Meloni ha ragione: alla prima riunione del Board of Peace c’era la maggioranza dei Paesi Ue

A Washington erano presenti 14 Stati membri su 27, anche se solo due hanno aderito formalmente al Consiglio promosso da Trump
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
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Il 19 febbraio, in un’intervista a Sky TG24, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato la partecipazione come “osservatrice” dell’Italia e di altri Paesi europei alla prima riunione del Board of Peace, svoltasi lo stesso giorno a Washington, negli Stati Uniti. 

Il Board of Peace – in italiano “Consiglio di pace” – è un organismo internazionale promosso e guidato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump con l’obiettivo di coordinare la fase di transizione e ricostruzione della Striscia di Gaza, nell’ambito del piano statunitense per la gestione del conflitto tra Israele e Hamas. Nelle scorse settimane, questa organizzazione è stata criticata da più parti sia per i troppi poteri che ha il suo presidente Trump sia perché rischierebbe di sostituirsi ad altri organismi, come le Nazioni Unite. 

Per giustificare la presenza italiana al Consiglio di pace, Meloni ha così sostenuto che alla riunione fossero presenti «la maggioranza dei Paesi europei» e «diversi attori mondiali». È davvero così? Abbiamo controllato.

Di che cosa stiamo parlando

In base al suo Statuto, il Consiglio di pace intende «promuovere la stabilità, ripristinare un governo affidabile e legittimo e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti». Nella pratica, l’organismo è stato concepito per gestire la transizione e la ricostruzione della Striscia di Gaza. 

L’adesione al Consiglio non è automatica né aperta a tutti gli Stati. La partecipazione infatti è subordinata all’invito del presidente (chairman), che ha un ruolo di vertice nell’organizzazione. Le decisioni del Consiglio, adottate a maggioranza, producono effetti solo con l’approvazione del presidente e, in caso di parità, è lo stesso presidente a esercitare il voto decisivo. Il presidente può inoltre porre il veto sulle deliberazioni, istituire o sciogliere organi operativi, rimuovere Stati membri ed è l’autorità finale nell’interpretazione dello Statuto.

Ne deriva un assetto in cui gli Stati partecipanti non si trovano su un piano formalmente paritario: le decisioni vengono votate dai membri, ma un unico vertice può confermarle, bloccarle o orientarne l’esito.

La posizione dell’Italia

In un precedente approfondimento abbiamo spiegato che la partecipazione a un organismo con queste caratteristiche può porre per l’Italia questioni di compatibilità con la Costituzione. L’articolo 11 consente infatti limitazioni di sovranità solo «in condizioni di parità con gli altri Stati», all’interno di ordinamenti che prevedano regole comuni e un equilibrio tra i poteri.

Il 21 gennaio, ospite di Porta a Porta su RAI 1, Meloni aveva dichiarato che l’Italia non avrebbe aderito per il momento al Board of Peace, definendo comunque «di apertura» l’atteggiamento del nostro Paese verso l’iniziativa. Il 17 febbraio, intervenendo alla Camera, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha poi confermato che l’Italia avrebbe partecipato alle riunioni del Board in qualità di “osservatrice”. 

Questa figura non è espressamente prevista dallo Statuto, che consente la presenza alle riunioni di soggetti senza diritto di voto soltanto «in attesa della ratifica, accettazione o approvazione della Carta in conformità con i propri requisiti giuridici interni, previa approvazione da parte del presidente». Allo stato attuale, come ha riconosciuto la stessa Meloni, la ratifica dell’adesione non sarebbe possibile perché in contrasto con l’articolo 11 della Costituzione.

I partecipanti a Washington

Il 19 febbraio si è svolta a Washington la riunione inaugurale del Board of Peace, con la partecipazione di Paesi di diverse aree del mondo. Non esiste al momento una lista ufficiale degli Stati che hanno scelto di diventare membri né di quelli presenti soltanto come osservatori. L’agenzia di stampa statunitense Associated Press ha pubblicato un elenco dei partecipanti, distinguendo tra Paesi membri e Paesi osservatori. Secondo le verifiche di Pagella Politica, i nomi indicati risultano coerenti con le informazioni disponibili.

All’incontro hanno preso parte rappresentanti di quasi 50 Paesi, di cui 27 hanno aderito formalmente al Consiglio come membri. Tra questi figurano Israele, Qatar, Turchia, Marocco, Egitto e Argentina. Gli altri partecipanti, inclusa l’Unione europea, hanno presenziato come osservatori.

Per quanto riguarda l’Ue, 14 Stati membri su 27 hanno partecipato al primo incontro. Tra questi, Bulgaria e Ungheria hanno aderito formalmente al Board of Peace, mentre gli altri 12 hanno scelto la formula dell’osservazione. Oltre all’Italia, hanno adottato questa soluzione anche Germania, Austria, Paesi Bassi e Polonia.

Nel complesso erano quindi presenti più della metà degli Stati dell’Unione europea, come affermato da Meloni. Va però considerato che solo due dei Paesi Ue presenti hanno assunto lo status di membri, mentre gli altri 12 hanno partecipato senza diritto di voto.

Tra i presenti vi erano inoltre Paesi europei esterni all’Unione europea. In totale sono otto: Albania, Armenia, Azerbaigian e Kosovo come membri effettivi; Regno Unito, Norvegia, Svizzera e Turchia come osservatori.

Non tutti gli Stati dell’Ue hanno inviato rappresentanti politici di primo piano. L’Italia era rappresentata dal ministro Tajani. La Bulgaria, che figura tra i due membri europei del Board of Peace, ha invece guidato la propria delegazione con Ivan Naydenov, segretario generale del ministero degli Esteri. Anche tra gli osservatori si registra una scelta simile: Austria, Polonia, Germania e Paesi Bassi hanno designato profili tecnici o diplomatici, non membri dei rispettivi governi.

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