Mercoledì 21 gennaio, ospite a Porta a Porta su RAI 1, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato che, per il momento, non entrerà a far parte del Board of Peace proposto dal presidente statunitense Donald Trump. Questo “Consiglio di pace” è un organismo internazionale informale, pensato per coordinare la fase di transizione e ricostruzione della Striscia di Gaza, nell’ambito del piano promosso dagli Stati Uniti tra Israele e Hamas. 

Confermando le indiscrezioni stampa degli ultimi giorni, Meloni ha declinato l’invito di Trump, spiegando che questa scelta deriva da un problema di «compatibilità» con la Costituzione. «Dalla lettura dello Statuto è emerso che ci sono alcuni elementi che sono incompatibili con la nostra Costituzione», ha dichiarato. Nello specifico, Meloni ha sottolineato che «alcuni articoli dello Statuto» del Board of Peace sarebbero in conflitto con l’«articolo 11 della Costituzione, quello per cui noi possiamo concedere cedere pezzi della nostra sovranità in condizioni di parità tra gli Stati».

L’articolo in questione recita così: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». 

In altre parole, il punto non è tanto l’obiettivo dichiarato del Board of Peace, quanto il modo in cui lo Statuto distribuisce poteri e prerogative tra gli Stati partecipanti. La Costituzione consente all’Italia di accettare limitazioni di sovranità solo dentro assetti internazionali che garantiscano una sostanziale parità tra gli Stati, cioè regole comuni, poteri bilanciati e decisioni non subordinate alla volontà unilaterale di un singolo Paese o di un singolo vertice.

In concreto, il problema è che lo Statuto non costruisce il Board of Peace come un’organizzazione tra Stati realmente sullo stesso piano. Per esempio, l’adesione al Board è riservata ai Paesi invitati dal presidente (Chairman), che è lo stesso Trump. Le decisioni prese a maggioranza diventano efficaci solo con la sua approvazione e, in caso di parità, è lui ad avere il voto decisivo. Inoltre il Chairman seleziona i membri dell’Executive Board, può porre il veto sulle sue decisioni ed è l’autorità finale sull’interpretazione dello Statuto. Ne risulta un sistema in cui gli Stati deliberano, ma un singolo vertice può convalidare, bloccare o indirizzare l’esito.

A questo si aggiungono altri poteri concentrati nella stessa figura: l’autorità esclusiva di creare o sciogliere organi operativi, l’iniziativa sulla rimozione degli Stati membri, e un ruolo determinante sulla durata e sull’eventuale scioglimento dell’organismo. Lo Statuto vieta inoltre di formulare riserve al suo testo e prevede forme di partecipazione provvisoria subordinate all’approvazione del Chairman, riducendo ulteriormente i margini di tutela per i singoli Stati.

È questa asimmetria strutturale, più che il fine dichiarato di “pace”, a entrare in tensione con l’articolo 11 della Costituzione.

In ogni caso, la decisione di Meloni e del governo italiano non è definitiva. «Questo non ci consente di firmare sicuramente domani. Però ci serve più tempo. C’è un lavoro che va fatto, ma la mia posizione rimane sicuramente una posizione di apertura», ha dichiarato la presidente del Consiglio a Porta a Porta, aggiungendo due ragioni all’apertura italiana. Innanzitutto, Meloni ritiene che «l’Italia possa giocare un ruolo unico nella realizzazione del piano di pace per il Medio Oriente e nella costruzione della prospettiva dei due Stati». In secondo luogo, secondo la presidente del Consiglio, non è «una scelta intelligente da parte dell’Italia» e «dell’Europa quella di autoescludersi in un organismo che comunque è interessante».