Quanto ci hanno fatto risparmiare davvero i tagli alle tasse

Da anni i governi investono su una riduzione delle tasse sul lavoro, ma il risparmio fiscale è stato quasi del tutto compensato dall’inflazione
ANSA
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Il 12 maggio, l’ISTAT ha pubblicato la nota sull’andamento dell’economia italiana nel primo trimestre del 2026, un documento che sintetizza i risultati economici più recenti per il nostro Paese, dalla crescita del PIL, a quella dell’occupazione. Nella nota di questo mese è presente anche un approfondimento sull’efficacia delle riforme fiscali negli ultimi sei anni. In particolare, l’istituto di statistica si è concentrato sul cosiddetto fiscal drag, ossia il fenomeno per cui l’inflazione aumenta i redditi nominali dei contribuenti, costringendoli a pagare più tasse anche se il loro potere d’acquisto rimane invariato.

I dati pubblicati da ISTAT si concentrano su vari interventi sul fisco approvati tra il 2021 e il 2026, e quindi dal governo di Mario Draghi e dal governo guidato da Giorgia Meloni. Gli interventi riguardano il sistema di tassazione e dei trasferimenti, come i tagli al cuneo fiscale – la percentuale di stipendio che viene spesa in imposte e contributi –, la revisione dell’IRPEF, e la revisione dell’assegno unico universale per i figli. Secondo ISTAT, queste misure hanno ridotto l’impatto dell’inflazione sui salari, ma non abbastanza per garantire una vera crescita delle retribuzioni.

L’impatto del fiscal drag

Il cosiddetto fiscal drag (in italiano “drenaggio fiscale”) è il fenomeno per cui, quando i prezzi aumentano, anche gli stipendi tendono a salire in termini nominali, spingendo una parte dei contribuenti in scaglioni fiscali più alti. Di conseguenza, una quota maggiore del reddito viene tassata, anche se il potere d’acquisto reale non è migliorato. ISTAT definisce il fenomeno come «una forma di “tassazione invisibile”». In un sistema progressivo come quello italiano, in cui le aliquote crescono all’aumentare del reddito, questo meccanismo ha un impatto distorsivo, dato che «la crescita dell’aliquota media che ne deriva risulta impropria, in quanto non riconducibile a un aumento della capacità contributiva». In pratica, il contribuente paga più tasse anche se il suo potere d’acquisto non è cambiato, perché insieme agli stipendi sono aumentati anche i prezzi.

ISTAT ha mostrato l’impatto dei più recenti interventi fiscali, che avrebbero permesso una leggera crescita del reddito disponibile nel periodo compreso tra il 2021 e il 2026. Dalle stime dell’istituto per il 2026, «risulta che i contribuenti abbiano beneficiato in media di un vantaggio pari a circa 40 euro (+0,1 per cento in termini relativi sul reddito imponibile)». Nel 2026, quindi, la riduzione del cuneo fiscale e le altre misure in termini di tassazione messe in campo dai diversi governi hanno permesso ai contribuenti di pagare in media 40 euro in meno di tasse rispetto a quanto avrebbero pagato con il sistema fiscale del 2021. Si tratta però dell’effetto delle minori imposte pagate al netto della perdita di potere d’acquisto dovuta al fiscal drag.

Senza interventi da parte dei governi, nel 2026 il drenaggio fiscale avrebbe peggiorato del 3,2 per cento la posizione fiscale dei cittadini rispetto al 2021. In altre parole, rispetto a sei anni fa i cittadini avrebbero pagato il 3,2 per cento in più di imposte sui loro redditi se il governo non fosse intervenuto. ISTAT ha spiegato a Pagella Politica che, facendo un calcolo partendo dalle loro stime, nel 2026 l’effetto del fiscal drag avrebbe fatto pagare in media 915 euro in più in tasse ai contribuenti rispetto al 2021. 

La riduzione delle imposte e l’ampliamento di misure come l’assegno unico universale hanno permesso di contrastare il fiscal drag, compensando con minori tasse le maggiori entrate pubbliche dovuto alla crescita dei redditi verso scaglioni con aliquote più alte. Il drenaggio fiscale ha però quasi del tutto azzerato il beneficio sulla crescita del reddito disponibile, con un risparmio di soli 40 euro l’anno dopo sei anni di riduzione delle imposte. Questo risultato è stato raggiunto grazie a un importante impegno di risorse pubbliche. Secondo le rielaborazioni di Pagella Politica sui dati del Ministero dell’Economia, i principali interventi fiscali nel periodo 2021-2026 sono costati [1] quasi 50 miliardi di euro in spesa pubblica aggiuntiva (in termini di minori entrate fiscali).

Il problema della crescita dei salari lordi

Negli ultimi sei anni, i governi hanno dovuto rinunciare a una quota rilevante di gettito fiscale per aumentare il potere d’acquisto degli italiani. A causa del fiscal drag, però, l’impatto positivo sulle retribuzioni nette è stato quasi nullo, mentre il vantaggio fiscale totale è stato ridotto. Basti pensare che nel 2025 il reddito medio lordo italiano valeva 24.890 euro, che per un dipendente su 13 mensilità equivale a un reddito netto di circa 1.660 euro al mese. Un risparmio di pochi euro come quello stimato da ISTAT non sembra dunque così rilevante.

Un altro importante problema riguarda le retribuzioni lorde. Gli interventi fiscali dei diversi governi hanno permesso al potere d’acquisto di rimanere stabile grazie alla riduzione delle tasse. Allo stesso tempo, però, sono aumentati poco anche gli stipendi lordi, ossia quanto paga il datore di lavoro prima che vengano applicate le imposte e i contributi a carico del lavoratore. Per esempio, tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni annue lorde dei dipendenti nel settore privato sono aumentate del 9,9 per cento, mentre per i prezzi medi l’aumento è stato del 22 per cento nello stesso periodo. La crescita inadeguata delle retribuzioni lorde dipende da molti fattori, a partire dalla scarsa produttività, fino al tipo di settori in cui si concentra l’occupazione.

Insomma, interventi come il taglio del cuneo fiscale o la semplificazione dell’IRPEF hanno contribuito a far crescere il potere d’acquisto degli italiani, ma la riduzione delle tasse presenta costi rilevanti per i conti pubblici e il problema non sarà davvero risolto finché non si riusciranno a far crescere di nuovo anche le retribuzioni lorde. Per farlo, occorre far ripartire l’economia italiana, che sta attraversando un periodo di crescita stagnante. I problemi strutturali e il complicato contesto internazionale rendono il compito molto più difficile.

 

[1] Dati per il 2021, 2022, 2023, 2024, 2025, 2026

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