Il 28 luglio il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci ha dichiarato che «la Commissione europea deve archiviare subito la procedura d’infrazione» aperta contro l’Italia sulle concessioni balneari.
Secondo Vannacci, con l’ordinanza del 10 luglio 2026 la Corte di giustizia dell’Unione europea avrebbe stabilito che «spetta allo Stato membro, non a Bruxelles» accertare se le spiagge siano una risorsa scarsa. Questa valutazione è decisiva per stabilire se si debba applicare l’articolo 12 della cosiddetta “direttiva Bolkestein” che, in presenza di risorse limitate, impone procedure imparziali e trasparenti di assegnazione delle concessioni e vieta il rinnovo automatico.
Vannacci ha poi aggiunto che il governo italiano aveva già escluso nel 2023 la scarsità delle spiagge. Di conseguenza, secondo il parlamentare europeo, cadrebbero le contestazioni che la Commissione europea aveva sollevato sulla valutazione del governo italiano. Per il leader di Futuro Nazionale si è trattato di «un’invasione di campo inaccettabile» da parte della Commissione. A sostegno della sua tesi, ha poi ricordato che l’Italia possiede circa 7.900 chilometri di costa, e pertanto «le nostre spiagge non sono una risorsa scarsa da mettere all’asta».
Su un punto Vannacci ha ragione: l’accertamento della scarsità spetta all’autorità nazionale competente. L’ordinanza, però, non ha stabilito che sulle coste italiane non vi sia scarsità, non ha convalidato la mappatura realizzata dal governo e non si non si è pronunciata nel merito sull’operato della Commissione. La pronuncia, quindi, non basta a giustificare l’archiviazione della procedura d’infrazione.
Infine, anche parlare di spiagge «da mettere all’asta» è impreciso. Il diritto europeo non prescrive un’asta economica in cui vince chi offre il prezzo più alto, ma richiede una procedura imparziale e trasparente.
Vediamo nello specifico che cosa dice l’ordinanza della Corte e perché le dichiarazioni di Vannacci raccontano solo una parte della vicenda.
Secondo Vannacci, con l’ordinanza del 10 luglio 2026 la Corte di giustizia dell’Unione europea avrebbe stabilito che «spetta allo Stato membro, non a Bruxelles» accertare se le spiagge siano una risorsa scarsa. Questa valutazione è decisiva per stabilire se si debba applicare l’articolo 12 della cosiddetta “direttiva Bolkestein” che, in presenza di risorse limitate, impone procedure imparziali e trasparenti di assegnazione delle concessioni e vieta il rinnovo automatico.
Vannacci ha poi aggiunto che il governo italiano aveva già escluso nel 2023 la scarsità delle spiagge. Di conseguenza, secondo il parlamentare europeo, cadrebbero le contestazioni che la Commissione europea aveva sollevato sulla valutazione del governo italiano. Per il leader di Futuro Nazionale si è trattato di «un’invasione di campo inaccettabile» da parte della Commissione. A sostegno della sua tesi, ha poi ricordato che l’Italia possiede circa 7.900 chilometri di costa, e pertanto «le nostre spiagge non sono una risorsa scarsa da mettere all’asta».
Su un punto Vannacci ha ragione: l’accertamento della scarsità spetta all’autorità nazionale competente. L’ordinanza, però, non ha stabilito che sulle coste italiane non vi sia scarsità, non ha convalidato la mappatura realizzata dal governo e non si non si è pronunciata nel merito sull’operato della Commissione. La pronuncia, quindi, non basta a giustificare l’archiviazione della procedura d’infrazione.
Infine, anche parlare di spiagge «da mettere all’asta» è impreciso. Il diritto europeo non prescrive un’asta economica in cui vince chi offre il prezzo più alto, ma richiede una procedura imparziale e trasparente.
Vediamo nello specifico che cosa dice l’ordinanza della Corte e perché le dichiarazioni di Vannacci raccontano solo una parte della vicenda.