I conti di Meloni sulla pressione fiscale continuano a non tornare

La presidente del Consiglio cita una stima discutibile per sostenere ancora che l’aumento dipenda dagli occupati e dalle tasse su banche e assicurazioni
ANSA
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Il 20 gennaio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è tornata su un tema di cui si discute da mesi: l’aumento della pressione fiscale, l’indicatore che mette in rapporto le entrate dello Stato e il Prodotto interno lordo (PIL). Durante l’attuale governo, la pressione fiscale è passata dal 41,7 per cento del 2022 al 42,5 per cento del 2024, e nel 2025 è prevista salire al 42,8 per cento. In parole semplici, lo Stato sta incassando una quota sempre più alta della ricchezza prodotta nel Paese.
Secondo Meloni, questo avviene perché «è cresciuta l’occupazione, sono aumentati i salari, e di conseguenza anche le entrate contributive e fiscali dello Stato». «Inoltre, una quota maggiore di gettito è stata richiesta a grandi imprese, banche e assicurazioni», ha aggiunto la presidente del Consiglio. 

A sostegno della sua tesi, Meloni ha rilanciato un dato: «oltre 33 miliardi» di euro, cioè l’ammontare delle tasse che, secondo la CGIA di Mestre, le famiglie avrebbero pagato in meno grazie agli interventi fiscali del governo.

Abbiamo analizzato che cosa dicono davvero i numeri e, come già successo in passato, la ricostruzione di Meloni è debole, per vari motivi.

La fonte dei dati

Partiamo dalla fonte su cui poggia la tesi di Meloni. La stima degli «oltre 33 miliardi» di tasse pagati in meno dalle famiglie è stata pubblicata il 17 gennaio dalla CGIA di Mestre. Quest’ultima è un’associazione di artigiani e piccole imprese, il cui centro studi produce periodicamente analisi molto citate dai giornali. Non è quindi una fonte istituzionale o indipendente, come l’ISTAT o l’Ufficio parlamentare di bilancio, ma un soggetto che rappresenta specifici interessi economici. Questo non rende automaticamente errate le sue analisi, ma richiede particolare cautela nell’usarle a sostegno delle proprie tesi.

In concreto, la CGIA ha selezionato tutte le misure approvate dal governo Meloni che prevedono benefici fiscali per lavoratori e famiglie, e ne ha sommato i costi per lo Stato, interpretandoli come equivalenti a tagli di tasse. In base a questo calcolo, le ultime quattro leggi di Bilancio avrebbero ridotto le imposte per quasi 47 miliardi di euro. Secondo la stessa CGIA, però, il taglio “netto” scenderebbe a 33,3 miliardi, una volta esclusi 1,2 miliardi di aumenti di imposte contenuti nelle stesse leggi di Bilancio e 12,4 miliardi di risorse destinate a finanziare misure temporanee (Tabella 1).
Tabella 1. Stima degli effetti sulla pressione fiscale delle famiglie grazie alle legge di Bilancio del governo Meloni – Fonte: CGIA di Mestre
Tabella 1. Stima degli effetti sulla pressione fiscale delle famiglie grazie alle legge di Bilancio del governo Meloni – Fonte: CGIA di Mestre
Per esempio, nell’ultima legge di Bilancio per il 2026 vengono conteggiati come “tagli di tasse” interventi come la riduzione dell’aliquota IRPEF sul secondo scaglione di reddito, l’agevolazione fiscale sui premi di produttività, la tassazione ridotta del lavoro notturno e festivo e l’innalzamento della soglia di esenzione dei buoni pasto elettronici, per un totale di circa 4,8 miliardi di euro di minori entrate per lo Stato. Da questa cifra, vanno poi sottratti quasi 300 milioni relativi ad aumenti di imposte che colpiscono le famiglie, come quella sugli affitti brevi o sul tabacco.

Dunque, gli «oltre 33 miliardi» arrivano dalla semplice somma degli effetti stimati di singole misure fiscali inserite anno per anno nelle leggi di Bilancio, trattate come se producessero un beneficio cumulabile nel tempo per le famiglie. 

Per capire meglio che ordine di grandezza abbia questo numero, è utile confrontarlo con l’andamento complessivo delle entrate dello Stato negli stessi anni. Secondo i dati di ISTAT, tra il 2022 e il 2024 (ultimo anno disponibile) le entrate dello Stato sono aumentate di circa 110 miliardi di euro. È un incremento più di tre volte superiore ai 33 miliardi di presunti “risparmi fiscali” cumulati che la CGIA attribuisce alle famiglie in quattro anni. L’IRPEF incassata – la principale imposta sui redditi – è aumentata nello stesso periodo di circa 30 miliardi, per cui questi tagli non sarebbero stati comunque in grado di compensare l’aumento delle tasse.
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I limiti del dato

Qui emerge un primo problema di interpretazione del dato degli «oltre 33 miliardi»: un valore cumulato di questo tipo non misura quanto le tasse si siano ridotte in un singolo anno, né descrive l’andamento effettivo del carico fiscale nel tempo. Indica soltanto la somma degli effetti stimati di interventi diversi, in anni diversi. Presentare questo numero come prova che le famiglie pagano meno tasse rischia quindi di essere fuorviante, perché confonde un esercizio contabile su più anni con l’evoluzione reale e annuale della pressione fiscale sui contribuenti.

In secondo luogo, un dato costruito su un orizzonte di quattro anni non consente un confronto immediato con altri governi, che hanno avuto durate differenti e hanno operato in condizioni economiche diverse. Il risultato è un numero elevato, ma di difficile interpretazione per valutare gli effetti concreti delle politiche fiscali sul breve periodo.

C’è poi un terzo problema, che riguarda il modo in cui sono state conteggiate le singole misure: infatti, sono state incluse politiche fiscali che non sono state introdotte dal governo Meloni, ma che erano già in vigore e sono state rifinanziate, prorogate o rese strutturali.

Un esempio è la misura più costosa inserita nella legge di Bilancio per il 2025, pari a circa 17 miliardi di euro: la riforma dell’IRPEF che ha ridotto da quattro a tre le aliquote e la trasformazione del taglio del cuneo da contributivo a fiscale. Si tratta di un intervento avviato in precedenza e stabilizzato successivamente dall’attuale governo. In più, il passaggio da sgravio contributivo a sgravio fiscale modifica soprattutto la classificazione contabile della misura, mentre per molti lavoratori il beneficio in busta paga rimane simile a quello già ottenuto l’anno prima.

Ne consegue che il totale indicato dalla CGIA tende a sovrastimare l’effettivo impatto delle politiche fiscali attribuibili al governo Meloni. In più casi, infatti, vengono conteggiati come “nuovi tagli” interventi già esistenti che sono stati semplicemente prorogati o resi strutturali. Dal punto di vista dell’analisi delle politiche pubbliche, finanziare per un anno una misura destinata a proseguire nel tempo è cosa diversa dall’introdurre una nuova agevolazione temporanea, soprattutto in un contesto in cui il taglio del cuneo fiscale era già stato avviato dai governi precedenti.

Più tasse a grandi imprese e banche

Fatte le dovute cautele sulla stima degli «oltre 33 miliardi», a questo punto resta da affrontare la seconda parte dell’argomentazione di Meloni. Secondo la presidente del Consiglio, l’aumento della pressione fiscale è dovuto alla crescita dell’occupazione, dei salari e delle tasse richieste «a grandi imprese, banche e assicurazioni». Già negli scorsi mesi, Meloni aveva dato la “colpa” alla crescita degli occupati per giustificare l’aumento della pressione fiscale. Una difesa poco credibile, come abbiamo già spiegato in altri articoli. Ora ha aggiunto la parte su grandi imprese e banche, richiamando le stime della CGIA di Mestre.

Nel rapporto della CGIA, però, si trova soltanto un riferimento generico al fatto che il gettito è aumentato «grazie a più occupati e a un maggior prelievo su grandi imprese e banche», senza una ricostruzione dettagliata dei dati. Le cifre esplicitamente indicate riguardano soprattutto l’aumento delle imposte su banche e assicurazioni a partire dal 2026, stimato in 5,6 miliardi di euro, e gli effetti dell’abrogazione di un’agevolazione fiscale per le imprese che valeva circa 4 miliardi l’anno. 

Qui i problemi sono almeno due. Questi aumenti valgono per il 2026, mentre l’aumento della pressione fiscale è relativo al 2024 e, secondo le previsioni, anche al 2025. Inoltre, anche prendendo per buone le stime, si parla in totale di poco più di 10 miliardi di euro, una cifra molto distante dall’aumento complessivo del gettito registrato negli ultimi anni.

La crescita degli occupati

Torniamo alla tesi secondo cui la pressione fiscale è cresciuta perché sono cresciuti gli occupati, ricordando che la pressione fiscale è il rapporto tra gettito e PIL. 

Il PIL misura il valore complessivo dei redditi generati in un anno all’interno dell’economia. Se aumentano gli occupati – cosa che effettivamente è avvenuta durante il governo Meloni – e le entrate fiscali, ci si aspetta quindi che cresca anche il PIL, e in misura maggiore, visto che le imposte rappresentano solo una quota dei redditi totali. Negli ultimi anni, però, questo non è accaduto. Da qui, l’aumento della pressione fiscale.

Si può obiettare che la pressione fiscale è cresciuta perché i nuovi occupati degli ultimi anni, in realtà, prima erano irregolari. In poche parole, non ci sono nuovi lavoratori, ma lavoratori in nero che sono diventati “ufficiali”, e quindi pagano le tasse. Non è così: i lavoratori irregolari sono già contati tra gli occupati ufficiali. Peraltro, secondo i dati più aggiornati, il numero di occupati irregolari in Italia è cresciuto.

L’effetto del fiscal drag

Resta allora una terza possibile spiegazione dell’aumento della pressione fiscale, compatibile con i dati osservati: la crescita dei salari in un contesto di inflazione elevata, come è stato quello degli ultimi anni. In questo caso entra in gioco una sorta di “tassa occulta”, che non deriva da nuove leggi o da aumenti espliciti delle aliquote, ma dal modo in cui il sistema fiscale reagisce automaticamente all’aumento dei redditi nominali, e che Meloni non ha menzionato nel suo intervento sui social.

Il cosiddetto fiscal drag (in italiano “drenaggio fiscale”) è il fenomeno per cui, quando i prezzi aumentano, anche gli stipendi tendono a salire in termini nominali, spingendo una parte dei contribuenti in scaglioni fiscali più alti. Di conseguenza, una quota maggiore del reddito viene tassata, anche se il potere d’acquisto reale non è migliorato. In un sistema progressivo come quello italiano, in cui le aliquote crescono all’aumentare del reddito, questo meccanismo ha un impatto particolarmente rilevante sul gettito complessivo.

Nel suo rapporto, la stessa CGIA ha riconosciuto che il drenaggio fiscale ha ridotto il reddito disponibile delle famiglie e che questo effetto è stato solo «quasi attenuato» dalla riduzione del cuneo fiscale. In altre parole, anche se alcune misure del governo hanno ridotto il prelievo sul lavoro, l’aumento delle imposte dovuto al fiscal drag ha più che compensato questi interventi.

Questo non significa che il governo abbia deliberatamente aumentato le tasse, ma che l’insieme degli effetti prodotti dall’inflazione e dalla struttura dell’IRPEF ha portato, nei fatti, a un aumento della pressione fiscale.

Il fiscal drag potrebbe essere contrastato, per esempio, indicizzando all’inflazione gli scaglioni e le aliquote sui redditi. Finora però il governo ha scelto di non intervenire in questa direzione, anche perché una simile riforma comporterebbe una riduzione significativa del gettito che oggi lo Stato incassa proprio grazie a questo meccanismo.

Ricapitolando: il dato dei «33 miliardi» citato da Meloni si basa su un conteggio cumulativo e metodologicamente discutibile, e non dimostra che le famiglie oggi paghino meno tasse rispetto al passato. L’aumento della pressione fiscale è spiegato anche dal fiscal drag legato all’inflazione, mentre il maggior prelievo su grandi imprese e banche incide solo in misura limitata e in anni successivi.
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