Il fact-checking di Conte a Realpolitik

Dalle riforme del governo Meloni alle prospettive sull’economia, abbiamo verificato cinque dichiarazioni del presidente del Movimento 5 Stelle
Un momento dell’ospitata di Giuseppe Conte a Realpolitik
Un momento dell’ospitata di Giuseppe Conte a Realpolitik
Mercoledì 3 giugno il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte è intervenuto a Realpolitik, su Rete 4. Dai risultati dei suoi governi a quelli del governo Meloni, passando per le prospettive di crescita economica, abbiamo verificato cinque dichiarazioni dell’ex presidente del Consiglio, che in alcuni casi è stato impreciso.

I risultati del Movimento 5 Stelle

«Abbiamo realizzato l’80 per cento degli impegni presi con i cittadini in poco meno di tre anni»

Questo è un dato che il presidente del Movimento 5 Stelle cita spesso, esagerando però sui risultati raggiunti negli anni in cui è stato al governo. Come abbiamo spiegato in un precedente fact-checking, alle elezioni politiche del 2018 il programma del Movimento 5 Stelle prevedeva un programma diviso in 24 capitoli, articolati a loro volta in decine di promesse. Le proposte principali erano poi state riassunte dal partito in 20 punti. La percentuale di quelle realizzate, però, non si avvicina all’80 per cento rivendicato da Conte. Delle 20 promesse solo due sono state completate: l’introduzione del reddito di cittadinanza e la lotta alla mafia, alla corruzione e ai conflitti d’interesse, con la realizzazione della legge cosiddetta “Spazzacorrotti” e la modifica dell’articolo sul voto di scambio politico mafioso.

Altre dieci, tra cui c’erano l’assunzione di 10 mila nuove unità tra le forze dell’ordine e la costruzione di due nuove carceri, sono state realizzate solo in parte. Le restanti otto, come l’obiettivo di fermare quello che il Movimento 5 Stelle chiamava «business dell’immigrazione», non sono mai state realizzate.

Le riforme (non) realizzate

«Questo governo ormai va verso il quarto anno e addirittura sta scadendo la legislatura e ha mille promesse e zero riforme in tutti questi anni. Nulla di nulla a partire dall’autonomia differenziata, alla riforma della giustizia, a partire dal premierato, non lascerà traccia del suo passaggio»

Al netto delle valutazioni politiche, Conte ha ragione sulle riforme del governo Meloni. Con la bocciatura del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, a oltre tre anni e mezzo dall’insediamento molte delle riforme promesse dal governo Meloni sono ormai compromesse.

In particolare, nel programma elettorale il centrodestra aveva promesso l’introduzione dell’elezione diretta del presidente della Repubblica, che oggi viene eletto dal Parlamento riunito in seduta comune e dai rappresentanti delle regioni. A novembre 2023, però, il governo ha approvato e presentato al Senato un disegno di legge di riforma costituzionale sul premierato, non per introdurre l’elezione diretta del presidente della Repubblica, ma quella del presidente del Consiglio. In ogni caso, anche la riforma che prevederebbe l’elezione diretta del presidente del Consiglio sembra non sarà realizzata perché, dopo il via libera al Senato, il testo è bloccato in Commissione Affari costituzionali alla Camera ed è improbabile che sia approvato entro la fine della legislatura. Per l’approvazione, infatti, dato che si tratta di una proposta di riforma costituzionale, servirebbe il doppio passaggio in entrambe le camere.

Tra le riforme in corso c’è quella dell’autonomia differenziata. La legge è stata approvata in via definitiva a giugno 2024, ma al momento il percorso per la sua attuazione sembra essere in stallo e non è detto che sarà ultimato entro il 2027. Nel programma elettorale del centrodestra c’era poi anche la riforma del processo civile e penale. Su questi ambiti il governo e il Parlamento hanno adottato specifici provvedimenti – ad esempio su intercettazioni e prescrizione – ma non una riforma complessiva del sistema.

L’unica riforma promessa ed effettivamente realizzata è quella del Codice degli appalti, cioè quell’insieme di norme giuridiche che regolano la gestione degli appalti pubblici in Italia. Bisogna specificare però che questa riforma è frutto di un lavoro avviato dal governo precedente, quello guidato da Mario Draghi.

L’economia

«L’OCSE certifica che saremo nel 2027 ormai il fanalino di coda del G20 e dei Paesi OCSE»

Il presidente del Movimento 5 Stelle cita un’informazione corretta. Secondo i dati dell’ultimo Economic Outlook, cioè il principale rapporto dell’OCSE che analizza e prevede le tendenze dell’economia a livello globale, nel 2027 l’Italia sarà il Paese a crescere meno se confrontato con i Paesi del G20 e i Paesi OCSE. Secondo le stime dell’OCSE, poco sopra all’Italia ci saranno il Giappone e la Russia. L’OCSE è un’organizzazione internazionale che riunisce 38 Stati e ha l’obiettivo di promuovere politiche per migliorare il benessere sociale ed economico. Bisogna comunque specificare che quelle dell’OCSE sono previsioni e, in quanto tali, è possibile che cambino nel tempo. Solo dopo il 2027 sarà effettivamente possibile verificare se l’Italia è davvero cresciuta meno di tutti gli altri Paesi dell’OCSE e del G20.

Misure di sostegno

«Questo governo non ha cancellato la nostra misura (il reddito di cittadinanza, ndr), ha cambiato nome in “assegno di inclusione”»

Qui Conte è fuorviante. Il reddito di cittadinanza (Rdc) era una misura di politica attiva del lavoro e di contrasto alla povertà introdotta dal primo governo guidato da Giuseppe Conte, su spinta del Movimento 5 Stelle. Quella misura è stata eliminata dal governo Meloni, con la legge di bilancio per il 2023, che ha stabilito la cancellazione del reddito di cittadinanza dal 1° gennaio 2024.

Il governo Meloni, con il decreto “Lavoro” convertito in legge dal Parlamento a luglio 2023, ha creato l’assegno di inclusione, che ha sostituito il reddito di cittadinanza. Si tratta di una misura di sostegno condizionata all’adesione a un percorso di attivazione e inclusione sociale e lavorativa. Possono percepirla le famiglie con almeno un minorenne, o una persona con almeno 60 anni di età, oppure una persona con disabilità. Inoltre, bisogna rispettare una serie di requisiti, come la residenza in Italia da almeno 5 anni e rientrare in una determinata fascia ISEE.

Di fatto, il reddito di cittadinanza e l’assegno di inclusione sono entrambe misure di sostegno economico, ma hanno alcune differenze sostanziali. Il primo era una misura più ampia, destinata ai nuclei familiari con determinati requisiti economici, patrimoniali, di cittadinanza e di residenza. Era pensato sia come aiuto economico contro la povertà, sia come strumento per favorire il reinserimento nel mondo del lavoro. L’assegno di inclusione, invece, è una misura più selettiva. Non è rivolto a tutti i nuclei in difficoltà economica, ma solo a quelli in cui è presente almeno una persona minorenne, una persona con disabilità, una persona con almeno 60 anni oppure un componente in condizione di svantaggio certificata; e sempre a determinate condizioni patrimoniali e di residenza.

Povertà

«Oggi abbiamo il record di poveri assoluti»

Secondo i dati Istat, la povertà assoluta nel 2024 riguardava l’8,4 per cento delle famiglie. Dal 2014, cioè da quando sono disponibili i dati delle serie storiche di Istat, il dato del 2024 – rimasto stabile rispetto al 2023 – è il più alto mai raggiunto, in crescita di oltre due punti percentuali rispetto al 2014.

In particolare, l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si mantiene più alta nel Mezzogiorno, dove riguarda il 10,5 per cento delle famiglie, seguita dal Nord-ovest (8,1 per cento) e dal Nord-est (7,6 per cento), mentre il Centro conferma i valori più bassi (6,5 per cento).

Guardando alle fasce d’età, tra i minori l’incidenza della povertà assoluta è pari al 13,8 per cento. Significa che quasi 1,3 milioni di bambini e ragazzi si trovano in quella condizione: è il dato più alto dal 2014. Tra coloro che hanno tra i 18 e i 34 anni la percentuale scende all’11,7 per cento; mentre per i 35-64enni raggiunge il 9,5 per cento. Anche in quest’ultimo caso si tratta del valore massimo raggiunto nella serie storica. Infine, è al 6,4 per cento tra gli over 65.

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