Che cosa ha fatto il governo Meloni per la scuola

Ha assunto nuovi insegnanti, investito nell’edilizia scolastica e cambiato alcune regole della scuola, ma molti problemi strutturali restano irrisolti
ANSA
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Dopo le vacanze estive, questa settimana riapriranno le porte di tutte le scuole italiane, fatta eccezione per la Valle d’Aosta, il Veneto, e le province autonome di Trento e Bolzano, che hanno ripreso le lezioni con qualche giorno di anticipo.

Il tema della scuola è stato messo al centro fin da subito dal governo Meloni. Quasi quattro anni fa, nel discorso con cui si è presentata alla Camera e al Senato per chiedere la prima fiducia, Giorgia Meloni ha detto che «la scuola e l’università torneranno centrali nell’azione di governo, perché rappresentano una risorsa strategica fondamentale per l’Italia, per il suo futuro e per i suoi giovani». Ma, al netto delle intenzioni e dei proclami, che cosa ha fatto in questi quattro anni il governo Meloni per migliorare il sistema scolastico?

Quanto spende l’Italia in istruzione

Prima di tutto, partiamo dai numeri. Secondo i dati Eurostat più aggiornati, nel 2024 l’Italia ha speso il 4 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) in istruzione. È la terza percentuale più bassa tra tutti i Paesi dell’UE, davanti solo a Irlanda (2,7 per cento) e Grecia (3,9 per cento), a pari merito con la Romania. Il dato italiano è lontano da quello dei Paesi che investono di più in questo settore: Svezia (7,3 per cento del PIL), Islanda (7 per cento) e Finlandia (6,3 per cento).

In generale, tra il 2016 e il 2024 l’investimento dell’Italia nell’istruzione è rimasto abbastanza stabile, oscillando tra il 3,9 per cento di dieci anni fa e il 4,3 del 2020.

Assunzioni e precari

Uno dei problemi storici della scuola italiana è il precariato degli insegnanti: ogni anno una parte delle cattedre viene assegnata a docenti con contratti a tempo determinato, mentre non tutti i posti disponibili per le assunzioni vengono effettivamente coperti. 

Il primo anno scolastico le cui assunzioni sono state gestite interamente dal governo Meloni è stato il 2023/2024. Quell’anno, secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, sono state effettuate 40.462 immissioni in ruolo, contro le 37.806 dell’anno precedente (di cui 27.108 su posti comuni e 13.354 sul sostegno). In quell’occasione era stato coperto il 79,6 per cento dei 50.807 posti messi a disposizione per le assunzioni, mentre 10.345 erano rimasti senza un nuovo docente di ruolo.

Per quest’anno scolastico invece, il governo è stato autorizzato ad assumere a tempo indeterminato fino a 46.642 docenti (di cui 35.832 su posto comune e 10.810 sul sostegno). A questi si aggiungono 2.628 insegnanti di religione, per un totale di 49.270 possibili assunzioni. Entro il 31 agosto il ministero ha poi fatto sapere di aver effettuato 37.430 immissioni in ruolo, comprendendo posti comuni, sostegno e insegnanti di religione: circa il 76 per cento di quelli autorizzati. Per quanto riguarda i supplenti, al momento sono stati coperti 118 mila posti.

Le organizzazioni sindacali hanno dato una lettura in parte critica di questi numeri. Ad esempio UIL Scuola ha riconosciuto come positivo il fatto che le operazioni per le nomine siano state anticipate rispetto all’inizio delle lezioni, ma ha sottolineato che il ricorso a circa 118 mila supplenze dimostra come il sistema scolastico continui a dipendere dal lavoro precario.

La formazione dei docenti

Un altro provvedimento riguarda il reclutamento degli insegnanti. Il nuovo sistema è stato introdotto nel 2022, durante il governo Draghi, ed è stato poi il governo Meloni a renderlo operativo nel 2023, definendo contenuti, organizzazione e costi dei nuovi percorsi universitari per l’abilitazione degli insegnanti delle scuole medie e superiori.

Il nuovo sistema prevede diversi passaggi: un percorso universitario o accademico da 60 crediti formativi per ottenere l’abilitazione, un concorso pubblico e, per chi lo supera, un anno di prova in servizio. Non basta quindi acquisire i crediti richiesti per ottenere un posto nella scuola, ma bisogna prima superare una prova finale composta da una prova scritta e da una lezione simulata – e così si consegue l’abilitazione per una determinata classe di concorso –, poi vincere un concorso e superare un periodo di prova in servizio di un anno con un test finale e una valutazione conclusiva.

Questo sistema è stato oggetto di numerose critiche. Una delle principali riguarda il costo della formazione, che può arrivare a un massimo di 2.500 euro, a cui possono aggiungersi 150 euro per la prova finale. Questa spesa, come hanno denunciato diversi sindacati e associazioni, non è sempre semplice da sostenere, soprattutto per chi non ha un’entrata fissa e ha già dovuto sostenere i costi legati alla formazione universitaria.

Gli stipendi

Un altro tema su cui il governo ha agito è quello degli stipendi. Durante la legislatura sono stati chiusi diversi rinnovi contrattuali rimasti in sospeso, sebbene non tutti gli aumenti possano essere attribuiti interamente alle scelte del governo Meloni, perché i contratti della scuola vengono rinnovati con ritardo e spesso riguardano periodi precedenti. Ad esempio, nel gennaio del 2024 è stato firmato il contratto del 2019-2021, che prevedeva per i docenti incrementi medi complessivi di circa 124 euro lordi al mese. Una parte delle risorse di quel rinnovo, però, era stata stanziata prima dell’insediamento dell’attuale esecutivo.

Più legato al governo Meloni è il rinnovo del contratto per il triennio 2022-2024, ed è poi stato chiuso anche il rinnovo successivo per il triennio 2025-2027.

Nonostante gli aumenti, però, gli stipendi degli insegnanti in Italia rimangono bassi rispetto a molti altri Paesi. Secondo l’ultima edizione di Education at a Glance dell’OCSE, riferita ai dati del 2024, in Italia la retribuzione effettiva degli insegnanti della scuola primaria era circa il 33 per cento più bassa rispetto a quella dei lavoratori a tempo pieno con un titolo di studio universitario. Lo stesso rapporto segnala che tra il 2015 e il 2024 gli stipendi reali – cioè corretti per l’inflazione – degli insegnanti italiani della primaria sono diminuiti del 4,4 per cento, mentre nella media OCSE sono cresciuti del 14,6 per cento.

Proprio la perdita del potere d’acquisto è una delle principali criticità segnalate dai sindacati. Durante le trattative per il contratto 2022-2024, la UIL Scuola aveva sostenuto che le risorse a disposizione fossero insufficienti a compensare l’inflazione accumulata negli anni precedenti. Pure la Gilda degli insegnanti, associazione sindacale di categoria, aveva osservato che gli aumenti non erano sufficienti a colmare il divario salariale che separa il personale della scuola sia dagli altri settori del pubblico impiego sia dagli altri lavoratori con un livello di istruzione analogo.

Una misura ha riguardato anche la Carta del docente, il contributo destinato alla formazione e all’aggiornamento professionale. La Carta, introdotta nel 2015 e inizialmente riservata ai docenti di ruolo, è stata progressivamente estesa ai supplenti annuali, ai docenti con contratto fino al termine delle attività didattiche e al personale educativo. Si tratta però di uno strumento per la formazione e l’acquisto di beni e servizi collegati alla professione, e non di un aumento dello stipendio. E comunque non sempre i soldi sono arrivati puntuali.

Il sostegno

Per quanto riguarda gli insegnanti di sostegno, negli ultimi anni il loro numero è aumentato. Come abbiamo raccontato in un altro approfondimento, secondo i dati Istat nell’anno scolastico 2024/2025 erano oltre 261 mila, il 6 per cento in più rispetto all’anno precedente. È cresciuta anche la quota di docenti con una formazione specifica per il sostegno, passata dal 63 per cento del 2019/2020 al 78 per cento nel 2024/2025.

Rimangono però alcuni problemi. Sempre secondo l’Istat, nel 2024/2025 circa 57 mila insegnanti di sostegno, il 22 per cento del totale, non avevano la specializzazione specifica.

Una delle criticità poi è quella della continuità didattica: il 59,7 per cento degli alunni con disabilità ha cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente, durante l’anno scolastico o in entrambi i momenti. Per cercare di ridurre questo fenomeno il governo è intervenuto nel 2024, introducendo la possibilità, a determinate condizioni, di confermare lo stesso docente di sostegno precario pure nell’anno scolastico successivo. La misura prova quindi a rispondere a uno dei principali problemi segnalati dalle famiglie, cioè il continuo cambio dell’insegnante, ma non elimina alla radice il precariato.

Il cambio dei programmi

Il governo Meloni si è attivato poi sui programmi con le nuove “Indicazioni nazionali”, che stabiliscono gli obiettivi e le competenze da raggiungere. Con un decreto ministeriale di dicembre 2025, l’esecutivo ha sostituito le Indicazioni del 2012 per la scuola dell’infanzia, la primaria e le medie, che si applicheranno a partire da quest’anno scolastico.

Tra i principali cambiamenti c’è una maggiore attenzione allo studio della lingua italiana, alle conoscenze delle regole della lingua e dell’analisi logica, alla valorizzazione del corsivo e all’apprendimento delle poesie a memoria. Nella scuola primaria le Indicazioni stabiliscono che l’insegnamento debba mettere al centro le «origini della civiltà occidentale», considerate alla base della storia e dell’identità nazionale.

Un’altra novità è il ritorno del latino alle medie, ma non come materia obbligatoria. Le nuove Indicazioni prevedono il cosiddetto “Latino per l’educazione linguistica”, che può essere studiato negli ultimi due anni delle medie in modo opzionale e curricolare, con l’obiettivo soprattutto di approfondire il lessico, la grammatica e la sintassi dell’italiano attraverso il confronto con il latino.

In merito all’introduzione del latino sono state espresse alcune perplessità. Il Consiglio superiore della pubblica istruzione, cioè l’organo che supporta il governo nelle decisioni in ambito scolastico, ha sostenuto che la non obbligatorietà dell’insegnamento potrà aumentare le differenze tra gli studenti, perché l’offerta dipenderà anche dalle possibilità organizzative delle singole scuole.

Il governo è poi intervenuto con provvedimenti specifici su alcune materie, come su quelle relative alla sfera sessuo-affettiva. A giugno 2026 è stata approvata la cosiddetta “legge Valditara”, dal nome del suo promotore, che ha introdotto l’obbligatorietà del «consenso informato preventivo dei genitori o degli studenti, se maggiorenni, per la partecipazione a eventuali attività che riguardino temi attinenti all’ambito della sessualità» e per la presa visione «del materiale didattico che si intende utilizzare». La legge ha poi previsto che le scuole dell’infanzia e la primaria, cioè l’asilo e le elementari, siano escluse dalle attività riguardanti temi legati alla sessualità.

Secondo Valditara questa è una misura di trasparenza verso le famiglie. Molte associazioni impegnate in quest’ambito però si sono opposte, tanto che è stata avviata la raccolta firme per una richiesta di referendum che vuole abrogare la legge Valditara. Proprio negli scorsi giorni la raccolta firme ha superato le 500 mila sottoscrizioni. Ora le firme raccolte dovranno essere validate dalla Corte di Cassazione e la Corte costituzionale dovrà giudicare l’ammissibilità del quesito referendario.

L’uso dello smartphone

Uno degli altri provvedimenti riguarda il divieto dell’uso di smartphone in classe. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha stabilito che dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di primo grado è vietato l’uso del cellulare a scuola. Successivamente, il divieto è stato introdotto nelle scuole superiori.

Alla base di questa decisione c’è la convinzione che l’uso dello smartphone impatti negativamente sull’apprendimento degli studenti.

Il “Piano estate” e il “Piano caldo”

C’è poi un tema che torna ciclicamente tutti gli anni quando si avvicina la stagione estiva, ed è quello della chiusura prolungata delle scuole. Per far fronte alle difficoltà delle famiglie nelle settimane di stop scolastico estivo, il governo Meloni ha adottato il “Piano estate”, con cui il ministero ha cercato di tenere aperte alcune scuole durante i mesi in cui le lezioni sono sospese. Il primo piano è stato avviato nell’aprile del 2024.

Il piano però non modifica il calendario delle lezioni, prevedendo che tutte le scuole siano aperte per tutta l’estate. Sono gli istituti a presentare progetti e a organizzare le attività durante il periodo di sospensione estiva, con l’obiettivo di offrire agli studenti occasioni di apprendimento e socialità anche durante le vacanze e, in particolare, sostenere i ragazzi che hanno meno possibilità di partecipare ad altre attività estive.

L’idea di utilizzare maggiormente le scuole durante l’estate si scontra però con un problema strutturale: molti edifici scolastici non sono attrezzati per affrontare temperature elevate. Come abbiamo raccontato in un altro articolo, all’inizio di settembre 2026 il ministero ha stanziato 20 milioni di euro per consentire alle scuole statali di acquistare, installare e mettere in funzione apparecchi e dispositivi destinati al raffrescamento delle aule e al miglioramento del comfort microclimatico. 

Lo stanziamento rappresenta il primo passo rivolto al raffrescamento delle aule durante questa legislatura, ma per ora non costituisce un piano nazionale di adattamento delle scuole alle temperature sempre più elevate. Inoltre, come ha sottolineato la FLC CGIL, lo stanziamento non è sufficiente: dividendo i 20 milioni per le circa 350 mila classi delle scuole statali, si ottengono poco meno di 60 euro per classe. Il ministro Valditara ha replicato che questo calcolo non tiene conto delle scuole già dotate di sistemi di raffrescamento, di quelle che li hanno acquistati autonomamente e degli edifici situati nelle zone meno esposte al caldo, e ha definito i 20 milioni una prima risposta in attesa di ulteriori investimenti.

Il liceo del Made in Italy e i nuovi licei

Il governo è intervenuto pure sull’organizzazione delle varie scuole, ad esempio creando nel 2023 il liceo del Made in Italy. Si tratta di un percorso che, come si legge sul sito del ministero, prevede l’acquisizione «di conoscenze, abilità e competenze approfondite nelle scienze economiche e giuridiche, all’interno di un quadro culturale che, riservando attenzione anche alle scienze matematiche, fisiche e naturali, consenta di cogliere le intersezioni tra le discipline», dedicando spazio allo studio dei settori del made in Italy.

Nei primi anni, però, il nuovo liceo ha ottenuto numeri non entusiasmanti. Secondo i dati diffusi dal ministero, per l’anno scolastico 2026/2027 il 55,8 per cento dei nuovi iscritti alle superiori ha scelto un liceo, il 30,8 per cento un istituto tecnico e il 13,2 per cento un professionale. Tra i licei, quello del Made in Italy è scelto solo dallo 0,14 per cento degli studenti. Nonostante la percentuale bassa, il dato è in crescita rispetto allo scorso anno, quando era pari allo 0,09 per cento.

È possibile poi che l’organizzazione delle scuole superiori subisca a breve un nuovo cambiamento. L’11 settembre infatti il ministro Valditara ha fatto sapere che nelle prossime settimane saranno emanati provvedimenti che faranno diventare gli istituti tecnici e professionali dei licei. In un’intervista a Skuola.net, Valditara ha detto che «la scuola costituzionale, che mette alla pari tutti i ragazzi, non possa più distinguere tra il liceo e l’istituto. Saranno tutti chiamati licei, non perché si faccia lo stesso tipo di insegnamento, ma perché hanno tutti pari dignità».

Edilizia scolastica

L’edilizia scolastica invece è un ambito su cui il governo ha lavorato soprattutto attraverso l’attuazione degli investimenti previsti dal PNRR. Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, per la messa in sicurezza e la riqualificazione delle scuole sono stati destinati complessivamente 5,1 miliardi di euro. Di questi, 3,9 miliardi provengono dal PNRR, approvato durante il governo Draghi, mentre il ministero indica in 1,2 miliardi le risorse aggiuntive stanziate successivamente per la sicurezza degli edifici, l’adeguamento sismico, la riqualificazione degli spazi e l’abbattimento delle barriere architettoniche.

Nonostante questi investimenti, le condizioni di una parte consistente degli edifici scolastici rimangono problematiche. Secondo il rapporto “Ecosistema Scuola” di Legambiente, pubblicato il 14 settembre 2026 e basato sui dati del 2024 relativi agli edifici dei comuni capoluogo, oltre la metà degli edifici scolastici ha beneficiato di interventi di manutenzione straordinaria negli ultimi cinque anni, ma quasi un edificio su tre – pari al 31,7 per cento – necessita ancora di interventi urgenti. 

In generale, il patrimonio edilizio italiano non è recente. Come ha sottolineato il XXIV rapporto di Cittadinanzattiva sulla sicurezza nelle scuole, presentato il 9 settembre, gli edifici scolastici di cui si conosce il dato relativo al periodo di costruzione hanno in media sessant’anni e il 49 per cento è stato costruito prima del 1976, cioè prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica. Inoltre, più della metà degli edifici non possiede il certificato di agibilità e quello di prevenzione degli incendi.

Nel complesso, in questi quattro anni il governo Meloni è intervenuto su molti aspetti della scuola: dalle assunzioni degli insegnanti ai programmi, dagli stipendi all’organizzazione degli indirizzi per le scuole superiori, passando per l’edilizia. Molti problemi con cui si è interfacciato il governo – come il precariato dei docenti, gli stipendi bassi o le condizioni di alcuni edifici scolastici – sono strutturali e necessitano di molto lavoro per essere risolti. Anche gli investimenti del PNRR possono contribuire a ridurre alcune criticità, ma molti richiederanno tempo per mostrare conseguenze concrete.

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