Dietro la bocciatura del congedo parentale c’è un ritardo del governo

Alla Camera il testo delle opposizioni è stato respinto per la mancanza di coperture finanziarie, ma c’entra anche una certa lentezza da parte dell’esecutivo
ANSA
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Martedì 24 febbraio, alla Camera, i partiti di centrodestra che sostengono il governo Meloni hanno bocciato una proposta di legge sul congedo parentale paritario che intendeva equiparare i mesi di sospensione dal lavoro previsti per le madri e per i padri. La proposta era a prima firma della segretaria del PD Elly Schlein ed era stata sottoscritta da tutti i rappresentanti dei partiti di opposizione. «Per l’ennesima volta affossate una proposta di tutte le opposizioni unite senza neanche farci discutere di questa proposta nel merito», ha detto in aula Schlein, criticando la scelta dei partiti di maggioranza.

Dal canto loro, i partiti di centrodestra hanno giustificato la decisione affermando che la proposta delle opposizioni non aveva le necessarie coperture finanziarie per essere attuata, come illustrato da una relazione tecnica del governo, verificata dalla Ragioneria generale dello Stato. Dietro alla bocciatura c’è però anche un’altra questione: la relazione tecnica, sulla base della quale la maggioranza ha bocciato il testo delle opposizioni, è stata trasmessa dal governo con diversi giorni di ritardo rispetto alle previsioni, riducendo i tempi a disposizione per apportare eventuali modifiche e individuare coperture alternative.
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Che cosa prevedeva la proposta

La proposta di legge era stata presentata dal centrosinistra il 5 febbraio 2025 e prevedeva di modificare il Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità. In particolare, il testo proponeva di introdurre un congedo parentale paritario tra madre e padre, aumentando la durata del congedo di paternità dagli attuali dieci giorni a quattro mesi, estendibili a cinque.

Nel nostro ordinamento esistono il congedo parentale e il congedo obbligatorio. Il congedo obbligatorio è un periodo di astensione dal lavoro obbligatorio e ha una durata diversa tra padre e madre: il congedo di maternità dura cinque mesi e prevede un’indennità pari all’80 per cento della retribuzione, mentre il congedo di paternità dura dieci giorni e prevede una retribuzione al 100 per cento.

Il congedo parentale, invece, è pari a massimo undici mesi e può essere usufruito fino al dodicesimo anno di età del bambino da entrambi i genitori, per non più di sei mesi per le madri e di sette mesi per i padri. Il congedo non prevede però una retribuzione piena, ma solo un’indennità pari al 30 per cento della retribuzione media giornaliera, di cui tre mesi indennizzabili all’80 per cento.

L’obiettivo della proposta delle opposizioni era quindi superare la differenza di disciplina tra congedi di paternità e di maternità obbligatori grazie all’introduzione di un congedo parentale paritario.

Per coprire le spese derivanti dall’attuazione della legge, la proposta prevedeva uno stanziamento di tre miliardi di euro all’anno a partire dal 2025 grazie ai risparmi di spesa e alle maggiori entrate derivanti dalla rimodulazione e dall’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD). Questi sussidi sono misure statali che procurano un vantaggio economico a produttori e consumatori, provocando però un danno all’ambiente. Un esempio di SAD era l’accisa più bassa – poi parificata dal governo a partire dal 1° gennaio – per il diesel rispetto a quella sulla benzina, giudicato ambientalmente dannoso perché il diesel (o gasolio) contribuisce al grave problema dell’inquinamento atmosferico. Complessivamente, secondo i dati più aggiornati del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, nel 2024 i SAD erano 191, per un costo complessivo per lo Stato di 123 miliardi di euro.

Perché è stata bocciata

La proposta delle opposizioni è stata bocciata dall’aula della Camera, tramite due emendamenti soppressivi dell’intero testo approvati con i voti favorevoli dei partiti di centrodestra. 

I partiti di centrodestra hanno motivato la scelta di bocciare la proposta in base ai rilievi della relazione tecnica stilata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e della verifica fatta sulla relazione dalla Ragioneria generale dello Stato, il dipartimento del Ministero dell’Economia e delle Finanze che si occupa del controllo della spesa pubblica.

Secondo la relazione tecnica, i fondi individuati dalla proposta delle opposizioni sui congedi non sono sufficienti a coprire le spese che deriverebbero dalla futura legge. Nella relazione si legge che la proposta è stata «formulata in termini meramente programmatici facendo riferimento alla rimodulazione o alla soppressione di misure indeterminate per far fronte a oneri certi e qualificati». 

In particolare, il documento sottolinea che innalzando dall’80 al 100 per cento la retribuzione del congedo per le madri, si prevede una spesa di 520,8 milioni di euro per il 2026, progressivamente crescenti fino a 636,6 milioni dal 2035. La relazione specifica inoltre che si tratta di un calcolo sottostimato perché tiene conto solo delle spese delle persone iscritte all’INPS e non delle lavoratrici libere professioniste iscritte ad altre casse di previdenza. A questo si deve aggiungere il costo del congedo per i padri, per cui nella relazione tecnica è stimato un corso di circa 3,2 miliardi di euro dal 2026, per arrivare a quasi 3,9 miliardi di euro dal 2035.

Insomma, secondo la Ragioneria dello Stato la proposta delle opposizioni avrebbe comportato costi per 3,7 miliardi di euro nel 2026, in crescita negli anni successivi fino a 4,6 miliardi di euro annui dal 2035, calcolando solo i costi relativi a lavoratori e lavoratrici iscritti all’INPS. Si tratta di cifre superiori a quelle effettivamente previste dal progetto di legge, che prevedeva uno stanziamento di tre miliardi all’anno, e dunque non sostenibili dal punto di vista economico.

La relazione in ritardo

Al netto delle criticità messe in evidenza nella relazione, durante l’esame in aula del testo le opposizioni hanno criticato il centrodestra per non aver dato loro abbastanza tempo per correggere il testo, lamentando un ritardo da parte del governo nell’invio della stessa relazione tecnica. Qui è importante seguire passo passo quello che è avvenuto in commissione.

La relazione tecnica sulla proposta delle opposizioni era stata chiesta dalla Commissione Lavoro della Camera, tramite il suo presidente Walter Rizzetto (Fratelli d’Italia), che aveva chiesto al governo di avere la relazione entro 15 giorni, ossia entro il 5 febbraio. La relazione tecnica sarebbe servita anche per apportare correzioni al testo proprio dal punto di vista finanziario, per correggere eventuali problemi di copertura. Il documento però non è arrivato entro il termine richiesto e il 18 febbraio Rizzetto ha preso atto che il governo non l’aveva ancora depositato, nonostante l’inizio dell’esame in aula della proposta fosse previsto per il 20 febbraio.

A quel punto Rizzetto ha deciso di rinviare il testo direttamente in aula, senza modifiche sulle parte delle coperture. Così, il 20 febbraio è iniziato l’esame del provvedimento alla Camera, mentre quattro giorni più tardi, il 24 febbraio, è stata effettivamente depositata dal governo la relazione tecnica, in cui venivano sottolineate le criticità riguardo le coperture finanziarie della proposta delle opposizioni. Alla luce delle critiche sulla sostenibilità economica del nuovo congedo parentale espresse nella relazione, i partiti di centrodestra in Commissione Bilancio hanno quindi chiesto la soppressione del testo della proposta, soppressione che è stata poi confermata dall’aula della Camera. «Se avessimo avuto quella relazione nei tempi richiesti avremmo potuto intervenire sul problema delle coperture, invece non ci è stato dato tempo per correggere la nostra proposta», ha detto a Pagella Politica la deputata Cecilia Guerra, esponente del PD in Commissione Bilancio.

Il governo impegnato nel “Milleproroghe”

In base alla legge, una relazione tecnica deve essere trasmessa «nel termine indicato dalle medesime Commissioni» o comunque «entro trenta giorni dalla richiesta». Se il governo non può rispettare questi tempi, deve spiegare il ritardo alla commissione stessa. Come emerge dall’intestazione della verifica svolta dalla Ragioneria generale dello Stato, la relazione tecnica era stata protocollata – e quindi era arrivata effettivamente al vaglio della stessa ragioneria – già lo scorso 2 febbraio, ma la relazione tecnica è poi arrivata alla Commissione Bilancio della Camera solo alcune settimane dopo, venendo esaminata solo il 24 febbraio.
L'intestazione della verifica della Ragioneria Generale dello Stato sulla relazione tecnica del governo – Fonte: Camera dei deputati
L'intestazione della verifica della Ragioneria Generale dello Stato sulla relazione tecnica del governo – Fonte: Camera dei deputati
«Non vedo nulla di maligno da questo ritardo. Ho parlato varie volte con Daria Perrotta, la ragioniera generale dello Stato, e mi ha confermato come il ritardo nell’invio della relazione fosse dovuto al fatto che la stessa ragioneria generale era occupata con l’esame del decreto “Milleproroghe”», ha spiegato Rizzetto a Pagella Politica. Il decreto “Milleproroghe” è un provvedimento con cui i governi ogni anno prorogano diverse norme in scadenza o rinviano l’entrata in vigore di alcune norme. Di solito questi decreti sono molto corposi e il loro esame coinvolge, a lungo, tanto le commissioni parlamentari quanto il Ministero dell’Economia e la Ragioneria generale dello Stato. Il nuovo decreto “Milleproroghe” è stato approvato dalla Camera lo scorso 23 febbraio, ma l’esame in commissione era iniziato più di un mese prima, il 13 gennaio.

Durante l’esame in aula del provvedimento, Rizzetto ha ammesso il ritardo del governo nell’invio della relazione, sostenendo però che questo tipo di ritardi non sono una novità. «Spero comunque che ci sia di nuovo una discussione su questo tema e che maggioranza e opposizioni possano dialogare insieme su una proposta condivisa e sostenibile», ha aggiunto Rizzetto.

Anche secondo altri esponenti della maggioranza il tema del congedo parentale paritario sarebbe importante. Il giorno della bocciatura del provvedimento, intervenendo durante il forum ANSA, la ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali Marina Elvira Calderone ha detto di essere «assolutamente favorevole a livello di interventi che consentano di portare sempre più donne al lavoro». Secondo la ministra, è necessario «costruire un sistema di sostegni e supporti alla famiglia che ponga il tema del lavoro femminile anche in un’ottica di condivisione di quelle che sono le responsabilità familiari». Alle parole di Calderone ha replicato Arturo Scotto, capogruppo del PD in Commissione Lavoro, definendo «allucinanti» le dichiarazioni della ministra. «Ieri la maggioranza compattamente ha bocciato la proposta di legge Schlein sui congedi paritari obbligatori, senza nemmeno poterla discutere. Il giorno dopo la ministra dice di credere a quella proposta», ha commentato Scotto. 

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