Il fact-checking del libro di Renzi sul governo Meloni

Dall’economia alla denatalità, passando per la gestione del fenomeno migratorio, abbiamo verificato nove dichiarazioni del leader di Italia Viva
ANSA
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Martedì 29 settembre è uscito in libreria il nuovo libro di Matteo Renzi. In “Quando c’era lei. L’Italia dopo Giorgia Meloni” (Solferino) il leader di Italia Viva fa un bilancio del governo più longevo della storia repubblicana, avanzando proposte in vista delle elezioni politiche previste nel 2027 e affrontando anche il tema dell’alleanza tra i partiti di opposizione. 

“Quando c’era lei” è il quindicesimo libro scritto da Matteo Renzi, un dato che lo rende il primo leader politico per numero di libri pubblicati. Al secondo posto, a molti libri di distanza, c’è il segretario di Azione Carlo Calenda, mentre al terzo si colloca Giorgia Meloni.

Dall’economia ai dati sulla denatalità, passando per il salario minimo e la gestione del fenomeno migratorio, abbiamo verificato nove dichiarazioni del leader di Italia Viva, che non sempre è stato preciso.

Il PIL italiano e quello degli altri Paesi

«Il rapporto debito pubblico/Pil in Grecia è migliore in questo 2026 del rapporto debito pubblico/Pil in Italia».

Qui Renzi esagera, perché le previsioni sono diverse a seconda delle fonti che si considerano.

A maggio di quest’anno, nelle Spring 2026 Economic Forecast, la Commissione europea ha previsto che per fine 2026 la Grecia avrà un rapporto debito pubblico/PIL pari al 140,7 per cento, mentre quello dell’Italia sarà al 138,5 per cento. Quindi, su questa base, nel 2026 la situazione della Grecia resterebbe ancora leggermente peggiore dell’Italia. Anche l’ultimo dato rilevato da Eurostat, relativo al primo trimestre 2026, mostra come la Grecia abbia ancora un rapporto debito pubblico/PIL superiore all’Italia: 143,5 per cento del PIL contro 138,9 per cento. 

C’è però un’altra fonte ufficiale che dà un quadro diverso, più in linea con quello prospettato da Renzi. Il Fondo Monetario Internazionale, nelle proiezioni pubblicate a maggio 2026, ha stimato per la Grecia un debito al 136,6 per cento del PIL alla fine di quest’anno. La Grecia risulterebbe sotto il 138,2 per cento previsto per quest’anno per l’Italia dallo stesso FMI nelle proiezioni pubblicate a luglio sul nostro Paese.

La denatalità

«Nell’anno solare 2025 l’Italia conosce il record negativo di nascite: solo 355 mila nati, meno di mille al giorno. Per trovare lo stesso livello di bebè dobbiamo risalire alla Seconda guerra mondiale».

Il dato sulle nuove nascite in Italia è corretto: nel 2025 secondo Istat sono nati 355 mila bambini, con una diminuzione del 3,9 per cento rispetto all’anno precedente. Ma Renzi di fatto sottovaluta la portata del problema, visto che le nascite attuali sono molte meno rispetto agli anni della Seconda guerra mondiale.

Dalle serie storiche Istat emerge che nel 1940, anno in cui l’Italia è entrata nel secondo conflitto mondiale, nel nostro Paese c’erano state – tra nati vivi e nati morti – oltre un milione di nascite. Negli anni successivi il dato è calato, fino ad arrivare a 841 mila nati nel 1945. In pochi anni quindi si sono registrati circa 200 mila nuovi nati, ma il dato assoluto è sempre stato di gran lunga superiore ai livelli del 2025.

Insomma, la situazione attuale e gli anni della Seconda guerra mondiale sono entrambi due periodi in cui si è registrato un importante calo delle nascite, ma negli anni Quaranta nascevano ogni anno più del doppio dei bambini rispetto a oggi.

Salario minimo e salari reali

«Scriviamolo chiaro: nel 2018 il mio PD proponeva il salario minimo e riceveva la durissima opposizione della Cgil. Oggi invece Landini è a favore, forse perché non lo propongo io».

Al netto delle opinioni politiche, Renzi ha ragione. Nel 2018, quando era segretario del Partito Democratico, durante la campagna elettorale era stata avanzata la proposta di introdurre il salario minimo. Già negli anni precedenti la CGIL si era però opposta a questa possibilità, con l’allora segretaria generale Susanna Camusso che aveva sostenuto potesse indebolire la contrattazione collettiva e il peso dei sindacati. Oggi invece la CGIL ha cambiato idea ed è d’accordo con l’introduzione del salario minimo. L’attuale segretario Maurizio Landini infatti a maggio ha detto che il salario minimo non deve essere un’alternativa alla contrattazione collettiva, ma che i due strumenti «possono convivere».

«I salari reali sono del 7,5 per cento più bassi rispetto ai valori del 2021 (dati Ocse)»

Il dato è corretto se si prendono in considerazione i dati dell’OCSE relativi al 2025. Secondo quel rapporto, infatti, «l’Italia ha visto il più grande calo dei salari reali di tutte le principali economie dell’OCSE. Nonostante un aumento relativamente solido nell’ultimo anno, i salari reali all’inizio del 2025 erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021». Esiste però un dato più recente, diffuso dall’OCSE a luglio 2026, secondo cui «i salari reali sono cresciuti dell’1,3% nel primo trimestre del 2026 rispetto all’anno precedente», ma rimangono «ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021». Renzi quindi cita un dato vecchio, ma è possibile che l’aggiornamento sia stato pubblicato dopo la fine della scrittura del libro.

Gli 80 euro di Renzi

«(Sugli 80 euro, ndr) ci dissero che non sarebbero serviti a niente e poi scoprirono – dai dati di Banca d’Italia – che il 91 per cento di quei soldi rientrava in circolo sotto forma di consumi».

Renzi si riferisce al cosiddetto “bonus 80 euro”, introdotto dal suo governo nel 2014, che corrispondeva a un credito Irpef destinato ai lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi, riconosciuto direttamente in busta paga.

Il dato citato dal leader di Italia Viva probabilmente deriva da un rapporto della Banca d’Italia pubblicato nel 2016, secondo cui «il bonus fiscale per i redditi medio-bassi sarebbe stato consumato per circa il 90 per cento; si è lievemente ridotta la quota di nuclei che segnalano di arrivare a fine mese con difficoltà». Un’analisi successiva pubblicata nel 2017, però, ha ridimensionato l’effetto del bonus, sostenendo che «le famiglie che hanno ricevuto il bonus abbiano aumentato la spesa mensile per alimentari e mezzi di trasporto di circa 20 euro e 30 euro, rispettivamente, consumando circa il 50-60 per cento del bonus nel corso dello stesso anno».

L’abolizione dell’IMU

«L’abolizione definitiva dell’IMU sulla prima casa è una misura del mio Governo del 2015».

Qui Renzi è impreciso. Prima di tutto bisogna specificare che l’Imposta municipale propria (IMU) è l’imposta dovuta da chi possiede fabbricati, aree fabbricabili e terreni agricoli. L’IMU sulla prima casa è stata abolita con la legge di Stabilità per il 2014 (art. 1 comma 707), quindi durante il governo Letta. Il governo Renzi invece con la legge di Stabilità per il 2016 (art. 1 comma 14) ha eliminato la TASI sulla prima casa, cioè il contributo versato al comune e usato per garantire alcuni servizi come la manutenzione stradale e l’illuminazione pubblica.

Il liceo del Made in Italy

«Il liceo del Made in Italy non ha interessato neanche un migliaio di studenti, circa la metà persino di chi si iscrive al liceo musicale coreutico introdotto dalla Riforma Gelmini nel 2010».

Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito relativi all’anno scolastico 2026/2027, il 55,88 per cento degli studenti quest’anno ha scelto un liceo. Nello specifico, il liceo del Made in Italy è scelto dallo 0,14 per cento degli studenti, mentre la sezione coreutica del liceo musicale dallo 0,18 per cento.

Il ministero non ha pubblicato, insieme a queste percentuali, il numero assoluto degli iscritti a ciascun indirizzo. È però possibile stimarne l’ordine di grandezza utilizzando come riferimento i dati più recenti disponibili sul numero complessivo di studenti al primo anno delle scuole superiori. Secondo i dati del ministero riferiti all’anno scolastico 2024/2025, due anni fa gli alunni iscritti al primo anno della scuola secondaria di secondo grado erano 562.733. Applicando a questo totale la quota dello 0,14 per cento registrata per il liceo del Made in Italy nel 2026/2027, si ottengono circa 788 studenti. Si tratta però soltanto di una stima, ma l’ordine di grandezza è compatibile con il dato citato da Renzi, secondo cui gli iscritti al liceo del Made in Italy sarebbero meno di mille. Invece, non trova riscontro nei dati più recenti il confronto secondo cui gli iscritti al liceo del Made in Italy sarebbero «circa la metà» di quelli del liceo musicale coreutico. Nell’anno scolastico 2026/2027, infatti, la sola sezione coreutica ha raccolto lo 0,18 per cento delle iscrizioni, contro lo 0,14 per cento del Made in Italy.

Immigrazione

«Nel 2023 nell’Italia di Giorgia Meloni sono entrati più migranti di quanti ne siano arrivati nel 2015».

In questo caso dal contesto è chiaro che Renzi non si riferiva a tutti gli arrivi in Italia, ma solamente agli sbarchi via mare. Se si confrontano gli sbarchi avvenuti nel 2023 – cioè il primo anno di governo Meloni – e gli sbarchi del 2015 – quando era in carica Renzi – il leader di Italia Viva ha ragione. Secondo i dati del Ministero dell’Interno infatti nel 2023 sono stati registrati 157.652 sbarchi, mentre nel 2015 153.841, quindi circa 4 mila in meno.

«Sui rimpatri noi abbiamo fatto meglio, molto meglio, di loro. I numeri dicono impietosi che abbiamo fatto più rimpatri noi di quelli che ha fatto Piantedosi. Ma anche di quelli che ha fatto Salvini quando stava al Viminale nel governo gialloverde».

Renzi ha ragione solo a metà. Prima di tutto bisogna considerare che i dati sui rimpatri sono pubblicati su base annuale, mentre i governi e i ministri dell’Interno non sono sempre rimasti in carica per l’intero anno. Per rendere più chiaro il confronto, abbiamo calcolato per ciascun anno la media mensile dei rimpatri forzati. Questo metodo non consente di attribuire con precisione i rimpatri a un singolo governo negli anni di passaggio da un esecutivo all’altro, ma permette di confrontare l’ordine di grandezza dei diversi periodi. Con “rimpatri” ci riferiamo ai rimpatri forzati, ossia agli allontanamenti coatti dei migranti che non hanno i requisiti per restare legalmente in Italia.

Secondo i dati del Ministero dell’Interno pubblicati a giugno 2026, tra il 2014 e il 2016 – e cioè quando era in carica il governo Renzi – ci sono stati in media rispettivamente 534, 459 e 485 rimpatri al mese. Quando Matteo Salvini era ministro dell’Interno, durante il primo governo Conte tra il 2018 e il 2019, sono stati registrati 571 e 589 rimpatri al mese. Renzi quindi sbaglia perché il dato dei rimpatri durante il governo guidato da Giuseppe Conte è più elevato di quello del governo Renzi.

Nel confronto con il governo Meloni, in carica dal 22 ottobre 2022, invece Renzi ha ragione. Nel 2023 (primo anno pieno di governo Meloni) si sono registrati in media 396 rimpatri al mese, che sono poi saliti a 451 nel 2024 e a 508 nel 2025.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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