Il referendum sulla giustizia non c’entra con la velocità dei processi

Secondo alcuni sostenitori del Sì, la separazione delle carriere renderà la giustizia «più veloce». Ma questa tesi è debole
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
«Per una giustizia più efficace, veloce e giusta». Con questo slogan, rilanciato nei post pubblicati sui social network, Fratelli d’Italia sta invitando a votare Sì al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, in cui gli elettori dovranno confermare o bocciare la riforma che introduce in Costituzione la separazione delle carriere dei magistrati.
La frase che accompagna i post di Fratelli d’Italia sul referendum
La frase che accompagna i post di Fratelli d’Italia sul referendum
Per i promotori, la riforma renderebbe innanzitutto la giustizia «più giusta», perché rafforzerebbe l’imparzialità del giudice e l’equilibrio tra accusa e difesa, tracciando una linea più netta tra chi conduce le indagini, cioè i pubblici ministeri, e chi decide sulle responsabilità. È questo l’argomento politico centrale su cui si regge la riforma.

Negli ultimi mesi a questa motivazione se n’è affiancata un’altra, come dimostra lo slogan di Fratelli d’Italia: l’idea che la separazione delle carriere possa rendere anche i processi più rapidi. Secondo alcuni sostenitori del Sì, infatti, un sistema costruito su ruoli distinti funzionerebbe meglio e, proprio per questo, sarebbe più efficiente.

Nei testi ufficiali della riforma e nelle argomentazioni dei suoi sostenitori, però, non c’è una vera spiegazione di come la separazione delle carriere dovrebbe ridurre i tempi dei processi: il tema è appena accennato e senza prove concrete. Del resto, lo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato – come vedremo – che la riforma non influisce sull’efficienza della giustizia.

La riforma, in breve

La riforma costituzionale prevede che giudici e pubblici ministeri seguano carriere completamente separate fin dall’ingresso in magistratura. 

Cambierebbe anche il sistema di autogoverno della magistratura. Al posto dell’attuale Consiglio superiore della magistratura (CSM), che è un organismo unico, ne nascerebbero due distinti: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Le funzioni disciplinari verrebbero inoltre affidate a un nuovo organo separato: l’Alta Corte disciplinare.

Infine, verrebbe modificato il modo in cui sono scelti i componenti di questi organismi. I magistrati dei due CSM non sarebbero più eletti dai colleghi, ma selezionati tramite sorteggio, mentre i membri eletti dal Parlamento verrebbero estratti a sorte da elenchi formati da esperti votati da Camera e Senato. Resterebbe invece invariato il principio costituzionale secondo cui la magistratura è autonoma e indipendente dagli altri poteri dello Stato.

Processi più veloci?

Le argomentazioni dei sostenitori della separazione delle carriere sul tema della velocità dei processi si possono ricondurre, in sostanza, a due filoni principali.

Il primo riguarda l’organizzazione degli uffici giudiziari e il reclutamento dei magistrati. Secondo questa tesi, percorsi professionali distinti fin dall’ingresso in magistratura renderebbero più semplice programmare le assunzioni, distribuire il personale tra procure e tribunali e intervenire più rapidamente nelle sedi in difficoltà, riducendo così alcune delle inefficienze che oggi rallentano il lavoro degli uffici. 

Un esempio esplicito di questo ragionamento è quello proposto in audizione in Parlamento da Domenico Airoma, procuratore della Repubblica di Avellino e vicepresidente del Centro studi “Rosario Livatino”. Secondo Airoma, una «ancor più netta separazione di status, garantita da concorsi separati», permetterebbe di «coprire al meglio e più tempestivamente tutte le sedi di procura, anche quelle disagiate, con evidenti ricadute positive sull’intero sistema».

Il secondo filone è più generale e riguarda il modello del processo penale. In questo caso la separazione delle carriere viene vista come uno strumento per rendere il sistema più coerente con l’impianto accusatorio introdotto con il codice di procedura penale (in vigore dal 1989) e richiamato dall’articolo 111 della Costituzione, che prevede il «giusto processo» e la sua «ragionevole durata». Secondo questa impostazione, un processo in cui i ruoli di chi accusa e di chi giudica sono nettamente distinti funzionerebbe in modo più ordinato e prevedibile, con procedure più chiare e meno sovrapposizioni. Da qui deriverebbe, in modo indiretto, una maggiore efficienza complessiva. 

È una tesi sostenuta in audizione in Parlamento, tra gli altri, dall’Unione delle camere penali – l’associazione che rappresenta gli avvocati penalisti italiani – e dall’avvocato penalista Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi, che collegano la riforma soprattutto al completamento del modello accusatorio e a una giustizia “giusta”, più che a interventi specifici sui tempi dei singoli procedimenti.

In entrambi i casi, il legame tra separazione delle carriere e maggiore rapidità dei processi viene quindi formulato in modo indiretto: attraverso un miglioramento dell’organizzazione o della coerenza del sistema, non tramite interventi specifici sui meccanismi che oggi producono i ritardi. Anche accettando queste premesse, però, non è affatto scontato che gli effetti ipotizzati si realizzino nella pratica: sono previsioni sugli esiti futuri della riforma, non di conseguenze automatiche previste dalle norme, e dipenderebbero da come verrebbero attuati i concorsi, distribuite le risorse e organizzato concretamente il lavoro degli uffici giudiziari. 

Su tutti questi aspetti, il testo della riforma costituzionale non entra nel dettaglio e rinvia a successive leggi ordinarie, che dovranno essere discusse e approvate dal Parlamento per definire le regole operative.

Le obiezioni

Una parte consistente delle critiche alla tesi della “giustizia più veloce” parte da un punto preliminare: le cause principali della lentezza dei processi non hanno a che fare con l’assetto delle carriere dei magistrati, ma con fattori strutturali, tra cui la carenza di personale, l’organizzazione degli uffici e la digitalizzazione incompleta dei processi. Su questo punto, nelle audizioni in Parlamento le posizioni critiche degli esperti sono state numerose e convergenti. 

Per esempio, la magistrata Vincenza Maccora – presidente della sezione GIP del Tribunale di Milano – ha sottolineato che nella relazione illustrativa della riforma «non si forniscono elementi utili a chiarire in che termini la separazione delle carriere possa, direttamente o indirettamente, contribuire all’efficienza della giurisdizione che, come tutti sappiamo, è strettamente connessa alle criticità organizzative che caratterizzano il servizio giustizia». 

Luciano Violante, ex magistrato e presidente della Camera quando era deputato del Partito Democratico della Sinistra, ha dichiarato che i progetti di separazione delle carriere «non migliorano l’amministrazione della giustizia» e «non incidono sulle lentezze dei processi». Sulla stessa linea, il procuratore generale Aldo Policastro ha affermato che la riforma «non risolve minimamente i veri problemi sul tappeto che sono i tempi della giustizia».

A rendere ancora più debole il legame tra la riforma e il presunto aumento della velocità dei processi c’è poi un elemento politico. A marzo 2025, durante un convegno alla Camera, il ministro della Giustizia Nordio ha dichiarato che la riforma voluta dal governo «non influisce sull’efficienza della giustizia». «Nessuno ha mai preteso che influisca sull’efficienza della giustizia. Quando mai abbiamo detto che la separazione delle carriere rende i processi più veloci?», ha aggiunto il ministro, prendendo esplicitamente le distanze da questo argomento. Argomento che, però, ora è usato da Fratelli d’Italia, il partito tra le cui fila Nordio è stato eletto deputato in questa legislatura. 

Nordio ha ribadito un concetto simile lo scorso 14 gennaio, in occasione di un altro evento alla Camera. «La celerità e l’efficienza della giustizia sono consostanziali alla realizzazione della giustizia. Una giustizia tardiva è sempre una mala giustizia. Però la celerità della giustizia è una condizione necessaria, ma non è una condizione sufficiente ed è una condizione secondaria», ha detto Nordio. «Prima di essere celere la giustizia deve essere giusta».

Ricapitolando: la riforma cambia l’organizzazione delle carriere dei magistrati, ma non interviene sulle principali cause della lentezza dei processi. L’idea che possa rendere la giustizia più veloce si basa su ipotesi indirette, non su misure concrete previste dal testo. Per questo, molti esperti e lo stesso ministro della Giustizia hanno negato che la separazione delle carriere sia pensata per accelerare i procedimenti.

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