Molti dei “record e risultati” del governo Meloni sono esagerati

Per celebrare il primato di durata dell’esecutivo, Fratelli d’Italia ha pubblicato un documento con i risultati raggiunti. Abbiamo controllato che cosa va e cosa no 
Il frontespizio del documento di Fratelli d’Italia sui record del governo Meloni
Il frontespizio del documento di Fratelli d’Italia sui record del governo Meloni
Il 2 settembre Fratelli d’Italia ha pubblicato un documento di 29 pagine intitolato «Il governo + stabile, l’Italia + forte», nel quale sono elencati una serie di risultati che l’esecutivo guidato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni avrebbe raggiunto in quasi quattro anni di governo. La brochure è stata pubblicata in vista della celebrazione del record di durata del governo Meloni che si terrà il 4 settembre a Bari. Lo scorso 31 agosto, infatti, il governo della leader di Fratelli d’Italia è diventato il più longevo della storia repubblicana, superando il secondo governo di Silvio Berlusconi.

Al netto del record di durata, abbiamo verificato i principali risultati elencati da Fratelli d’Italia nel suo documento su dieci temi, dall’occupazione all’agricoltura, dalle tasse alle immigrazione. In alcuni casi i risultati rivendicati dal partito di Meloni sono corretti, ma in molti altri sono esagerati o presentati in maniera parziale.

Occupazione 

Tra i suoi risultati, il partito di Meloni ha citato diversi dati sull’occupazione, in particolare sull’aumento degli occupati, dei contratti a tempo indeterminato e dell’occupazione femminile. 
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Secondo i dati ISTAT più aggiornati, a novembre 2022 – dopo che il governo Meloni si era insediato – gli occupati in Italia erano circa 23,2 milioni, mentre a luglio 2026 sono stati circa 24,3 milioni, pari a un aumento del 4,8 per cento. Allo stesso modo, a novembre 2022 i lavoratori con un contratto a tempo indeterminato erano circa 15,2 milioni, mentre a luglio di quest’anno circa 16,5 milioni, con un aumento dell’8,7 per cento. I dati riportati nei grafici sopra da Fratelli d’Italia sono entrambi corretti, ma come abbiamo spiegato in altre occasioni non offrono un quadro completo della situazione del lavoro in Italia. L’aumento dell’occupazione, dei contratti a tempo indeterminato è una tendenza in corso da prima che si insediasse il governo Meloni. Si può obiettare che non sappiamo se la tendenza sarebbe continuata senza Meloni presidente del Consiglio, ma di certo non si può sostenere che la crescita degli occupati sia soltanto il risultato di scelte del governo attuale, come ha fatto intendere Fratelli d’Italia.

Riguardo l’occupazione femminile, a giugno 2026 il tasso di occupazione delle donne in Italia ha raggiunto il 54,6 per cento, una percentuale mai registrata da quando sono disponibili i dati ISTAT. Nonostante questi miglioramenti, i dati Eurostat più aggiornati mostrano come l’Italia è ancora all’ultimo posto per tasso di occupazione femminile tra i Paesi dell’Unione europea.

Famiglie 

Sulle politiche familiari, Fratelli d’Italia ha rivendicato l’aumento di alcuni sostegni come il congedo parentale, ossia il periodo di astensione facoltativo dal lavoro concesso ai genitori per prendersi cura dei figli nei loro primi anni di vita. Sul congedo parentale, il partito di Meloni sostiene che il governo abbia aumentato l’importo dell’indennizzo dal 30 per cento all’80 per cento della retribuzione. In realtà, il discorso è più complesso. Prima di ottobre 2022, quando il governo Meloni è entrato in carica, la disciplina sui congedi parentali prevedeva per i lavoratori dipendenti 9 mesi complessivamente indennizzabili al 30 per cento della retribuzione, fino al compimento dei 12 anni dei figli.
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Come spiega l’INPS, le leggi di bilancio per il 2023, per il 2024 e per il 2025 – approvate dal governo Meloni – hanno progressivamente aumentato l’indennità di alcuni mesi, portandola all’80 per cento ma soltanto per tre mesi, mentre per i restanti l’indennità rimane al 30 per cento. 

Tra le altre misure di sostegno alla famiglia, Fratelli d’Italia ha inserito l’approvazione del cosiddetto “Piano Casa”, che descrive come intervento da «10 miliardi di euro per oltre 100 mila alloggi in 10 anni». Come abbiamo spiegato in un altro approfondimento, con questo provvedimento il governo vuole recuperare alloggi pubblici, tramite fondi pubblici e investimenti privati nell’arco di un decennio, ma non ci sono i 10 miliardi di euro citati nella brochure.

Tasse e povertà

Nel suo documento Fratelli d’Italia si è poi concentrata a celebrare il taglio delle tasse e del cuneo fiscale approvati durante questi quattro anni di governo. Effettivamente, dal 2022 il governo Meloni ha riformato alcuni aspetti riguardanti la tassazione sul lavoro, come l’accorpamento delle due aliquote del 23 per cento per i redditi fino a 15 mila euro e del 25 per cento per i redditi tra 15 mila e 28 mila euro, reso strutturale con la legge di Bilancio 2025. Adesso quindi i redditi fino a 28 mila euro sono tassati al 23 per cento, quelli da 28 mila euro a 50 mila euro sono tassati al 33 per cento, mentre quelli oltre i 50 mila euro sono tassati al 43 per cento.

In generale, però, gli effetti delle riforme fiscali approvate in questi anni sono stati piuttosto esigui. Come abbiamo spiegato in un’altra occasione, di recente ISTAT ha segnalato come se da un lato il carico fiscale si sia ridotto, il beneficio effettivo per i cittadini sia stato molto contenuto. Nel 2026 i contribuenti hanno ottenuto un vantaggio di appena 40 euro all’anno in media. Il vantaggio è stato ridotto a causa dell’inflazione, che ha prodotto un forte effetto di fiscal drag, cioè il fenomeno per cui l’inflazione aumenta i redditi nominali dei contribuenti, costringendoli a pagare più tasse anche se il loro potere d’acquisto rimane invariato, o addirittura diminuisce. In poche parole, il risparmio per i cittadini ottenuto con la diminuzione delle tasse è stato quasi tutto assorbito dall’inflazione, quindi l’impatto reale sulle retribuzioni nette è stato limitato.

Le retribuzioni e il rischio povertà

Nella brochure il partito di Meloni ha poi rivendicato il fatto che durante il governo della leader di Fratelli d’Italia ci sia stato un generale aumento degli stipendi e la diminuzione del tasso di povertà arrivato al «minimo storico dall’inizio delle rilevazioni statistiche ufficiali». 
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Un indicatore per valutare il livello delle retribuzioni italiane è l’indice ISTAT delle retribuzioni contrattuali orarie, ottenuto come rapporto tra l’indice delle retribuzioni per dipendente e quello della durata contrattuale. Ponendo come base 100 a dicembre 2021, a novembre 2022 l’indice era a 101,4, mentre a giugno 2026, il dato più recente, era a 113 pari a un aumento dell’11,4 per cento. Dunque, un aumento delle retribuzioni, almeno in termini nominali, c’è stato dal 2022 a oggi. Se si guarda però un periodo più ampio la situazione delle retribuzioni non è del tutto positiva, anzi. Lo scorso 9 luglio l’OCSE ha pubblicato l’Employment outlook 2026, uno dei più importanti report sull’andamento e sulle tendenze dei mercati del lavoro dei Paesi avanzati. Alla fine del primo trimestre 2026, il livello dei salari reali – cioè il livello degli stipendi al netto dell’inflazione – in Italia era del 6,1 per cento più basso rispetto allo stesso periodo del 2021. In altre parole, il livello delle retribuzioni reali nel 2026 in Italia è più basso di quello del 2021 se si considera l’aumento dei prezzi avvenuto in questi anni.

Lo stesso vale per quanto riguarda la povertà. Come abbiamo spiegato in Conti in tasca, la nostra newsletter sulle questioni economiche, negli ultimi anni c’è stato un miglioramento dei dati sulla povertà relativa, che però non si riscontra per quanto riguarda la povertà assoluta, che negli ultimi vent’anni è quasi triplicata. In poche parole, è scesa la quota di persone che stanno “piuttosto male”, ma è aumentata quella di chi sta “malissimo”. Allo stesso tempo, questa non è comunque una colpa da imputare al solo governo Meloni: il fenomeno è in atto da anni e i dati relativi al mandato dell’attuale esecutivo hanno visto una percentuale di persone in povertà assoluta piuttosto stabile.

Economia

Nel documento, Fratelli d’Italia ha rivendicato come frutto dell’azione del governo Meloni la riduzione dello spread negli ultimi anni. Lo spread corrisponde alla differenza tra il rendimento dei BTP, cioè i titoli di Stato italiani con scadenza a dieci anni, e i BUND, cioè i corrispettivi tedeschi. Semplificando, il rendimento di un titolo di Stato rappresenta il guadagno che un investitore ottiene acquistandolo e detenendolo. Più un Paese è considerato affidabile, più basso sarà il rendimento dei suoi titoli di Stato; al contrario, un Paese con problemi di stabilità avrà rendimenti più alti. I BUND della Germania, ritenuto il più stabile tra i Paesi europei, hanno rendimenti molto bassi e per questo sono presi come termine di paragone rispetto ai titoli degli altri Stati.
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Normalmente, un aumento dello spread è visto come un peggioramento della fiducia nei titoli di Stato italiani da parte degli investitori, al contrario un calo è interpretato come un aumento della fiducia. Il governo Meloni si è insediato il 22 ottobre 2022. In quel momento lo spread valeva circa 233 punti base. Il 2 settembre, giorno della pubblicazione del documento da parte di Fratelli d’Italia, era intorno agli 84 punti base, con un calo di oltre il 60 per cento.

Come abbiamo spiegato in un altro fact-checking però, i numeri mostrano che negli ultimi due anni il calo dello spread è stato causato più dall’aumento del rendimento dei titoli di Stato tedeschi – che sono stati valutati meno sicuri rispetto al passato – piuttosto che dal miglioramento del rendimento dei BTP italiani
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Fratelli d’Italia ha poi rivendicato il «taglio record del rapporto deficit/PIL, passato dall’8,1 per cento del 2022 (insediamento del governo) al 3,1 per cento del 2025». Il rapporto deficit/PIL indica quanto il disavanzo annuale dello Stato, cioè quanto spende in più rispetto a quanto incassa (il deficit), pesa rispetto alla dimensione complessiva dell’economia del Paese (il PIL).

I dati riportati dal partito di Meloni sono sostanzialmente corretti. Secondo i dati ufficiali Eurostat, aggiornati nell’aprile 2026, il rapporto deficit/PIL italiano è passato dall’8,1 per cento nel 2022 al 7,1 per cento nel 2023, al 3,4 per cento nel 2024 e al 3,1 per cento nel 2025 (e non nel 2026 come riportato forse erroneamente nel grafico di Fratelli d’Italia). 

Va ricordato comunque che il 2022 è stato un anno particolare per i conti pubblici italiani, che risentivano ancora degli strascichi della pandemia. All’epoca l’Eurostat aveva segnalato che nel primo trimestre del 2022 le entrate e le spese pubbliche erano ancora influenzate dalle misure anti-Covid, sebbene molto meno che negli anni precedenti. In più, come segnalato da ISTAT, l’elevato deficit del 2022 derivava in larga misura da altri fattori straordinari, come la spesa pubblica per il “Superbonus 110” per cento, introdotto dal secondo governo di Giuseppe Conte, poi di fatto cancellato dal governo Meloni.

Immigrazione e reati

Nel documento Fratelli d’Italia ha esaltato l’azione del governo nel limitare gli sbarchi di migranti. Su questo punto, Fratelli d’Italia ha riportato dati corretti, ma vanno fatte alcune precisazioni. Dal 1° gennaio al 31 luglio 2026 sono sbarcati in Italia circa 16.400 migranti contro i circa 88.800 dello stesso periodo del 2023, pari a circa l’80 per cento, come riportato dal partito di Meloni. Per quanto riguarda i rimpatri, dal 1° gennaio al 1° settembre, secondo il Ministero dell’Interno i migranti rimpatriati sono stati 5.825, effettivamente di più di quelli fatti nel 2015, quando il governo era guidato da Matteo Renzi, come sottolineato da Fratelli d’Italia.
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Nell’intero 2023, l’anno che Fratelli d’Italia prende in considerazione per fare il confronto, gli sbarchi erano stati quasi 160 mila, il numero più alto fino a quel momento dal 2016. Ma quell’anno il governo in carica era già quello di Meloni, che perciò sarebbe “colpevole” del risultato negativo di tre anni fa. Al netto dei numeri, resta fuorviante affermare che il numero di sbarchi possa dipendere esclusivamente dalle scelte di un governo. Le partenze di migranti sono condizionate da una serie di fattori indipendenti dalle politiche adottate da un governo, come la situazione nei Paesi di origine dei migranti o le condizioni meteorologiche.

Fratelli d’Italia ha poi messo in evidenza il fatto che l’Italia sia in generale più sicura da quando il centrodestra è al governo. Per farlo, ha messo a confronto il numero di omicidi tra il 2014 e il 2026 in un grafico, sostenendo che in 12 anni gli omicidi siano calati del 60 per cento.
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Non è spiegata quale sia la fonte del dato, né perché abbia preso come riferimento proprio il 2014 e non un anno più recente. Messo in questo modo il confronto sembra indicare come il dato positivo del 2026 sia stato merito del governo Meloni, ma in realtà il calo degli omicidi in Italia è una costante da anni. Secondo un recente report della Polizia di Stato, tra il 2015 e il 2024 gli omicidi in Italia hanno registrato cali progressivi ogni anno. In altre parole, il calo degli omicidi nel nostro Paese è sicuramente una buona notizia, ma non può essere definito un risultato del governo Meloni.

Sanità 

Tra i risultati messi in evidenza, c’è poi l’aumento delle risorse destinate alla sanità pubblica. Secondo il documento, il finanziamento del Servizio sanitario nazionale (SSN) è passato da circa 126 miliardi di euro nel 2022 a quasi 143 miliardi previsti per quest’anno.
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Si tratta di un tipo di argomentazione ricorrente, portata avanti ciclicamente dai vari governi e non solo da quello attualmente in carica, ma racconta solo una parte della storia. Un aumento del finanziamento in termini nominali, infatti, non rappresenta automaticamente un aumento in termini reali. A questo proposito, in un precedente articolo abbiamo spiegato come nel 2022 il finanziamento della sanità valeva circa il 6,3 per cento del PIL, mentre nel 2026, nonostante i 13 miliardi in più, sarà intorno al 6,2 per cento. 

Sulle liste d’attesa invece Fratelli d’Italia richiama un miglioramento che trova riscontro nei dati dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas). Nel primo semestre del 2026 le prestazioni garantite entro i tempi previsti sono aumentate di oltre 1,6 milioni rispetto allo stesso periodo del 2025. Restano però circa 2,2 milioni di prenotazioni effettuate oltre i tempi massimi, un numero rimasto sostanzialmente stabile rispetto all’anno prima. 

Istruzione

Nel campo dell’istruzione Fratelli d’Italia attribuisce all’attuale esecutivo meriti che, al momento, non è possibile dimostrare. Nella brochure si sostiene che l’abbandono scolastico sia sceso dall’11,5 per cento del 2022 al 7,3 per cento di oggi «grazie al lavoro del governo Meloni».

Come abbiamo già verificato, il calo esiste, ma il 7,3 per cento non è un dato ufficiale. L’ultimo dato ISTAT disponibile, riferito al 2025, attesta l’abbandono scolastico all’8,2 per cento. Il 7,3 per cento citato deriva invece da una stima dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione (Invalsi), secondo cui nel 2026 il tasso «potrebbe scendere» a quel livello. 

Non ci sono inoltre elementi per attribuire il miglioramento al solo governo Meloni. La riduzione era già iniziata molti anni prima: tra il 2012 e il 2022 il tasso era già sceso dal 17,3 all’11,5 per cento, e i dati disponibili non permettono di stabilire se e quanto abbiano inciso le misure dell’attuale esecutivo. Inoltre, Fratelli d’Italia cita ancora un vecchio obiettivo europeo di scendere sotto il 9 per cento entro il 2030. Ma a fine giugno 2026, il Consiglio dell’Unione europea lo ha reso più ambizioso, fissandolo sotto l’8 per cento. Con l’ultimo dato ufficiale dell’8,2 per cento l’Italia è oggi molto vicina al nuovo obiettivo, ma non lo ha ancora raggiunto. 

Esportazioni

Il documento di Fratelli d’Italia prosegue parlando di esportazioni e anche in questo caso i numeri citati sono corretti, ma ad essere fuorviante è la loro rappresentazione grafica. 

Il partito di Meloni rivendica un aumento dell’export del 9,8 per cento tra i primi cinque mesi del 2022 e lo stesso periodo del 2026: in termini assoluti significa passare da 252,6 a 277,4 miliardi. Le cifre, come detto, sono corrette. Eppure, il grafico è fuorviante e amplifica di gran lunga la crescita: l’asse verticale parte da 240 miliardi anziché da zero, facendo apparire un aumento di meno del dieci per cento come se fosse un +300 per cento rispetto al 2022.
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Nella stessa pagina Fratelli d’Italia sottolinea che nel 2025 le esportazioni verso gli Stati Uniti sarebbero aumentate del 7,2 per cento «nonostante i dazi» americani. Ma come abbiamo già raccontato il dato va contestualizzato, visto che potrebbero essere stati gli stessi dazi a causare l’aumento dello scorso anno. L’ISTAT ha spiegato che nei primi mesi del 2025 l’incertezza sui nuovi dazi statunitensi ha favorito il cosiddetto front-loading, cioè il fatto che molte imprese hanno anticipato ed aumentato le esportazioni per fare scorta di merci prima dell’entrata in vigore delle tariffe. A causa di questo fenomeno, nel 2025 l’aumento dell’export verso gli Stati Uniti si è concentrato nei primi mesi dell’anno. 

Anche il grafico sulla bilancia commerciale si basa su dati corretti, ma sceglie come confronto un anno eccezionale, così da far apparire il paragone più positivo di quanto non sia. 
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Nel 2022 il saldo commerciale era negativo per 34,1 miliardi di euro, mentre nel 2025 è stato positivo per 50,7 miliardi. Il 2022 fu però un’eccezione, e il deficit fu dovuto soprattutto all’impennata del costo delle importazioni energetiche dovute all’invasione russa dell’Ucraina. Il saldo commerciale era infatti positivo già prima del governo Meloni, come nel caso del 2021, e persino superiore ai valori del 2025, come nel caso del 2019 e del 2020.

Il turismo

«L’Italia torna superpotenza turistica mondiale», si legge nella sezione del documento dedicata al turismo. Il partito di Meloni celebra una serie di record, sostenendo tra le altre cose che nel 2025 siano state registrate «535,5 milioni di presenze», cioè «il 15 per cento» in più rispetto al 2024. Inoltre, secondo Fratelli d’Italia, il settore varrebbe «il 13 per cento del PIL». Entrambi i dati risultano però imprecisi o esagerati.
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Il dato sulle presenze ha un fondamento, ma il confronto con l’anno precedente è fuorviante. Secondo l’ISTAT, nel 2025 le presenze turistiche hanno superato i 535 milioni, ma il dato comprende per la prima volta gli alloggi privati gestiti in forma non imprenditoriale. Escludendo quest’ultima categoria, le presenze nel 2025 sono state 481 milioni, contro i 466 milioni del 2024. A parità di perimetro l’aumento è stato di poco superiore al 3 per cento, non del 15 per cento come sostiene Fratelli d’Italia. 

Anche il dato secondo cui il turismo varrebbe il 13 per cento del PIL è sovrastimato, come avevamo verificato già in passato. Secondo l’ultimo Conto satellite del turismo di ISTAT, riferito al 2023, il turismo ha generato direttamente il 5 per cento del PIL e il 9,6 per cento considerando gli effetti indiretti sugli altri settori. Neanche le stime più recenti disponibili arrivano al 13 per cento. Nel luglio 2025, il World Travel & Tourism Council (WTTC) stimava per quell’anno un contributo complessivo del turismo di 237,4 miliardi di euro, quasi l’11 per cento del PIL.

In conclusione

Nel complesso, molti dei dati citati da Fratelli d’Italia sono corretti, ma il modo in cui vengono presentati rischia di essere fuorviante. Diversi dei miglioramenti rivendicati come «record e risultati» del governo Meloni fanno infatti parte di tendenze iniziate già prima del suo insediamento, oppure dipendono da fattori che non sono direttamente riconducibili alle scelte dell’esecutivo. Attribuirli al solo governo, come in alcuni casi lascia intendere il documento, restituisce quindi un quadro parziale dei risultati ottenuti negli ultimi quattro anni, che in determinati settori restano comunque positivi.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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