«Al netto delle dichiarazioni pubbliche, la strategia utilizzata con l’Egitto da tutti i governi è stata sempre quella del “dare e ricevere”. Mantenere buone relazioni per poter ottenere un domani qualche concessione dal governo egiziano sul caso Regeni». Così, un funzionario del Ministero degli Esteri, che ha preferito rimanere anonimo, ha riassunto a Pagella Politica la strategia che negli ultimi dieci anni i diversi governi italiani hanno mantenuto sul caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo a febbraio 2016. «Si è preferito mantenere questa strategia anche per evitare ritorsioni contro gli italiani che sono là, che sono numerosi, e per non compromettere i nostri rapporti economici, nella speranza di poter ottenere giustizia sul caso del ricercatore», ha aggiunto il funzionario.
Questa linea, improntata sulla cautela e al realismo, sembra essera stata confermata in questi giorni anche dalla stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla luce delle novità processuali sul caso del ricercatore italiano. Il 29 settembre Meloni ha difeso la scelta di mantenere aperti i rapporti politici e diplomatici con l’Egitto, pur ribadendo la richiesta italiana di «verità e giustizia» sulla morte di Regeni. «Ho un po’ il dubbio che chiudendo quei canali noi ci avviciniamo ai nostri obiettivi (diplomatici, ndr)», ha detto.
Le sue parole sono arrivate il giorno dopo la sentenza con cui la Corte d’assise di Roma ha condannato in primo grado a dieci anni tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro del ricercatore italiano, trovato morto al Cairo a febbraio di dieci anni fa. Il quarto imputato, invece, è stato assolto. Commentando la sentenza, non definitiva, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato che «non è stato condannato l’Egitto» ma «tre persone» e che non è «l’Egitto in quanto tale» a essere colpevole. Un commento che ha suscitato le critiche delle opposizioni, con la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein che ha risposto che dopo la sentenza «nessuno potrà mai più negare le responsabilità del regime egiziano».
Il punto è che, mentre il processo arrivava a una svolta, i rapporti tra Italia ed Egitto continuavano a rafforzarsi. Solo poche settimane prima, Tajani era stato al Cairo per discutere con il presidente Abdel Fattah al-Sisi e il ministro degli Esteri Badr Abdelatty di sicurezza, migrazioni, crisi regionali e rapporti economici.
Non è una novità. Si tratta di una linea che accompagna il caso Regeni quasi fin dall’inizio. Negli ultimi dieci anni governi di diverso colore politico hanno continuato a chiedere all’Egitto collaborazione per arrivare a «verità» e «giustizia». Al tempo stesso, però, hanno mantenuto – e in alcuni momenti rafforzato – i rapporti politici, economici e militari con il Paese nordafricano. Una linea seguita persino da partiti che, quando erano all’opposizione, l’avevano criticata.
Questa linea, improntata sulla cautela e al realismo, sembra essera stata confermata in questi giorni anche dalla stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla luce delle novità processuali sul caso del ricercatore italiano. Il 29 settembre Meloni ha difeso la scelta di mantenere aperti i rapporti politici e diplomatici con l’Egitto, pur ribadendo la richiesta italiana di «verità e giustizia» sulla morte di Regeni. «Ho un po’ il dubbio che chiudendo quei canali noi ci avviciniamo ai nostri obiettivi (diplomatici, ndr)», ha detto.
Le sue parole sono arrivate il giorno dopo la sentenza con cui la Corte d’assise di Roma ha condannato in primo grado a dieci anni tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro del ricercatore italiano, trovato morto al Cairo a febbraio di dieci anni fa. Il quarto imputato, invece, è stato assolto. Commentando la sentenza, non definitiva, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato che «non è stato condannato l’Egitto» ma «tre persone» e che non è «l’Egitto in quanto tale» a essere colpevole. Un commento che ha suscitato le critiche delle opposizioni, con la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein che ha risposto che dopo la sentenza «nessuno potrà mai più negare le responsabilità del regime egiziano».
Il punto è che, mentre il processo arrivava a una svolta, i rapporti tra Italia ed Egitto continuavano a rafforzarsi. Solo poche settimane prima, Tajani era stato al Cairo per discutere con il presidente Abdel Fattah al-Sisi e il ministro degli Esteri Badr Abdelatty di sicurezza, migrazioni, crisi regionali e rapporti economici.
Non è una novità. Si tratta di una linea che accompagna il caso Regeni quasi fin dall’inizio. Negli ultimi dieci anni governi di diverso colore politico hanno continuato a chiedere all’Egitto collaborazione per arrivare a «verità» e «giustizia». Al tempo stesso, però, hanno mantenuto – e in alcuni momenti rafforzato – i rapporti politici, economici e militari con il Paese nordafricano. Una linea seguita persino da partiti che, quando erano all’opposizione, l’avevano criticata.