In Italia dichiarano in pochi, ma non solo per l’evasione

I dati sulle dichiarazioni dei redditi degli italiani sembrano dipingere un popolo di evasori, ma l’economia sommersa spiega solo una piccola parte dei problemi
ANSA
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Il 24 settembre Itinerari previdenziali, un centro studi indipendente che si occupa di analisi e studi sulla finanza pubblica, ha presentato la tredicesima “Indagine sulle entrate fiscali”, un report che analizza le dichiarazioni dei redditi degli italiani per mostrare come è distribuito il carico fiscale e quanti sono i contribuenti che pagano le imposte. Ogni anno la stampa riprende soprattutto un dato: una larghissima percentuale di italiani non paga le imposte perché non dichiara redditi o non guadagna abbastanza per rientrare nella soglia di reddito tassato. Questo dato viene spesso interpretato come un segnale del forte livello di evasione fiscale nel nostro Paese. In effetti, dalle dichiarazioni spesso emergono numeri sospetti: la Repubblica, per esempio, ha sottolineato che un gioielliere dichiara in media meno di un insegnante.

Sarebbe sbagliato pensare che chi non dichiara nulla sia automaticamente un evasore, ma, allo stesso tempo, è importante capire perché il basso numero di contribuenti sia un problema. Dietro questo problema infatti non c’è solo una scarsa propensione di molti italiani a pagare le tasse, ma ci sono radici culturali profonde che danneggiano l’economia più di quanto non faccia l’evasione.

Che cosa dicono i dati

Secondo i dati del Ministero dell’economia, elaborati da Itinerari previdenziali, il 18 per cento dei contribuenti italiani dichiara meno di 7.500 euro, mentre un altro 17 per cento ne dichiara meno di 15 mila. La prima soglia è sostanzialmente esente dall’IRPEF, la principale imposta sui redditi, mentre nella seconda fascia la tassazione è molto bassa. Il report stima una spesa media per l’IRPEF di 204 euro l’anno per ciascun contribuente nel secondo intervallo di reddito. Significa che il 36 per cento dei contribuenti non paga le imposte o paga una cifra minima: oltre 15 milioni di persone. A queste vanno sommate le persone che non presentano le dichiarazioni dei redditi. Secondo Itinerari previdenziali, «ben il 42 per cento degli italiani non ha redditi, non paga tasse e vive a carico della collettività e tuttavia beneficia gratuitamente di tutti i servizi dello Stato e degli enti locali».
Come si nota dal grafico, la fascia di persone che dichiara meno di 7.500 euro è la più rappresentativa tra chi presenta la dichiarazione dei redditi (19 per cento), mentre le fasce che associamo alla classe media hanno percentuali che vanno dal 7 al 15 per cento.

Qui va specificato che si considera il reddito imponibile, ossia quello su cui viene applicata l’imposta. Il dato per un dipendente, dunque, non è indicativo della RAL (retribuzione annua lorda), ma del reddito una volta sottratte le detrazioni, che permettono di “scaricare” alcune spese dal reddito. Se per esempio si guadagnano 21.600 euro in un anno, ma si sono pagati contributi previdenziali per 1.600 euro (circa l’8 per cento della retribuzione), il reddito imponibile sarà di 20.000 euro e solo su quella cifra verrà calcolata l’IRPEF. I contributi previdenziali sono infatti una spesa deducibile. Il valore medio dei redditi lordi effettivamente incassati dagli italiani è dunque un po’ più alto. Anche con questa precisazione, è evidente che i guadagni dichiarati siano troppo bassi rispetto al benessere effettivo dei cittadini italiani.

Dal grafico si nota pure una forte disuguaglianza nella distribuzione del peso dell’imposta, che si scarica soprattutto sulla cosiddetta classe media: chi guadagna tra 29 e 55 mila euro rappresenta solo il 24 per cento dei contribuenti ma paga il 38 per cento dell’imposta. Al contrario, chi ha un reddito imponibile inferiore a 30 mila euro, ossia il 69 per cento dei dichiaranti, versa poco più del 20 per cento dell’imposta totale. Il report di Itinerari previdenziali, che ha una chiara idea politica di fondo, è molto netto nel giudicare questi numeri. Nel documento, si parla addirittura del «folle “sogno tutto italiano” di pensare di far funzionare il Paese con la maggioranza che beneficia di tutti i servizi forniti dalla pubblica amministrazione quasi gratuitamente senza pagare né imposte né contributi; insomma vive alle spalle di altri cittadini».

L’immagine che ne deriva, però, non è del tutto chiara. Chi sono queste persone? Si tratta del lavoratore autonomo abusivo che fa l’elettricista o l’idraulico senza nemmeno avere la partita IVA? Si tratta dei proprietari di discoteche che fingono di non avere redditi o quasi? La risposta è meno immediata di quanto si pensi.

Chi non dichiara redditi in Italia

In realtà, il ritratto del cittadino che “vive sulle spalle” della collettività è molto più normale di quanto immaginiamo. È vero che l’evasione è molto elevata, soprattutto tra i lavoratori autonomi; ma lo è, per esempio, anche in Germania. Eppure i conti pubblici tedeschi sono sani e vengono presi come riferimento da tutta Europa. Allo stesso tempo, il livello dei servizi pubblici in Germania non sembra essere più basso rispetto all’Italia. Tra i due Paesi però c’è una grande differenza: il tasso di occupazione.

Quando si commentano i dati sulle dichiarazioni dei redditi, spesso si indaga sulle categorie che dichiarano meno, sui potenziali evasori, sul peso pagato dalla classe media o dai ricchi, ma non ci si sofferma su un aspetto fondamentale: in Italia lavorano poche persone, perlomeno se ci mettiamo a confronto con gli altri Paesi europei. Le persone che “vivono sulle spalle” degli altri italiani sono spesso le mogli dei lavoratori, rimaste a casa per occuparsi della famiglia, i giovani figli che finiscono l’università e restano a casa dei genitori senza lavoro o con un lavoro sottopagato, gli anziani che non hanno mai pagato contributi e che oggi ricevono una pensione minima su cui la tassazione è molto bassa, e così via. 

Il messaggio che arriva da questi dati è chiaro: il fatto che così poche persone contribuiscano è un problema per la sostenibilità di tutto il sistema sociale. La narrazione che accompagna questi numeri, però, sembra puntare il dito in una sola direzione: il problema sarebbe che troppi italiani “fanno i furbi” e non dichiarano quello che guadagnano. Si tratta però solo di una parte della questione. Se il tasso di occupazione femminile italiano (58 per cento) fosse ai livelli europei (71,3 per cento), ci sarebbero oltre 2 milioni di donne in più sul mercato del lavoro, ossia 2 milioni di contribuenti in più che finanziano il sistema. Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per i giovani, considerando che il 15 per cento degli under-35 non studia e non lavora.

I dati sulle dichiarazioni dei redditi sono dunque una testimonianza dell’altissimo livello di evasione nel nostro Paese, come dimostrano i circa 30 miliardi di IRPEF evasi dai lavoratori autonomi e dalle piccole imprese ogni anno. Sarebbe però troppo semplice fermarsi al peso dell’economia sommersa. I problemi strutturali dell’Italia si riflettono nei dati del Ministero dell’Economia: per raggiungere la sostenibilità non basterà contrastare l’evasione, ma sarà sempre più importante coinvolgere i cittadini perché contribuiscano alla sostenibilità dei servizi pubblici e del benessere collettivo.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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