Che cosa ha fatto il governo Meloni per le disabilità

Ha aumentato gli insegnanti di sostegno e presentato un disegno di legge sui caregiver, ma restano problemi di continuità didattica e carenze nei servizi
ANSA
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Il 5 settembre, in un’intervista rilasciata a la Repubblica a pochi giorni dall’inizio della scuola, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha difeso il modello italiano dell’inclusione degli alunni con disabilità. Interpellato sulla proposta di classi separate avanzata in Germania dal partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) e sostenuta anche in Italia dal leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci, ha affermato che «l’Italia ha uno dei migliori sistemi al mondo per l’inclusione scolastica» e che «non si torna indietro».

Pochi giorni dopo, anche la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha rivendicato il modello italiano. Commentando la proposta di AfD, ha ricordato che «l’Italia ha un percorso storico di inclusione che parte soprattutto dalla scuola già dagli anni ’70» e ha definito il nostro Paese «un modello virtuoso» per avere scelto di «mandare tutti i bambini a scuola insieme».

L’Italia ha abbandonato il modello delle classi separate da quasi cinquant’anni: una legge del 1977 ha definitivamente superato la concezione delle classi differenziali e introdotto il principio dell’integrazione degli alunni con disabilità nelle classi comuni.

Tuttavia, l’inclusione non si misura soltanto dalla presenza di un alunno nella stessa aula degli altri, ma anche da altri elementi: la disponibilità degli insegnanti di sostegno, la loro formazione, la continuità didattica e gli altri servizi che rendono possibile la frequenza scolastica.

Quindi, a quattro anni dall’inizio del governo guidato da Giorgia Meloni, che cosa è stato fatto in quest’ambito?

Chi se ne occupa

Prima di vedere nel dettaglio che cosa è cambiato in questi anni, è utile chiarire chi si occupa di queste politiche all’interno del governo. Non esiste un Ministero della Disabilità con una struttura autonoma paragonabile, ad esempio, al Ministero della Salute o a quello dell’Istruzione. Nel governo Meloni la delega è affidata ad Alessandra Locatelli, esponente della Lega e ministra senza portafoglio per le Disabilità dall’ottobre 2022. 

Locatelli è una ministra “senza portafoglio”: questo significa che fa parte del governo ma, a differenza dei ministri “con portafoglio”, non è a capo di un ministero autonomo.

La scelta di affidare a un ministro una delega specifica sulla disabilità non nasce con l’attuale governo. Nel 2018 durante il primo governo Conte Lorenzo Fontana della Lega, oggi presidente della Camera, era stato nominato ministro per la Disabilità e la Famiglia e a luglio 2019 gli era subentrata la stessa Locatelli. Con il secondo governo Conte invece non fu nominato un ministro con delega specifica alla disabilità e, dal 2020, è stato istituito un Ufficio autonomo dedicato alle politiche in favore delle persone con disabilità. Nel 2021, con il governo Draghi, è tornato poi una ministra con una delega esclusivamente dedicata alla disabilità: Erika Stefani, sempre della Lega. Il governo Meloni ha dunque proseguito una scelta già fatta dal governo Draghi, nominando nuovamente una ministra per le Disabilità.

Più insegnanti di sostegno

Tra gli ambiti su cui il governo è intervenuto c’è quello degli insegnanti di sostegno. La presidente del Consiglio in diverse occasioni ha sostenuto la necessità di incrementare il numero degli insegnanti di sostegno, con l’obiettivo di «garantire maggiore continuità didattica, rafforzare l’inclusione e assicurare agli studenti con disabilità il supporto che meritano».

Dal punto di vista numerico, negli ultimi anni ci sono stati miglioramenti. Secondo i dati Istat, nell’anno scolastico 2024-2025 i docenti impiegati sul sostegno sono aumentati del 6 per cento rispetto all’anno precedente, superando quota 261 mila. Non tutti, però, possiedono la specifica specializzazione per il sostegno: per far fronte alla carenza di personale specializzato possono infatti essere impiegati anche docenti curricolari privi di quella formazione. Nel 2024-2025 la quota degli specializzati è comunque salita al 78 per cento, rispetto al 63 per cento di cinque anni prima. 

Per il nuovo anno scolastico il governo ha inoltre autorizzato quasi 47 mila assunzioni a tempo indeterminato, di cui 10.810 sul sostegno, con l’obiettivo di aumentare la continuità didattica. E per favorire la continuità, con un decreto-legge del 2024 è stata introdotta la possibilità che la famiglia chieda la conferma dello stesso supplente di sostegno per l’anno successivo.

Sono cresciuti del 7 per cento anche gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione: figure che affiancano l’alunno per facilitare l’interazione con il resto della classe e la partecipazione alla vita scolastica, in base alle esigenze specifiche di ciascuno. Nel 2025 il governo ha portato da 200 a 260 milioni di euro le risorse destinate a questo servizio.

Le criticità

Restano, tuttavia, diverse carenze. Nell’anno scolastico 2024-2025 circa 57 mila insegnanti impiegati sul sostegno erano ancora privi della specializzazione richiesta; all’inizio delle lezioni oltre il 22 per cento dei docenti non era stato ancora assegnato; e, a un mese dall’avvio della scuola, il 10 per cento dei posti risultava ancora vacante.

Un dato significativo riguarda la continuità didattica: il 59,7 per cento degli alunni con disabilità ha cambiato insegnante di sostegno: il 50,4 per cento nel passaggio dall’anno scolastico precedente, l’1,7 per cento nel corso di quell’anno scolastico e il 7,4 per cento in entrambi i casi.

La criticità è stata riconosciuta anche dall’Autorità garante nazionale per i diritti delle persone con disabilità – istituita nel 2024 in attuazione della riforma approvata nel 2021 durante il governo Draghiche ad agosto 2026, intervenendo sul caso di uno studente di Bari che chiedeva di mantenere lo stesso docente fino alla maturità, ha ricordato che l’inclusione non può dipendere da «interventi saltuari» o dalla capacità delle singole famiglie di far emergere il problema. Inoltre, secondo l’Istat restano privi di supporto all’autonomia e alla comunicazione o igienico-personale più di 18 mila studenti che ne avrebbero bisogno.

Autonomia di movimento

La frequenza scolastica presuppone anche che gli studenti con disabilità possano raggiungere la scuola. Nel 2025 il governo ha stanziato 70 milioni di euro per potenziare il trasporto scolastico degli iscritti alle scuole superiori. Ma per questo servizio non è ancora stato fissato un livello essenziale delle prestazioni, noto come LEP, cioè lo standard minimo che dovrebbe essere garantito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dal comune o dalla regione di residenza. Lo segnala lo stesso decreto del 2025 che assegna le risorse tra regioni e comuni, precisando che il livello essenziale relativo a questo servizio «non è, ad oggi, stato definito».

Il lavoro

Sono poi stati fatti anche interventi in ambito lavorativo. Tra gli altri, il 30 aprile 2026 la ministra Locatelli ha annunciato uno stanziamento di 25 milioni di euro con l’obiettivo di favorire l’inserimento stabile nel mondo del lavoro dei giovani con disabilità.

Come segnalano però alcune associazioni del settore, l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, nonostante i passi in avanti degli ultimi anni, rimane ancora difficile soprattutto a causa dei pregiudizi, della scarsa conoscenza della disabilità e dell’assenza di servizi.

Il “progetto di vita”

Allargando lo sguardo oltre la scuola e il lavoro, uno degli interventi più importanti operato dal governo negli ultimi anni in tema di disabilità è la riforma che nel 2024 ha introdotto una nuova disciplina del “progetto di vita”, uno strumento pensato per garantire l’autonomia degli individui.

Qui è necessaria una precisazione. Il decreto legislativo approvato nel 2024 è stato adottato dal governo Meloni, ma dà attuazione a una legge delega approvata nel dicembre 2021, durante il governo Draghi, in adempimento di uno degli impegni previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Non sarebbe dunque corretto attribuire al solo governo Meloni l’intera riforma. Al tempo stesso, è stato l’attuale esecutivo ad approvare uno dei principali decreti attuativi e ad avviarne concretamente la sperimentazione.

Il punto centrale è il tentativo di superare uno dei problemi storici del sistema italiano in materia di disabilità: la frammentazione degli interventi. Una persona può avere bisogno contemporaneamente di cure sanitarie, assistenza sociale o domiciliare, sostegni scolastici o lavorativi e misure per l’autonomia. Questi interventi fanno capo ad amministrazioni e strutture differenti e, in passato, le relative valutazioni potevano procedere in maniera poco coordinata. Già la legge delega del 2021 chiedeva per questo di creare modalità di «coordinamento tra le amministrazioni competenti» e di assicurare «l’integrazione degli interventi di presa in carico, di valutazione e di progettazione».

La nuova disciplina prevede innanzitutto una “valutazione di base”, che serve ad accertare formalmente la condizione di disabilità. L’INPS era già coinvolto negli accertamenti, ma la riforma gli ha attribuito progressivamente un ruolo centrale: dal 2027 l’istituto sarà responsabile in via esclusiva della valutazione di base su tutto il territorio nazionale. Una volta accertata la condizione di disabilità, la persona può chiedere all’Ambito territoriale sociale, cioè alla struttura territoriale competente per l’organizzazione dei servizi sociali, una valutazione multidimensionale finalizzata a individuare i sostegni di cui ha bisogno e costruire su questa base il suo “progetto di vita”.

Come dispone il decreto legislativo del 2024 di attuazione della riforma, questa valutazione considera insieme apprendimento e socialità, formazione e lavoro, casa e salute. Alla valutazione partecipano la persona con disabilità, operatori dei servizi sociali e sanitari e, quando necessario, rappresentanti della scuola e dei servizi per l’inserimento lavorativo. Il progetto deve indicare obiettivi, servizi e interventi necessari, risorse disponibili e soggetti chiamati a realizzarli.

La disciplina del 2024 stabilisce inoltre che nel budget confluiscano le risorse pubbliche disponibili a legislazione vigente: gli interventi pubblici vengono quindi finanziati entro i limiti di tali risorse, alle quali si aggiunge un fondo specifico per l’implementazione dei progetti di vita, pari a 25 milioni di euro annui a decorrere dal 2025.

La capacità della riforma di migliorare la vita delle persone con disabilità dipenderà quindi anche da ciò che sarà disponibile sul territorio. Se, per esempio, il progetto individua la necessità di più ore di assistenza domiciliare, occorre che l’ente competente disponga non solo dei fondi sufficienti, ma anche degli operatori necessari per garantirla.

Al momento comunque il sistema non è ancora operativo allo stesso modo in tutta Italia. La sperimentazione è iniziata nel gennaio 2025 in nove province ed è stata successivamente ampliata. Dal marzo 2026 coinvolge altre quaranta province, mentre l’applicazione nazionale è prevista dal 2027. Di conseguenza, un giudizio definitivo sui risultati della riforma sarebbe al momento prematuro.

Il tentativo di riconoscere i caregiver

Un’altra questione affrontata dal governo riguarda i caregiver familiari, cioè le persone che assistono in modo continuativo un familiare non autosufficiente. Da anni in Italia si discute della necessità di una disciplina organica che riconosca questa figura e stabilisca diritti e tutele uniformi. Nel 2026 il governo Meloni ha presentato un disegno di legge che ha l’obiettivo di concentrare le tutele più forti sui caregiver che sostengono il carico di cura maggiore, distinguendo le diverse situazioni in base alla convivenza con la persona assistita e al numero di ore dedicate all’assistenza. Al momento il testo è in esame in commissione alla Camera e potrà quindi essere modificato prima dell’eventuale approvazione definitiva.

Il disegno di legge individua quattro profili. Nel primo rientrano i caregiver conviventi che prestano almeno 91 ore settimanali di assistenza; il secondo comprende i conviventi che prestano tra 30 e 90 ore settimanali di assistenza; il terzo i non conviventi che ne prestano almeno 30; il quarto chi, conviventi o meno, presta tra 10 e 29 ore a settimana. Il sostegno economico è riservato al primo profilo.

Per ottenere il contributo occorre inoltre non lavorare oppure avere redditi da lavoro inferiori a 3 mila euro lordi l’anno e appartenere a un nucleo con ISEE non superiore a 15 mila euro. Il beneficio potrebbe arrivare a un massimo di 1.200 euro ogni tre mesi. E proprio i requisiti per ottenere il contributo sono tra gli aspetti più contestati.

Le critiche al provvedimento

Auser, associazione di volontariato attiva sui temi dell’invecchiamento e della non autosufficienza, ha stimato che con quei criteri il sostegno economico raggiungerebbe circa 52 mila persone, a fronte di una platea di caregiver familiari molto più ampia, che l’associazione indica in circa sette milioni. La relazione tecnica del disegno di legge, sulla base dell’indagine europea sulla salute dell’Istat, valuta in quasi otto milioni le persone che prestano cure o assistenza almeno una volta alla settimana.

Anche CoorDown, il Coordinamento Nazionale Associazioni delle persone con sindrome di Down, ha giudicato positivamente il tentativo di riconoscere formalmente i caregiver, ma ha criticato la combinazione tra soglia ISEE, reddito personale, convivenza e numero minimo di ore di assistenza. Secondo l’associazione, questi criteri rendono troppo ristretta la platea che potrebbe ricevere il sostegno economico. 

Critiche simili a quelle di CoorDown sono arrivate anche durante le audizioni parlamentari. La UIL, ad esempio, ha contestato la scelta di misurare il carico di cura attraverso il numero delle ore settimanali. L’assistenza a un familiare, secondo il sindacato, non è facilmente quantificabile come una normale prestazione lavorativa: comprende presenza continua, responsabilità emotiva e relazionale e situazioni spesso imprevedibili. La UIL ha criticato anche l’assenza di contributi previdenziali figurativi per i periodi dedicati alla cura. Senza questo tipo di tutela, chi riduce o abbandona il lavoro per assistere un familiare rischia di subirne le conseguenze anche al momento della pensione. 

Secondo Cittadinanzattiva e CARER, associazione dei caregiver familiari, il testo rischia di creare una «gerarchia della cura». Le due associazioni contestano il vincolo della convivenza e quello della distanza previsto per alcuni caregiver non conviventi, perché possono escludere chi presta assistenza quotidiana pur vivendo altrove; e criticano il limite della parentela, che non riconosce il possibile ruolo di amici o vicini. Definiscono inoltre una «trappola della povertà» il fatto che il contributo economico sia subordinato contemporaneamente a un carico di almeno 91 ore settimanali, a un ISEE non superiore a 15 mila euro e a un reddito da lavoro molto basso. Secondo Cittadinanzattiva, in questo modo una tutela legata al lavoro di cura rischia di trasformarsi soprattutto in una misura destinata ai caregiver in condizioni economiche più disagiate. Per correggere questi limiti, propongono di sostituire le soglie rigide di ore e convivenza con una valutazione multidimensionale del carico assistenziale e di prevedere un fondo destinato alle Regioni per garantire servizi di informazione, sollievo, supporto psicologico e formazione.

Comunque, come dicevamo, attualmente l’esame del disegno di legge nella Commissione Affari sociali della Camera non si è ancora concluso e potrà quindi essere modificato. Per diventare legge, il provvedimento dovrà poi essere approvato nello stesso testo dalla Camera e dal Senato.

Insomma, in questi quattro anni di governo Meloni sul sostegno scolastico alcuni miglioramenti ci sono stati. La riforma del “progetto di vita” tenta di superare un difetto del sistema, mentre il disegno di legge sui caregiver affronta una lacuna che dura da anni. Inoltre, da quando è in carica il governo Meloni nelle scuole sono aumentati sia gli insegnanti di sostegno sia la quota di quelli specializzati. Allo stesso tempo, restano diverse criticità: decine di migliaia di docenti di sostegno non hanno ancora la specializzazione, la discontinuità degli insegnanti riguarda la maggioranza degli alunni con disabilità e migliaia di studenti non ricevono tutta l’assistenza di cui avrebbero bisogno. Poi, l’attuazione del “progetto di vita” dipende anche dalla disponibilità concreta dei servizi individuati. Infine, sui caregiver il governo ha presentato un disegno di legge atteso da anni, ma non è ancora stato approvato e ha incontrato le critiche di diverse associazioni del settore.

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