloni sembra aver fatto confusione. Secondo la Ragioneria generale dello Stato, la misura avrebbe comportato costi pari a circa 3,7 miliardi di euro nel 2026, destinati a crescere negli anni successivi fino a 4,6 miliardi di euro annui dal 2035, ossia somme nettamente inferiori rispetto ai 20 miliardi di euro citati da Meloni. La cifra citata da Meloni sembra avvicinarsi invece al costo complessivo dei SAD per lo Stato, pari a circa 25 miliardi, secondo le stime più aggiornate del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.

La partecipazione al Board of Peace

«L’Italia non è affatto l’unica nazione europea che ha partecipato al Board of Peace. Mi corre l’obbligo di ricordarle che la maggioranza degli Stati europei e la Commissione Europea ha partecipato, come noi, da osservatore al Board of Peace»

Qui Meloni rischia di essere fuorviante. La presidente del Consiglio ha fatto riferimento alla prima riunione, tenutasi a Washington il 19 febbraio, del “Consiglio di pace”, un organismo internazionale promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per coordinare la fase di transizione e ricostruzione della Striscia di Gaza. Come abbiamo spiegato in un nostro articolo, alla prima riunione del Board of Peace hanno partecipato come osservatori 12 Stati membri dell’Unione europea su 27, tra cui l’Italia, quindi non la maggioranza degli Stati come ha affermato Meloni. Nell’elenco dei partecipanti diffuso dall’agenzia Associated Press figurava poi osservatore anche un rappresentante dell’Unione europea. Altri due Paesi dell’Ue, Bulgaria e Ungheria hanno invece aderito a tutti gli effetti all’organismo.

L’iraniano scelto dalle Nazioni Unite

«Un mese dopo che il regime degli ayatollah ha massacrato migliaia di pacifici manifestanti in strada, le Nazioni Unite hanno scelto come vicepresidente della commissione che tra le altre cose si occupa di lotta alla violenza un esponente del regime iraniano»

Al di là delle legittime opinioni politiche, Meloni ha sostanzialmente ragione. Il riferimento di Meloni è alla Commissione per lo Sviluppo sociale dell’ONU, che si occupa tra l’altro di contrasto alla violenza. Il 10 febbraio 2026 la Commissione per lo Sviluppo sociale ha aperto la sua nuova sessione eleggendo tra i vicepresidenti Abbas Tajik, rappresentante dell’Iran. La nomina è arrivata poche settimane dopo le proteste scoppiate in Iran tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, represse violentemente dalle autorità iraniane. 

I bombardamenti all’ex Jugoslavia

«È stato un governo di sinistra a partecipare a una guerra, bombardando la ex Jugoslavia, con gli americani senza passare dal Parlamento»

Meloni semplifica troppo il discorso. L’episodio a cui fa riferimento è l’intervento militare della NATO contro la Jugoslavia durante la guerra del Kosovo, iniziato il 24 marzo 1999. Al tempo, come affermato dalla presidente del Consiglio, l’Italia era guidata da un governo di centrosinistra, presieduto da Massimo D’Alema, che partecipò fin dall’inizio all’operazione mettendo a disposizione basi, infrastrutture e forze militari. 

La dichiarazione però è imprecisa quando sostiene che ciò avvenne «senza passare dal Parlamento». L’intervento militare iniziò prima di un voto parlamentare formale, ma il governo informò sia la Camera sia il Senato lo stesso 24 marzo 1999, nel primo caso prima dell’inizio delle operazioni militari. Due giorni dopo, il 26 marzo, entrambe le camere approvarono una serie di mozioni a sostegno politico all’azione della NATO. In particolare, le mozioni approvate esprimevano sostegno politico all’azione militare, impegnavano il governo a lavorare per la ripresa dei negoziati e la sospensione dei bombardamenti, nel quadro degli impegni assunti dall’Italia nella NATO. Anche il riferimento a un intervento «con gli americani» è una semplificazione: gli Stati Uniti ebbero un ruolo centrale, ma si trattò di un’operazione della NATO a cui parteciparono diversi Paesi alleati.

Le parole di Conte

«Davvero voi di fronte a un’iniziativa unilaterale degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran che può generare una crisi molto ampia, considerate insufficiente dire che l’obiettivo del governo è evitare un’ulteriore escalation che rischierebbe di superare un punto di non ritorno, che siamo preoccupati ma soprattutto vigili, che stiamo facendo e faremo il possibile per garantire la sicurezza dei nostri militari? (…) Perfetto, molto interessante, perché queste sono le parole utilizzate dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte all’indomani dell’attacco unilaterale con il quale gli Stati Uniti nel gennaio 2020 uccisero in territorio iraqeno il generale iraniano Qassem Soleimani»

In questo caso Meloni ha risposto alle critiche delle opposizioni, e in particolare del Movimento 5 Stelle, sulla risposta del governo all’attacco israeliano e statunitense all’Iran. 

Meloni ha in sostanza affermato che anche Conte, quando era presidente del Consiglio, era stato cauto nel criticare un’azione molto discussa condotta dagli Stati Uniti durante il primo mandato come presidente di Donald Trump. Il caso citato è quello del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso da un attacco mirato sull’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, per ordine del presidente degli Stati Uniti Donald Trump il 3 gennaio 2020, durante il suo primo mandato. 

All’epoca in Italia era in carica il secondo governo guidato da Giuseppe Conte, sostenuto da PD, Movimento 5 Stelle, Italia Viva e Liberi e Uguali. Dopo l’uccisione di Soleimani, considerata da diversi osservatori come un’azione contraria al diritto internazionale, la Presidenza del Consiglio dei ministri si era effettivamente espressa con toni cauti sulla vicenda. All’epoca, varie fonti stampa avevano fatto sapere che Conte aveva fatto appello «alla moderazione, al dialogo, al senso di responsabilità delle parti» e che c’era massima attenzione soprattutto per i militari italiani in Medio Oriente. 

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