Il record di occupati non basta a risolvere i problemi del lavoro in Italia

Fratelli d’Italia è tornato a vantare meriti straordinari sull’occupazione, ma le criticità strutturali sono rimaste identiche a prima
ANSA
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Il 12 settembre Fratelli d’Italia ha pubblicato un post su Instagram intitolato «Istat, l’occupazione vola. Mai così alta da 22 anni. In flessione gli inattivi». Il titolo riprende un articolo del quotidiano La Stampa, che racconta i presunti successi dell’esecutivo nel gestire il mercato del lavoro. Non è la prima volta che il governo esalta i numeri sul lavoro, ma ogni volta lo fa citando dati che mostrano solo una parte della storia. 

Se è vero infatti che in Italia non ci sono mai stati così tanti lavoratori, va anche considerato il contesto che ha permesso il raggiungimento di questo record. Il monitoraggio di variabili diverse dal numero di occupati e dal tasso di occupazione permette di comprendere meglio come mai i dati economici del nostro Paese sono insufficienti nonostante i record sul mercato del lavoro.

Occupati, disoccupati e inattivi

Il primo aspetto da considerare è la composizione della forza lavoro. Come si vede nel grafico sotto, in Italia ci sono circa 38 milioni di persone che potrebbero potenzialmente lavorare. Si tratta della “popolazione attiva”, ossia gli individui che hanno un’età compresa tra 15 e 64 anni. Non tutte queste persone però lavorano: una parte di loro sarà “inattiva”, che è il termine con cui si definisce chi non lavora e non è alla ricerca di un lavoro. Una persona può essere inattiva perché non vuole un impiego, come chi vive di rendita, perché le circostanze non gli permettono di lavorare, per esempio in caso di disabilità grave, o perché i tentativi di trovare un impiego in passato sono falliti (i cosiddetti lavoratori scoraggiati). Chi invece partecipa al mercato rientra nella forza lavoro, che è fatta di occupati, cioè chi ha un impiego, e disoccupati, cioè chi non ha un lavoro, ma lo sta cercando.
Una prima cosa che si nota osservando il grafico è che l’occupazione è cresciuta soprattutto grazie alla riduzione dei disoccupati. Nel 2019 erano circa 2,6 milioni, mentre oggi sono 1,4 milioni, quasi la metà. È invece cambiato meno il numero di inattivi, che sono passati da 13,1 a 12,3 milioni. È comunque un calo rilevante, ma arriva a fronte di una riduzione della popolazione attiva di quasi un milione di unità: negli ultimi sei anni infatti il numero di persone che hanno un’età compresa tra 15 e 64 anni è calato da 38,7 a 38 milioni.

Da questo primo grafico possiamo già osservare diverse tendenze: negli ultimi anni trovare lavoro è diventato più facile per chi decide di cercarlo, come mostra la riduzione dei disoccupati. Questo accade perché la domanda di lavoro è la più alta di sempre, con posizioni per oltre 24 milioni di occupati. L’altro lato della medaglia ci mostra però che stiamo facendo funzionare la macchina ben al di sotto del suo potenziale: circa un terzo della popolazione in età da lavoro, gli inattivi, non è interessata a entrare nel mercato.

La presenza di un maggior numero di occupati significa maggiore produzione e maggiori redditi distribuiti all’interno dell’economia, due fattori che fanno aumentare il Prodotto interno lordo (PIL). In una delle sue definizioni, il PIL è proprio la somma di tutti i redditi (da lavoro, salari, e da capitale, profitti) che vengono distribuiti all’interno di un Paese. Il fatto che un nuovo lavoratore venga assunto, supponiamo a mille euro al mese, basterà per aumentare il PIL di mille euro al mese. Il fatto che quasi un terzo della popolazione adulta non lavori è invece una potenziale perdita molto importante in termini di crescita.

Inoltre, il grafico suggerisce un’ultima tendenza negativa: il fatto che la popolazione attiva si stia riducendo. In sei anni è calata di 700 mila unità e questo non significa solo una riduzione della produzione potenziale, ma anche un aumento della dipendenza degli anziani dalla popolazione attiva. Circa 700 mila potenziali lavoratori in meno equivalgono a circa 700 mila nuovi anziani che andranno supportati con assistenza e pensioni nei prossimi anni. Il tutto a fronte di un forza lavoro sempre meno numerosa per la crescita del peso delle persone che non sono in grado di lavorare.

Il mercato del lavoro italiano sta dunque registrando un record di occupati, ma parte da un livello molto basso e ha molto terreno da recuperare: nel 2025, il 67,6 per cento della popolazione attiva italiana aveva un lavoro (tasso di occupazione), mentre la media UE era al 76,1 per cento. Il distacco è ampio anche se consideriamo singoli Paesi simili al nostro: in Spagna, il tasso di occupazione è al 72,4 per cento, in Francia al 75,4, e in Germania sale addirittura all’81,1 per cento.

Perché siamo indietro sull’occupazione

Le ragioni del ritardo italiano sono soprattutto culturali. In primo luogo, in Italia esiste da sempre un problema di occupazione femminile: per molto tempo alle donne sono stati attribuiti i lavori di cura e domestici, per cui moltissime donne semplicemente non partecipano al mercato del lavoro o lo abbandonano nel momento in cui diventano madri. Non a caso, nel 2025 la percentuale di donne tra 20 e 64 anni che lavorano era al 58 per cento, contro un 77,1 per cento tra gli uomini. Il dato dell’occupazione femminile è il più basso a livello europeo. Il divario occupazionale inoltre aumenta in presenza di figli: nel 2023 le coppie con figli minori avevano un tasso di occupazione al 91,5 per cento tra i padri e al 61,6 per cento tra le madri.

Anche l’esclusione dei giovani dal mercato ha un ruolo rilevante, perché in Italia l’ingresso nel mercato del lavoro per gli under 30 è più lento rispetto al resto dell’Unione europea. Secondo gli ultimi dati disponibili infatti solo il 33 per cento dei giovani tra 15 e 29 anni aveva un lavoro, contro il 49 per cento della media UE. L’aumento di lavoratori anziani ha in piccola parte compensato la perdita di forza lavoro tra 15 e 64 anni, visto che nel 2024 oltre 365 mila persone con almeno 65 anni lavoravano come dipendenti nel settore privato, contro le 108 mila del 2014. In dieci anni quindi i lavoratori anziani in Italia sono aumentati di oltre 250 mila unità.

Insomma, i numeri positivi sull’occupazione sono un ottimo segnale per il futuro, ma mettono in evidenza tutte le criticità che ancora rallentano il buon andamento dell’economia e del mercato del lavoro. Su occupazione femminile e lavoro dei giovani l’Italia ha fatto qualche passo avanti, ma i nostri dati continuano a essere i peggiori d’Europa. Non a caso, siamo uno dei Paesi in cui si lavora per meno anni.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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