L’Unione europea è in ritardo sui data center

L’UE vuole aumentare la propria capacità di calcolo per sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ma deve fare i conti con investimenti, energia, impatto ambientale e opposizioni locali
Un data center di Google nei Paesi Bassi – Foto: ANSA
Un data center di Google nei Paesi Bassi – Foto: ANSA
L’11 settembre l’ex presidente della Banca centrale europea (BCE) Mario Draghi ha sostenuto, in un intervento sul Financial Times, che l’Unione europea deve accelerare lo sviluppo e l’adozione dell’intelligenza artificiale. Draghi ha sottolineato l’importanza dell’AI per la crescita economica, dal momento che le stime della BCE indicano che, nello scenario di un’adozione rapida e diffusa di queste tecnologie, l’AI potrebbe aumentare la crescita annuale della produttività nell’area euro di 0,3-0,4 punti percentuali nel prossimo decennio.

Per Draghi la questione riguarda però anche l’autonomia economica e tecnologica dell’Europa. Oggi il divario con Stati Uniti e Cina è ampio. In un discorso del 14 settembre, la presidente della BCE Christine Lagarde ha ricordato che nel 2025 gli Stati Uniti hanno sviluppato 59 modelli di AI considerati di rilievo, contro i 35 della Cina. Francia e Regno Unito ne hanno sviluppato uno ciascuno. Gli Stati Uniti ospitano inoltre circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale destinata all’AI, mentre all’Europa ne fa capo circa il 5 per cento, come indicato dall’AI Index dell’Università di Stanford.

Per ridurre questo divario servono, tra le altre cose, più investimenti e una maggiore capacità di calcolo. Ed è qui che entrano in gioco i data center, cioè le strutture che ospitano server e altre apparecchiature informatiche necessarie per elaborare e conservare grandi quantità di dati.

Mancano gli investimenti

Nel febbraio 2025 la Commissione europea ha lanciato InvestAI, un’iniziativa che punta a mobilitare 200 miliardi di euro di investimenti nell’intelligenza artificiale.

La cifra però va interpretata correttamente. Non si tratta di 200 miliardi di euro messi direttamente a disposizione dal bilancio dell’Unione europea, ma di un obiettivo complessivo di investimenti pubblici e privati che la Commissione conta di mobilitare attraverso diversi strumenti. Una parte dell’iniziativa riguarda la costruzione delle cosiddette AI gigafactories, grandi infrastrutture di calcolo dedicate all’addestramento e allo sviluppo dei modelli di AI.

Il 30 luglio 2026 l’impresa comune europea EuroHPC ha aperto il bando per selezionare fino a sette AI gigafactories. La Commissione prevede fino a dieci miliardi di euro di sostegno pubblico, proveniente dall’UE e dagli Stati membri, con l’obiettivo di attirare almeno altri 20 miliardi di investimenti privati. La selezione, dunque, è ancora in corso: la scadenza per presentare le candidature è fissata al 12 novembre 2026 e le prime strutture dovrebbero cominciare a essere costruite dal 2027.

Al di là degli interventi pubblici, il ritardo europeo emerge anche guardando agli investimenti di venture capital, una forma di investimento rischiosa ma potenzialmente molto redditizia con cui fondi specializzati finanziano startup e imprese giovani ad alto potenziale, ottenendo in cambio una quota della società. Secondo un rapporto della Commissione europea, tra il 2020 e il 2025 in Europa circa il 18 per cento dei 252 miliardi di euro investiti dai fondi di venture capital è andato a imprese che si occupano di intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, la quota è stata del 34 per cento su un totale di 1.330 miliardi di euro.

In termini assoluti significa circa 45 miliardi di euro destinati all’AI in Europa, contro oltre 450 miliardi negli Stati Uniti. Il confronto non comprende tutti gli investimenti pubblici e privati nel settore, ma dà una misura del divario nella disponibilità di capitale di rischio.

Mancano i data center

Il secondo problema è la capacità di calcolo disponibile in Europa. Stabilire quanti data center esistano nell’UE non è semplice, perché le stime cambiano a seconda della definizione utilizzata e della dimensione minima delle strutture considerate. Un rapporto tecnico utilizzato dalla Commissione stima in circa 2.800 i data center che rientrano nel perimetro degli obblighi europei di rendicontazione: gran parte di questi sono in Germania (circa 500) e in Francia (circa 400); l’Italia è al terzo posto con 260 strutture (la metà delle quali in Lombardia). Per avere un termine di paragone, negli USA sono 5.000. 

Ma il semplice numero delle strutture dice poco sulla loro effettiva capacità di calcolo. Da questo punto di vista il divario con gli Stati Uniti è molto più marcato, come mostrano i dati ricordati da Draghi sulla distribuzione mondiale della potenza di calcolo destinata all’AI, secondo cui «l’UE ospita meno del 5 per cento della capacità mondiale di calcolo per l’AI, contro il 75 per cento degli Stati Uniti».

La Commissione europea vuole colmare almeno in parte questo ritardo. Con il Cloud and AI Development Act, presentato nel 2026, si è posta l’obiettivo di almeno triplicare la capacità dei data center dell’UE nei successivi cinque-sette anni e di soddisfare entro il 2035 la domanda europea di servizi cloud e AI. Secondo la stessa Commissione, però, la costruzione di nuove strutture è rallentata da diversi fattori: i tempi delle autorizzazioni, l’accesso all’energia e ai terreni, la disponibilità di acqua e le difficoltà nel reperire finanziamenti.

Le comunità locali e l’impatto ambientale

A questi problemi si aggiunge, in alcuni casi, l’opposizione delle comunità locali. I progetti per nuovi data center possono infatti entrare in conflitto con le esigenze delle reti elettriche locali, con gli obiettivi climatici o con la disponibilità di acqua e territorio. I data center consumano grandi quantità di elettricità, possono richiedere acqua per il raffreddamento e producono calore che, se non viene recuperato, viene disperso nell’ambiente. A livello locale possono inoltre avere conseguenze sull’uso del suolo e sulla capacità delle reti elettriche.

L’impatto varia molto da una struttura all’altra. Dipende, tra le altre cose, dall’efficienza dei sistemi di raffreddamento, dalla fonte dell’elettricità utilizzata, dal clima della zona in cui il data center è costruito e dalla possibilità di recuperare il calore prodotto. Un caso recente di opposizione locale è quello di un data center progettato nella contea di Mayo, in Irlanda. Il progetto prevedeva un fabbisogno medio di circa 50 megawatt, e tra le persone che avevano presentato osservazioni contrarie c’era anche la scrittrice Sally Rooney. Nel settembre 2026 l’autorità irlandese per la pianificazione ha negato l’autorizzazione al progetto, attribuire lo stop alle proteste Rooney, però, sarebbe inesatto: il ricorso che ha portato il progetto davanti all’autorità nazionale era stato presentato da un altro oppositore e la decisione ha riguardato, tra le altre cose, la disponibilità di energia e le conseguenze climatiche del progetto. 

Al netto dell’esempio irlandese, il 30 settembre una inchiesta condotta da diverse testate europee (tra cui il manifesto) ha accusato le istituzioni europee di collaborare con le aziende tecnologiche per occultare l’impatto ambientale dei data center sull’ambiente circostante.

L’impatto sull’occupazione

Se le proteste si concentrano soprattutto sui danni ambientali, uno degli argomenti utilizzati a favore dei nuovi data center è invece il loro possibile impatto sull’occupazione. Anche in questo caso, però, i risultati delle ricerche vanno interpretati con cautela.

Uno studio della Brookings Institution pubblicato nel 2026 ha analizzato circa 1.500 strutture negli Stati Uniti e ha rilevato un aumento dell’occupazione nei settori direttamente collegati ai data center nelle contee che li ospitano. L’effetto complessivo è però relativamente contenuto: secondo i ricercatori, l’apertura di una grande struttura è associata in genere a circa 100-200 posti di lavoro locali, con differenze significative a seconda del tipo di data center. Lo studio riguarda gli Stati Uniti e i suoi risultati non possono essere trasferiti automaticamente al contesto europeo. Un’analisi di The Economist invece parla di un possibile boom occupazionale innescato proprio dall’AI. 

In ogni caso, che sia dannosa o meno per l’ambiente, che produca o cancelli posti di lavoro, i sistemi di intelligenza artificiale sono sempre più usati in tutto il mondo, anche in Europa: nel 2025 un terzo delle persone nell’UE faceva abitualmente uso di strumenti di AI generativa, e il numero è destinato ad aumentare.

I dati mancanti

Il 21 settembre la Commissione europea ha presentato un nuovo sistema comune di classificazione dei data center. L’obiettivo è rendere più confrontabili le informazioni sull’efficienza e sull’uso delle risorse delle strutture con una potenza informatica installata superiore a 500 kilowatt. Il piano europeo, che dovrebbe stabilire soglie di sostenibilità obbligatorie per i data center di nuova costruzione o ristrutturati, poggia su tre pilastri: la disponibilità e trasparenza di informazioni circa l’uso effettivo delle risorse; la possibilità di riutilizzare le risorse (per esempio rimettendo il circolo il calore generato); e la flessibilità nell’uso di queste risorse.

Le prime etichette europee sono previste nel 2027. Il sistema di classificazione non va però confuso con l’introduzione di standard minimi obbligatori di efficienza: su questi la Commissione ha aperto una consultazione separata, che si chiuderà il 14 dicembre 2026, in vista di una proposta prevista nel 2027.

C’è poi un altro problema, sottolineato anche dall’inchiesta giornalistica: i dati disponibili sono ancora incompleti. Nel primo periodo di rendicontazione, tra maggio e settembre 2024, soltanto 770 data center hanno comunicato alla Commissione i dati richiesti. Secondo il rapporto pubblicato dalla Commissione europea, corrispondono a circa il 36 per cento delle strutture che si stima fossero soggette all’obbligo. La Commissione ha quindi riconosciuto la necessità di migliorare il rispetto delle regole e la qualità della raccolta dei dati.

Le informazioni raccolte permettono comunque di avere una prima fotografia del settore. Nel 2024 i data center dell’UE hanno consumato, secondo le stime della Commissione, circa 68 terawattora di elettricità. Il consumo potrebbe salire a 114 terawattora nel 2030, pari a circa il 3,2 per cento della domanda complessiva di elettricità dell’Unione.

Tra le strutture che hanno fornito i dati, oltre il 70 per cento ha dichiarato di compensare su base annua l’intero consumo di elettricità attraverso fonti rinnovabili. Questo dato, però, non significa necessariamente che i data center siano alimentati in ogni momento esclusivamente da elettricità rinnovabile: una parte rilevante dell’approvvigionamento avviene attraverso contratti di acquisto a lungo termine e garanzie di origine.

È su questo equilibrio tra sviluppo e sostenibilità che si gioca una parte importante della strategia europea. L’UE vuole aumentare rapidamente la propria capacità di calcolo, ma senza far crescere nella stessa misura la pressione sulle reti elettriche, sulle risorse idriche e sul sistema energetico. Il nuovo sistema di classificazione serve soprattutto a rendere questi effetti più trasparenti, anche se i dubbi non mancano. Per capire quanto sarà efficace, però, serviranno dati più completi di quelli raccolti finora e bisognerà vedere quali standard minimi l’Unione europea deciderà di introdurre nei prossimi anni.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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