Come l’Italia ha intensificato i rapporti con l’Egitto dopo il caso Regeni

Al di là delle critiche a parole, dopo l’uccisione del ricercatore tutti i governi italiani, da destra a sinistra, hanno cercato di mantenere buone relazioni con il Paese africano
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty durante una conferenza stampa al Cairo, 24 aprile 2025 // ANSA
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty durante una conferenza stampa al Cairo, 24 aprile 2025 // ANSA
«Al netto delle dichiarazioni pubbliche, la strategia utilizzata con l’Egitto da tutti i governi è stata sempre quella del “dare e ricevere”. Mantenere buone relazioni per poter ottenere un domani qualche concessione dal governo egiziano sul caso Regeni». Così, un funzionario del Ministero degli Esteri, che ha preferito rimanere anonimo, ha riassunto a Pagella Politica la strategia che negli ultimi dieci anni i diversi governi italiani hanno mantenuto sul caso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso al Cairo a febbraio 2016. «Si è preferito mantenere questa strategia anche per evitare ritorsioni contro gli italiani che sono là, che sono numerosi, e per non compromettere i nostri rapporti economici, nella speranza di poter ottenere giustizia sul caso del ricercatore», ha aggiunto il funzionario.

Questa linea, improntata sulla cautela e al realismo, sembra essera stata confermata in questi giorni anche dalla stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla luce delle novità processuali sul caso del ricercatore italiano. Il 29 settembre Meloni ha difeso la scelta di mantenere aperti i rapporti politici e diplomatici con l’Egitto, pur ribadendo la richiesta italiana di «verità e giustizia» sulla morte di Regeni. «Ho un po’ il dubbio che chiudendo quei canali noi ci avviciniamo ai nostri obiettivi (diplomatici, ndr)», ha detto.

Le sue parole sono arrivate il giorno dopo la sentenza con cui la Corte d’assise di Roma ha condannato in primo grado a dieci anni tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro del ricercatore italiano, trovato morto al Cairo a febbraio di dieci anni fa. Il quarto imputato, invece, è stato assolto. Commentando la sentenza, non definitiva, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato che «non è stato condannato l’Egitto» ma «tre persone» e che non è «l’Egitto in quanto tale» a essere colpevole. Un commento che ha suscitato le critiche delle opposizioni, con la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein che ha risposto che dopo la sentenza «nessuno potrà mai più negare le responsabilità del regime egiziano».

Il punto è che, mentre il processo arrivava a una svolta, i rapporti tra Italia ed Egitto continuavano a rafforzarsi. Solo poche settimane prima, Tajani era stato al Cairo per discutere con il presidente Abdel Fattah al-Sisi e il ministro degli Esteri Badr Abdelatty di sicurezza, migrazioni, crisi regionali e rapporti economici.

Non è una novità. Si tratta di una linea che accompagna il caso Regeni quasi fin dall’inizio. Negli ultimi dieci anni governi di diverso colore politico hanno continuato a chiedere all’Egitto collaborazione per arrivare a «verità» e «giustizia». Al tempo stesso, però, hanno mantenuto – e in alcuni momenti rafforzato – i rapporti politici, economici e militari con il Paese nordafricano. Una linea seguita persino da partiti che, quando erano all’opposizione, l’avevano criticata.

Il richiamo dell’ambasciatore

I rapporti tra Italia ed Egitto sul caso Regeni non sono sempre stati distesi, soprattutto nella fase iniziale della vicenda. La fase di maggiore tensione avvenne nella primavera del 2016, poche settimane dopo il ritrovamento del corpo di Regeni.

Ad inizio aprile, durante il governo Renzi, l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni disse al Senato che l’Italia si sarebbe fermata soltanto davanti alla «verità, quella vera e non quella di comodo». Il fatto che l’Egitto fosse un «Paese chiave nella regione» e un alleato contro il terrorismo, aggiunse Gentiloni, non doveva essere un ostacolo ma un incentivo alla ricerca della verità. Pochi giorni dopo il governo richiamò l’ambasciatore italiano al Cairo per valutare nuove iniziative e ottenere maggiore collaborazione dalle autorità egiziane.

La tensione si fece sentire anche sul piano militare. Nell’estate di quell’anno il Parlamento approvò un emendamento del PD che escludeva l’Egitto dalla cessione gratuita di alcuni materiali militari, bloccando l’invio di pezzi di ricambio per gli aerei F-16. La misura fu definita di valore «prettamente simbolico e politico», con l’obiettivo di aumentare la pressione sul governo egiziano. Già allora non si puntava comunque a una rottura totale dei rapporti. Nel dibattito al Senato fu chiarito dal PD che il caso Regeni non doveva comportare un «mutamento di atteggiamento» verso l’Egitto e che interrompere le relazioni economiche «non era affatto» l’obiettivo della misura.

L’abbandono della linea dura

Eppure, la fase di tensione durò poco più di un anno. Con il governo Gentiloni cambiò la linea nei rapporti con l’Egitto e già nell’estate successiva, quella del 2017, l’Italia decise di inviare al Cairo un nuovo ambasciatore.

Secondo il ministro degli Esteri Angelino Alfano la presenza del nuovo ambasciatore avrebbe favorito la cooperazione giudiziaria e le indagini sul caso Regeni, definendo al tempo stesso l’Egitto un «interlocutore ineludibile» per l’Italia, soprattutto nella lotta al terrorismo. «L’intensificazione del dialogo con l’Egitto» potrà «rafforzare l’azione del governo a sostegno dell’attività investigativa», aggiunse il ministro.

Insomma, rispetto all’anno precedente la linea era radicalmente cambiata. Il governo italiano non puntava più a mettere pressione a quello egiziano, ma provava a favorire un dialogo. Come vedremo, è un’impostazione che sarà ripresa, e talvolta rafforzata, dai governi successivi.

La giravolta del Movimento 5 stelle

Il cambiamento è particolarmente evidente nel caso del Movimento 5 Stelle. Per esempio, nell’aprile 2016, quando era all’opposizione, il senatore del Movimento 5 Stelle Stefano Lucidi attaccò duramente il governo Renzi, accusandolo di dare troppo peso agli interessi economici nei rapporti con l’Egitto. «Le vostre mani in questo momento – e, quando dico “vostre”, mi riferisco al governo e alla maggioranza, al PD in particolare – sono sporche e sono colorate di rosso e di nero. Una mano è sporca di nero perché è sporca di petrolio, l’altra di rosso perché è sporca di sangue», disse in aula, chiedendo di fermare la fornitura di armi all’Egitto e più fermezza sul caso Regeni. 

Una volta arrivato al governo però il Movimento 5 Stelle seguì una strada molto diversa da quella che indicava all’opposizione. Già nel luglio 2018, durante il primo governo Conte – sostenuto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega –, l’esecutivo spiegò che alla «ferma domanda di verità» sul caso Regeni andava affiancato il dialogo «sull’intero spettro dei rapporti tra Italia ed Egitto». Secondo il governo, mantenere aperto il confronto con il regime egiziano poteva favorire la collaborazione nelle indagini.

Questa impostazione fu poi ancora più evidente con il secondo governo Conte, sostenuto dal Movimento 5 Stelle con il PD, Italia Viva e Liberi e Uguali. Nel 2020 l’esecutivo autorizzò la vendita all’Egitto di due fregate – ossia delle navi da guerra – per un valore di quasi un miliardo di euro. Pochi mesi prima il ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva sostenuto che la ricerca della verità su Regeni «non può prescindere dal mantenimento di un’interlocuzione con l’Egitto», aggiungendo che «il tema delle fregate non compromette la ricerca della verità».

Davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Regeni, Conte spiegò che anche «le questioni più gravi tra Stati» potevano essere affrontate più efficacemente attraverso una «intensificazione» del dialogo, anziché con la sua interruzione. Pur ammettendo che questa strategia stentasse «ancora a produrre dei risultati concreti», difese la scelta di mantenere aperto il confronto con al-Sisi.

Gli affari, a gonfie vele

Se i rapporti diplomatici con l’Egitto hanno attraversato alti e bassi, quelli economici sono stati molto più lineari. Lo testimonia la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Regeni, istituita nell’aprile 2019, che ha ricostruito l’andamento degli scambi tra i due Paesi negli anni successivi alla scomparsa del ricercatore italiano. 

Secondo la Commissione, in quel periodo ci fu una «sostanziale continuità» nei rapporti commerciali. Nel 2020, nonostante la pandemia, gli scambi raggiunsero i 4,6 miliardi di euro, il 7,8 per cento in più rispetto all’anno precedente. Nel 2019, l’Italia era peraltro il quarto Paese per investimenti in Egitto, con una presenza particolarmente forte nel settore energetico. Per questo, la commissione chiese un «salto di qualità» nella pressione diplomatica, sostenendo che la ricerca della giustizia per Regeni dovesse pesare quanto gli altri interessi strategici dell’Italia.

Eppure, nei rapporti economici cambiò poco. Anzi, con il governo Draghi – sostenuto da tutti i partiti in Parlamento eccetto Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana – l’Egitto acquistò ancora più peso sul fronte energetico. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Italia iniziò a cercare alternative al gas russo e nell’aprile 2022 arrivò un passaggio importante. ENI, controllata di fatto dallo Stato italiano, e la società statale egiziana EGAS firmarono un accordo per aumentare la produzione di gas in Egitto e le forniture verso l’Europa, soprattutto in direzione dell’Italia.

Migranti e Piano Mattei

Negli ultimi anni il governo Meloni ha ulteriormente rafforzato i rapporti con l’Egitto. Un anno dopo il suo insediamento, nell’ottobre 2023, Tajani definì l’Egitto un Paese di «rilevanza strategica» per gli equilibri regionali, «per il contrasto al traffico di migranti e per la sicurezza energetica» dell’Italia. Il ministro assicurò che avrebbe sollevato «con forza» il caso Regeni, chiedendo alle autorità egiziane «segnali concreti».

Al contempo, l’Egitto è stato inserito fin dall’inizio tra i Paesi prioritari del Piano Mattei, il progetto con cui il governo punta a rafforzare la cooperazione economica e politica con diversi Paesi africani. In questo contesto, nel marzo 2024 Meloni è stata al Cairo, dove Italia ed Egitto hanno firmato nuove intese nell’ambito del Piano Mattei, anche di natura economica.

E i rapporti hanno continuato ad intensificarsi. A settembre scorso Tajani è tornato al Cairo per il Business Forum Italia-Egitto, che ha riunito oltre cento aziende italiane e quasi 600 partecipanti. Secondo il Ministero degli Esteri, nel 2025 gli scambi tra i due Paesi hanno raggiunto 5,9 miliardi di euro, l’11,7 per cento in più rispetto all’anno precedente, e nei primi cinque mesi del 2026 sono cresciuti ancora del 7,5 per cento. Per l’occasione Tajani ha rivendicato che l’Italia è il «primo partner commerciale europeo dell’Egitto» e che l’obiettivo del governo è andare oltre gli scambi, aumentando investimenti e produzione tra i due Paesi.

La cooperazione militare

Un ultimo aspetto da considerare è quello della cooperazione militare. Italia ed Egitto hanno un accordo sulla difesa che risale al 1998 e che l’anno scorso i due governi hanno deciso di prorogare. Per rendere effettiva la proroga, ad aprile di quest’anno il governo Meloni ha presentato un disegno di legge che a giugno di quest’anno è stato approvato dal Senato. Adesso manca solo il voto della Camera per renderlo effettivo. 

La scelta ha riaperto il confronto politico sul caso Regeni e sui rapporti con il governo egiziano. Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli (Fratelli d’Italia) ha difeso la proroga spiegando che l’Egitto resta «un interlocutore di riferimento» dell’Italia sul piano politico, economico ed energetico e che l’accordo serve a garantire «la continuità del dialogo istituzionale e operativo» tra i due Paesi. Allo stesso tempo ha ribadito che mantenere aperta la cooperazione non significa rinunciare alla ricerca della verità sul caso Regeni. Sul fronte opposto, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra non erano dello stesso avviso e hanno votato contro la proroga, criticandola proprio in relazione al caso Regeni. 

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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