Per i promotori, la riforma renderebbe innanzitutto la giustizia «più giusta», perché rafforzerebbe l’imparzialità del giudice e l’equilibrio tra accusa e difesa, tracciando una linea più netta tra chi conduce le indagini, cioè i pubblici ministeri, e chi decide sulle responsabilità. È questo l’argomento politico centrale su cui si regge la riforma.
Negli ultimi mesi a questa motivazione se n’è affiancata un’altra, come dimostra lo slogan di Fratelli d’Italia: l’idea che la separazione delle carriere possa rendere anche i processi più rapidi. Secondo alcuni sostenitori del Sì, infatti, un sistema costruito su ruoli distinti funzionerebbe meglio e, proprio per questo, sarebbe più efficiente.
Nei testi ufficiali della riforma e nelle argomentazioni dei suoi sostenitori, però, non c’è una vera spiegazione di come la separazione delle carriere dovrebbe ridurre i tempi dei processi: il tema è appena accennato e senza prove concrete. Del resto, lo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato – come vedremo – che la riforma non influisce sull’efficienza della giustizia.