Che cosa torna e cosa no della risposta di Conte a Meloni sul referendum

Abbiamo verificato cinque dichiarazioni fatte dal presidente del Movimento 5 Stelle in un video pubblicato sui social per rispondere alla presidente del Consiglio
Pagella Politica
Il 10 marzo il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha pubblicato un video sui social network per rispondere alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che il giorno prima in un altro video sui social aveva espresso le ragioni del Sì al referendum sulla giustizia in programma il 22 e 23 marzo. Nella sua risposta, Conte ha detto che Meloni «mente sapendo di mentire» e ha invitato invece a votare No al referendum.

Dal sorteggio previsto dalla riforma ai cambi di funzione di giudici e pubblici ministeri, abbiamo verificato cinque dichiarazioni fatte da Giuseppe Conte, che in alcuni casi è stato attendibile, e in altri meno.

Il sorteggio nei due CSM

«Mentre i magistrati che compongono i due nuovi CSM e l’Alta Corte sono presi a casaccio con il sorteggio puro, i laici che rappresentano la politica sono scelti accuratamente dal Parlamento. Il loro sorteggio è una finzione e vanno lì con un mandato politico ben preciso»

Qui il presidente del Movimento 5 Stelle è un po’ fuorviante. La riforma prevede la creazione di due Consigli superiori della magistratura (CSM) diversi: uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici. Inoltre, a cambiare sarà il meccanismo con cui si scelgono i componenti dei due organi. Per i membri “togati”, cioè i magistrati che faranno parte del CSM giudicante e di quello requirente, viene introdotto il sorteggio secco: i membri saranno estratti a sorte tra tutti i magistrati che abbiano i requisiti per rivestire l’incarico. Per quanto riguarda invece i membri “laici”, non è corretto dire che saranno scelti «accuratamente» dal Parlamento, come ha fatto Conte. Se la riforma verrà confermata dal referendum, infatti, Camera e Senato non eleggeranno più direttamente i membri “laici”, ma compileranno un elenco di professori e avvocati con almeno quindici anni di esercizio, selezionandoli in base alle competenze. Una volta formato l’elenco degli idonei, sarà poi la sorte a decidere chi di loro entrerà effettivamente nei due CSM. Il Parlamento avrà quindi la facoltà di stilare l’elenco dei candidati, mantenendo un certo controllo politico, ma non avrà la decisione ultima sui nomi da eleggere. Insomma, la politica avrà comunque un’influenza nella scelta dei membri del CSM, ma un po’ meno di prima, posto che questa è soltanto delle previsioni e non una certezza.

Giustizia più efficiente?

«Questa della giustizia più efficiente è una sonora sciocchezza. Alla presidente Meloni hanno già risposto esponenti di maggioranza, lo stesso ministro Nordio l’ha smentita e anche la senatrice leghista Giulia Bongiorno, che in Parlamento ha affermato che chi dice questo è semplicemente ignorante»

In questo caso Conte ha ragione. Come abbiamo spiegato in un altro approfondimento, tra le argomentazioni dei sostenitori del Sì viene citato il miglioramento dell’efficienza della giustizia. Secondo questa tesi, seguire percorsi professionali distinti fin dall’ingresso in magistratura renderebbe più semplice programmare assunzioni, distribuire il personale tra procure e tribunali e intervenire più rapidamente nelle sedi in difficoltà, riducendo alcune delle inefficienze che oggi rallentano il lavoro degli uffici.

Questa argomentazione però è stata criticata da diversi esperti, che sostengono che le cause principali della lentezza dei processi non abbiano a che fare con le carriere dei magistrati, ma con fattori strutturali come la carenza di personale, l’organizzazione degli uffici e la digitalizzazione incompleta dei processi.

Come ha detto Conte, tra coloro che hanno criticato questa tesi ci sono anche lo stesso promotore della riforma, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, e la senatrice leghista Giulia Bongiorno. A marzo 2025, durante un convegno alla Camera, Nordio ha dichiarato che la riforma voluta dal governo «non influisce sull’efficienza della giustizia». Mentre Bongiorno, intervenendo al Senato, ha chiesto retoricamente «chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia», sostenendo che solo «un ignorante può pensare una cosa del genere».

La separazione delle carriere

«I percorsi lavorativi di giudici e pm si incrociano di continuo? Falso anche questo. I passaggi da una funzione all’altra in Italia sono ridotti ormai allo zero virgola, quasi non esistono più. E se l’obiettivo era abolirli, era sufficiente una norma di legge ordinaria per cambiare la Cartabia, che consente attualmente un solo passaggio una sola volta»

Secondo le norme in vigore, i magistrati seguono tutti lo stesso percorso formativo e nel corso della carriera possono decidere di cambiare funzione passando dal ruolo di giudice a quello di pubblico ministero, o viceversa, solo una volta ed entro i primi dieci anni della loro attività. Fino al 2022 i cambi di funzione potevano essere al massimo quattro, ma il limite è stato abbassato con la riforma voluta dall’allora ministra della Giustizia Marta Cartabia.

In merito ai passaggi di carriera Conte ha ragione: solo una piccola percentuale di magistrati passa dalla funzione requirente a quella giudicante, o viceversa. A luglio 2024, la prima presidente della Corte di Cassazione Margherita Cassano ha detto (min. 1:48:05) che «in seguito alle modifiche del 2022, di fatto la strada del pubblico ministero e quella del giudice si sono allontanate professionalmente», tanto che, «negli ultimi cinque anni è pari allo 0,83 per cento la percentuale di pubblici ministeri che sono passati a funzioni giudicanti e allo 0,21 per cento la percentuale dei giudici che sono passati a funzioni requirenti». Il dato citato da Conte è quindi corretto. 

Al netto del dato, è fuorviante dire che ad oggi i percorsi lavorativi di giudici e pm non si incrociano solo perché ci sono pochi cambi di carriera, come è sembrato suggerire Conte. Se si guarda all’assetto complessivo dell’ordine giudiziario – dal concorso unico all’esistenza di un solo CSM – giudici e pubblici ministeri continuano a far parte dello stesso corpo e a condividere lo stesso sistema di autogoverno.

La situazione in Europa

«In Europa ci sono sistemi differenti tra loro: in alcuni esiste la possibilità di un passaggio da una funzione all’altra, ma perché la presidente Meloni non dice che dove c’è una rigida separazione delle carriere il pm è perlopiù direttamente o anche indirettamente sotto il controllo e il condizionamento del governo»

Qui Conte la fa un po’ troppo semplice. La maggior parte dei Paesi europei si divide in due gruppi: quelli in cui il pm ha una posizione indipendente e quindi opera come autorità autonoma, e quelli in cui fa parte del potere giudiziario, pur agendo con ampi margini di indipendenza nelle indagini. Secondo i dati della Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa (CEPEJ), relativi al 2022 e a 49 Paesi del continente europeo, diciannove Paesi – quasi tutti nell’Europa orientale – rientrano nella prima categoria, mentre diciotto fanno parte della seconda: tra questi ci sono l’Italia, la Spagna, il Belgio, i Paesi Bassi e la Grecia. 

In nove Paesi, tra cui Germania e Polonia, il pubblico ministero è inserito formalmente nell’ambito del potere esecutivo, ma ha comunque autonomia nelle sue funzioni. Esistono poi anche casi tre particolari: Francia, Svizzera e Austria. In Francia il sistema è “misto”, quindi i pubblici ministeri fanno parte dell’autorità giudiziaria ma sono sottoposti all’autorità del Ministero della Giustizia. In Svizzera le regole cambiano da un cantone all’altro, e in Austria i pm fanno parte della magistratura ma possono ricevere istruzioni dal Ministero della Giustizia.

Dire che «dove c’è una rigida separazione delle carriere il pm è perlopiù direttamente o anche indirettamente sotto il controllo e il condizionamento del governo» rischia di essere fuorviante, visto che la separazione esiste in Paesi come la Germania, in cui i pubblici ministeri mantengono l’autonomia durante la loro attività professionale.

Il rischio del controllo politico

«Con la separazione netta delle carriere sarà inevitabile che i pm finiscano sotto il governo»

Quella avanzata da Conte è una delle principali argomentazioni di chi è contrario alla riforma, ma è frutto di una serie di previsioni che, per quanto legittime, non possono essere valutate come «inevitabili».

Per i sostenitori del No, il timore non è tanto che la riforma consenta di per sé al governo di impartire ordini diretti ai pm, ma che nel tempo produca un cambiamento strutturale degli equilibri, trasformando il magistrato requirente in una figura più isolata e quindi più esposta a influenze esterne. Al contrario, i sostenitori del Sì sostengono che parlare di pm influenzati dalla politica sia una forzatura perché nel testo della riforma non compare nessuna norma che attribuisca al governo un potere da esercitare sui pm.

Le argomentazioni di chi sostiene il Sì e quelle di chi sostiene il No al momento rimangono per ora delle ipotesi. Non è possibile stabilire oggi con certezza se i pm subiranno o meno l’influenza del governo in futuro. Nel caso in cui la riforma sia approvata con il referendum, sarà necessario lasciare passare del tempo per valutare le eventuali conseguenze.

La dichiarazione

«Mentre i magistrati che compongono i due nuovi CSM e l’Alta Corte sono presi a casaccio con il sorteggio puro, i laici che rappresentano la politica sono scelti accuratamente dal Parlamento. Il loro sorteggio è una finzione e vanno lì con un mandato politico ben preciso»

La dichiarazione

«Con la separazione netta delle carriere sarà inevitabile che i pm finiscano sotto il governo»

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