Vannacci e Valditara devono leggere meglio gli studi sugli studenti stranieri

L’OCSE conferma il peso delle difficoltà linguistiche, ma mostra che contano soprattutto le condizioni socioeconomiche delle scuole
ANSA
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Il 22 settembre, in un’intervista al Corriere della Sera, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara è tornato sulla proposta del governo di limitare la concentrazione nelle classi degli studenti stranieri che non conoscono abbastanza bene l’italiano. Secondo fonti stampa, la misura dovrebbe essere contenuta in un decreto-legge che verrà discusso nella riunione del Consiglio dei Ministri prevista per giovedì 24 settembre. 

«Uno studio dell’OCSE dice che le scuole con una concentrazione troppo alta di stranieri che non conoscono la lingua presentano indicatori di benessere scolastico meno favorevoli», ha detto Valditara durante l’intervista. «Se vogliamo l’integrazione, che i giovani si inseriscano nella nostra società e conoscano i nostri valori, dobbiamo puntare sull’italiano».

Lo stesso giorno anche il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci ha chiamato in causa l’OCSE per sostenere la necessità di un limite agli studenti stranieri nelle classi. Ospite di Start, su SkyTG24, Vannacci ha sostenuto che uno studio dell’organizzazione condotto in «80 Paesi» certificherebbe che «in tre quarti di questi Paesi l’immigrazione di massa abbassa i risultati scolastici».

In realtà, le cose non stanno così e gli studi OCSE offrono un quadro molto più complesso. Le difficoltà linguistiche possono incidere sul rendimento e sul benessere degli studenti, e in alcuni Paesi una maggiore concentrazione di studenti con origine migratoria è associata a risultati meno favorevoli. Ma le differenze dipendono soprattutto dalle condizioni socioeconomiche degli studenti e delle scuole.

Che cosa dice lo studio

Pur non citandolo esplicitamente, lo studio a cui Valditara fa riferimento è con ogni probabilità il rapporto The Resilience of Students with an Immigrant Background, pubblicato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) nel 2018. Lo studio analizza i principali fattori che incidono sul rendimento e sul benessere degli studenti con background migratorio.

Questa categoria, però, non coincide con quella degli studenti «stranieri» usata da Valditara. L’OCSE definisce come studenti con background migratorio quelli nati all’estero o con almeno un genitore nato all’estero. Avere un background migratorio, quindi, non significa necessariamente avere cittadinanza straniera.

Comunque, un primo punto analizzato riguarda proprio la lingua. L’OCSE distingue gli studenti che a casa parlano soprattutto la lingua del test del Programma per la valutazione internazionale dello studente (PISA), a cui sono stati sottoposti, da quelli che parlano prevalentemente un’altra lingua. Questi ultimi vengono definiti «non-native-speaking students». La definizione riguarda quindi la lingua parlata a casa, non significa che questi studenti conoscano poco la lingua d’istruzione. 

Il rapporto offre in ogni caso un elemento in linea con il ragionamento di Valditara. Nella media OCSE, tra gli studenti immigrati di prima o seconda generazione, la quota di chi dichiarava un senso di appartenenza alla scuola era di 5 punti percentuali più bassa tra chi parlava a casa una lingua diversa da quella del test rispetto a chi parlava la stessa lingua. La differenza saliva a 9 punti rispetto agli studenti senza background migratorio. Per «senso di appartenenza» l’OCSE intende quanto gli studenti dichiarano di sentirsi parte della comunità scolastica, e non degli estranei al loro interno. 

Dallo studio emerge quindi che la lingua parlata a casa conta e ha un legame con il benessere scolastico. Questo dato riguarda però i singoli studenti e non la loro concentrazione nella stessa scuola, come suggerisce invece Valditara.

Il peso dello svantaggio socioeconomico

Il rapporto analizza separatamente la concentrazione degli studenti con background migratorio nelle scuole. A prima vista, i dati sembrano dare ragione a Valditara: nella media OCSE, all’aumentare della loro presenza diminuisce la probabilità di raggiungere le competenze di base in matematica, lettura e scienze. Nel 2015, per esempio, questa probabilità era di 13 punti percentuali più bassa nelle scuole dove oltre la metà degli studenti aveva un’origine migratoria rispetto a quelle dove erano meno del 10 per cento. In Italia – come in Austria, Spagna e Svizzera – l’associazione negativa emergeva solo nelle scuole con le concentrazioni più elevate.

Il quadro però cambia quando l’OCSE considera anche il profilo socioeconomico della scuola. Secondo il rapporto, gran parte della differenza osservata dipende dalla composizione socioeconomica degli istituti frequentati da molti studenti immigrati. Dopo questo aggiustamento, nella media OCSE non emerge più un’associazione tra la quota di studenti con background migratorio e la probabilità di raggiungere le competenze di base. 

In sostanza, le scuole con una maggiore presenza di studenti con origine migratoria sono spesso anche quelle in cui si concentra lo svantaggio socioeconomico. Per questo, attribuire i risultati peggiori alla sola presenza di studenti immigrati non tiene conto del peso delle condizioni sociali ed economiche degli istituti. La cornice entro cui analizzare il fenomeno dunque non sarebbe tanto quella della cittadinanza degli studenti, ma quella della situazione economica delle loro famiglie.

Il benessere scolastico

Successivamente, Valditara parla nello specifico di «indicatori di benessere scolastico meno favorevoli». Anche su questo punto il rapporto mostra un quadro che cambia molto in base alle condizioni socioeconomiche delle scuole.

L’OCSE ha analizzato in particolare quanto gli studenti si sentissero parte della comunità scolastica. Negli istituti dove oltre la metà degli studenti aveva un background migratorio, questo indicatore risultava più basso di oltre 5 punti percentuali in Austria, Danimarca, Francia e Svizzera rispetto alle scuole dove questi studenti erano meno del 10 per cento. Mentre in Australia, Norvegia e Regno Unito accadeva il contrario, ossia nelle scuole con una maggiore concentrazione il senso di appartenenza risultava più alto. Quindi anche sul benessere scolastico i dati non mostrano una relazione univoca per cui una maggiore presenza di studenti con origine migratoria comporti in automatico risultati peggiori.

L’«immigrazione di massa» non c’entra

Passando a Vannacci, la dichiarazione del leader di Futuro Nazionale sembra riferirsi a PISA 2022, l’indagine sui quindicenni pubblicata dall’OCSE nel 2023. Come sostiene Vannacci, nel capitolo dedicato all’immigrazione l’organizzazione prende in esame 80 Paesi ed economie, anche se nella metà di questi gli studenti con background migratorio rappresentavano meno del 5 per cento del totale.

Vannacci sostiene che in «tre quarti» dei Paesi «l’immigrazione di massa abbassa i risultati scolastici». Ma nel rapporto non si arriva a una conclusione di questo tipo. Nei 39 Paesi ed economie inclusi dall’OCSE nel confronto, gli studenti senza background migratorio ottenevano risultati migliori in matematica in 22 casi, ossia poco più della metà. In otto invece accadeva il contrario, mentre negli altri nove la differenza non era statisticamente significativa. 

Soprattutto, queste differenze non dimostrano che sia l’immigrazione a causare risultati peggiori. Nella media OCSE, il vantaggio in matematica degli studenti senza background migratorio scendeva da 29 a 15 punti tenendo conto dello status socioeconomico, e a 5 punti considerando anche la lingua parlata a casa. Dopo questi aggiustamenti, gli studenti con background migratorio risultavano avanti in 16 Paesi ed economie, quelli senza in otto; negli altri 15 non emergevano differenze significative. 

Nel rapporto si afferma peraltro che non ci sono «elementi per sostenere che una maggiore quota di studenti con background migratorio sia associata a risultati scolastici peggiori nei Paesi che li accolgono». Pertanto, la conclusione a cui il leader di Futuro Nazionale crede di giungere attraverso il rapporto OCSE citato è smentita esplicitamente dal rapporto stesso.

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