La ricchezza è aumentata, ma solo per i più ricchi

I nuovi dati della Banca d’Italia mostrano un’Italia sempre più diseguale, e lo stop alla crescita peggiora le cose per i più poveri
ANSA
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Il 3 giugno la Banca d’Italia ha pubblicato i dati aggiornati sulla distribuzione della ricchezza in Italia, e i risultati continuano a peggiorare. Il livello medio del patrimonio degli italiani è in crescita: alla fine del 2010, una famiglia possedeva in media una ricchezza netta pari a 375 mila euro, includendo anche il valore degli immobili, mentre nel quarto trimestre 2025 questo dato era salito a 453 mila euro. Il problema è che questa crescita si è concentrata quasi esclusivamente nelle mani dei più ricchi. 

Le statistiche dettagliate sui patrimoni degli italiani aiutano a capire perché.

Ricchezza media e mediana

Innanzitutto, un aumento della media non significa necessariamente un miglioramento delle condizioni di tutti i cittadini o, perlomeno, della maggior parte. Per spiegare come mai, di solito si utilizza la cosiddetta “media di Trilussa”, basata su un sonetto comico del poeta romano Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri, noto appunto come “Trilussa”: se in una popolazione di due persone uno mangia due polli e l’altro zero, la media è di un pollo consumato da ciascun cittadino, ma in realtà la distribuzione è diseguale. Allo stesso modo, la quantità di ricchezza in mano alla popolazione è cresciuta, ma questo aumento si è concentrato soprattutto tra chi era già ricco, aumentando la media, ma anche le disuguaglianze. Per interpretare meglio il benessere del cittadino “comune” è meglio utilizzare la mediana, che indica il valore a metà della distribuzione: metà della popolazione ha una ricchezza maggiore, l’altra metà un livello minore.
L’andamento della ricchezza media e mediana negli ultimi quindici anni conferma la tendenza in aumento delle disuguaglianze. Mentre la media aumentava di quasi 80 mila euro tra il 2010 e il 2025, la mediana è calata di oltre 20 mila. L’italiano “medio” (non inteso come media, ma come cittadino comune a metà della distribuzione) si trova dunque più povero rispetto a quindici anni fa, e non è solo questione di crollo dovuto alle crisi. Come si nota dal grafico, c’è stato un calo di circa 40 mila euro tra il 2010 e il 2016, ma il vero problema è che nei dieci anni successivi si è recuperato solo metà di quel crollo, fermandosi a oltre 20 mila euro in meno rispetto a un tempo. I dati, peraltro, non sono a parità di potere d’acquisto, per cui oltre al calo in termini assoluti bisogna considerare la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione.

Se ci concentriamo sulla distribuzione della ricchezza anziché sui valori assoluti, notiamo di nuovo una crescita delle disuguaglianze. Alla fine del 2010, il 5 per cento più ricco della popolazione italiana deteneva il 40 per cento della ricchezza totale nel nostro Paese, mentre il 10 per cento più ricco arrivava a possederne il 52 per cento. Oggi questi parametri sono cambiati a vantaggio delle famiglie più abbienti: la quota di ricchezza detenuta dal 5 per cento più ricco è salita al 50 per cento, mentre il 10 per cento più ricco ne detiene il 61 per cento. Nel frattempo, la percentuale in mano al 50 per cento più povero è leggermente calata (dall’8 al 7 per cento).
Il risultato finale è che la maggior parte degli indicatori sulla disuguaglianza suggerisce che i ricchi siano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Un dato che lo conferma è l’indice di Gini, che stima la concentrazione della ricchezza in mano a un gruppo ristretto di persone. Se l’indice vale zero, allora ci troviamo in una situazione di massima uguaglianza, in cui tutti detengono la stessa quantità di ricchezza. Se il valore arriva a cento, al contrario, c’è massima disuguaglianza: solo un soggetto detiene il 100 per cento della ricchezza nazionale. Tra il 2010 e il 2025, l’indice di Gini è passato dal 66 al 72 per cento.

Perché i ricchi diventano più ricchi

La crescita delle disuguaglianze dipende probabilmente da fattori strutturali. L’Italia è un Paese con un numero altissimo di rendite di posizione, che permettono di arricchirsi grazie al possesso di alcuni asset. Un esempio sono gli immobili, che di fatto non producono nulla, ma possono generare un reddito per il proprietario di casa. Dal 2010 il prezzo degli immobili a livello nazionale è calato (solo a fine 2025 siamo tornati ai livelli del 2010), ma non in tutte le aree. Chi era già benestante ha potuto investire nel settore, per esempio puntando sull’apertura di strutture per affitti brevi nelle grandi città o nelle località turistiche, ma ha potuto farlo solo grazie a un capitale a disposizione per acquistare queste case.

Inoltre, dalla Grande Recessione del 2008 in poi si è registrata una crescita dei rendimenti finanziari, più rapida di quella dell’economia in generale. Questo ha favorito la fascia di una popolazione più abbiente, che di solito investe maggiormente in asset come azioni, obbligazioni o altri strumenti finanziari. Tra il 2010 e il 2025 l’S&P 500, il principale indice azionario statunitense e uno degli strumenti di riferimento per gli investitori di tutto il mondo, è aumentato del 501 per cento (701 per cento reinvestendo anche i dividendi): mentre i soldi investiti crescevano a questo ritmo, i redditi medi italiani nello stesso periodo hanno registrato un aumento più basso, pari al 37 per cento. 

Non è un caso che la categoria occupazionale per cui la ricchezza è salita di più è quella dei lavoratori autonomi, che hanno visto il valore delle proprie attività più che raddoppiare negli ultimi dieci anni. Non bisogna immaginare gli autonomi come semplici professionisti, ma anche come proprietari di società o imprenditori. Secondo questa classificazione Giovanni Ferrero, presidente della multinazionale Ferrero e secondo uomo più ricco d’Italia, rientrerebbe nella categoria “lavoratori autonomi”.

Perché i poveri diventano più poveri

La diversa composizione della ricchezza è un fattore importante nella mancata crescita del benessere per i cittadini meno abbienti. Chi si trova nel 50 per cento più povero, spesso non possiede una casa nelle città che hanno registrato una crescita dei valori immobiliari. Questo ha già in parte contribuito al calo della ricchezza mediana, dato che il minor valore delle case si trasforma in un minore livello di asset detenuti. La bassa disponibilità di capitale impedisce inoltre di investire in quelle rendite apprezzate dai più ricchi, dato che una spesa di diverse decine di migliaia di euro in un Airbnb o in una casa da affittare non è scontata per chi non è già benestante. Al contrario, la crescita di queste rendite si è trasformata in un impoverimento per la classe media. L’esempio più noto è legato proprio all’immobiliare, con affitti e prezzi delle case che sono diventati irraggiungibili per una famiglia media in molte città italiane.

Il vero problema, però, è la crescita economica. Mentre i più ricchi accumulano nuove risorse grazie alle rendite, la popolazione “comune” può contare soprattutto sul reddito da lavoro, ma gli stipendi non crescono se non cresce anche il PIL, come abbiamo raccontato in altri articoli. Le scelte politiche degli ultimi anni non hanno contribuito in maniera efficace ad aumentare il potenziale di crescita e questo ha avuto ripercussioni soprattutto sulle fasce di popolazione più in difficoltà. Il caso degli investimenti immobiliari è uno dei molti: i ricchi italiani hanno potuto investire negli affitti brevi e nel settore turistico, estraendone rendite elevate. 

Questi settori, però, non producono effetti importanti sulla crescita, perché non creano nuove posizioni di lavoro specializzate e meglio pagate cui potrebbero ambire i lavoratori meno abbienti. Lo stesso vale per le costruzioni, incentivate con i bonus edilizi, o per il commercio, uno dei settori con la maggior crescita occupazionale negli ultimi anni.

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