Meloni esagera i meriti del governo sul calo dell’abbandono scolastico

La presidente del Consiglio ha elogiato le politiche dell’esecutivo, che avrebbero permesso la riduzione del numero di ragazzi che hanno lasciato la scuola, ma è una tendenza in corso da anni
ANSA
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Il 22 luglio, in un’intervista al quotidiano il Giornale, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affrontato diversi temi: dalla sicurezza alla sanità, dall’immigrazione alle prossime elezioni politiche, previste per il 2027. Parlando di istruzione, Meloni ha rivendicato alcuni presunti risultati ottenuti dal suo governo nel contrasto all’abbandono scolastico. «In questi anni abbiamo drasticamente ridotto il tasso di abbandono scolastico», ha detto, sostenendo che «nel 2022 era all’11,5 per cento, oggi è al 7,3 per cento».

Secondo la presidente del Consiglio, questi dati dimostrerebbero che l’Italia ha superato «con anni di anticipo» l’obiettivo dell’Unione europea, che prevede di portare il tasso sotto il 9 per cento entro il 2030. Meloni ha dunque aggiunto che il risultato sarebbe merito delle politiche messe in campo dal suo governo, che «pare stiano funzionando».

Ma le cose stanno davvero come sostiene la presidente del Consiglio? In realtà, non proprio. Il forte calo dell’abbandono scolastico è reale, ma la diminuzione è iniziata molti anni prima dell’insediamento del governo Meloni. Inoltre, non è possibile dimostrare quanto abbiano effettivamente contribuito al risultato le misure citate dalla presidente del Consiglio.

Che cosa misura l’abbandono scolastico

Innanzitutto, prima di verificare i numeri citati da Meloni, bisogna chiarire che cosa misura l’indicatore sull’abbandono scolastico. A livello europeo viene utilizzata la definizione di Early Leavers from Education and Training (ELET), che comprende i giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno conseguito al massimo la licenza media e che, nelle quattro settimane precedenti alla rilevazione, non hanno partecipato ad attività di istruzione o formazione. 

Per rientrare in questa categoria devono quindi essere soddisfatte due condizioni: non avere un diploma di scuola superiore o una qualifica professionale equivalente e non frequentare corsi o altre attività formative. Un giovane senza diploma che sta seguendo un corso di formazione, per esempio, non viene conteggiato tra gli ELET.

L’indicatore non misura quanti studenti hanno lasciato la scuola in uno specifico anno scolastico. In Italia è calcolato dall’Istat e fotografa la condizione dei giovani tra i 18 e i 24 anni al momento dell’indagine, senza considerare quando hanno interrotto gli studi. Per questo, può comprendere pure persone che hanno lasciato la scuola diversi anni prima.

Il dato, che è una stima

Passiamo adesso ai numeri. Per sostenere l’efficacia delle politiche del suo governo, Meloni ha ricordato che nel 2022 – anno in cui il suo esecutivo si è insediato a ottobre – il tasso di abbandono scolastico era pari all’11,5 per cento, un valore più alto rispetto a quello attuale. Il dato trova conferma nelle statistiche ufficiali dell’Istat. Negli anni successivi, l’indicatore ha continuato a diminuire. Nel 2023 la quota di giovani che avevano abbandonato precocemente gli studi è scesa al 10,5 per cento; nel 2024 è arrivata al 9,8 per cento; nel 2025 si è attestata all’8,2 per cento. Quest’ultimo è il dato ufficiale più aggiornato disponibile al momento.

Il 7,3 per cento citato da Meloni come valore attuale non è invece un dato ufficiale, già certificato dall’Istat. Il numero è da ricercarsi in un comunicato dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione (Invalsi). Il 16 luglio, pochi giorni prima dell’intervista, l’istituto ha scritto che, dopo l’8,2 per cento registrato l’anno scorso, il tasso «potrebbe scendere al 7,3 per cento nel 2026». Lo stesso ente ha presentato questo valore come una stima. Meloni ha trasformato quindi una previsione al condizionale in un dato già acquisito. Questo non significa che il 7,3 per cento sia necessariamente sbagliato, ma non può essere messo sullo stesso piano dei dati ufficiali relativi agli anni precedenti.

Al netto di questa precisazione, il calo dell’abbandono scolastico è comunque evidente. Come abbiamo visto, considerando soltanto i dati Istat, tra il 2022 e il 2025 la quota è diminuita di 3,3 punti percentuali, quasi il 30 per cento in tre anni.

Il traguardo europeo

Meloni ha sostenuto che l’Italia abbia superato «con anni di anticipo» l’obiettivo europeo sull’abbandono scolastico, fissato al 9 per cento per il 2030. Il riferimento è al traguardo approvato dal Consiglio dell’Unione europea nel 2021, secondo cui entro quella data la quota di giovani che abbandonano precocemente l’istruzione e la formazione sarebbe dovuta scendere sotto il 9 per cento. Con l’8,2 per cento registrato nel 2025, l’Italia era effettivamente scesa sotto questa soglia, con cinque anni di anticipo. 

Al momento dell’intervista, però, il traguardo europeo era già stato aggiornato. Lo scorso 29 giugno, il Consiglio dell’Unione europea ha approvato una nuova risoluzione in merito. Il testo ha abbassato il traguardo a livello europeo, portando entro il 2030 la quota di giovani che abbandonano precocemente l’istruzione e la formazione al di sotto dell’8 per cento. 

Il dato ufficiale Istat del 2025 – quello dell’8,2 per cento – era quindi inferiore al precedente traguardo del 9 per cento, ma leggermente superiore a quello nuovo. La stima Invalsi del 7,3 per cento sarebbe invece al di sotto della soglia, ma – come abbiamo visto – non si tratta di un dato ufficiale.

Una tendenza già iniziata

Al di là del confronto con l’obiettivo europeo, il principale problema della dichiarazione di Meloni riguarda l’attribuzione politica del risultato. La presidente del Consiglio ha sostenuto che il calo sia avvenuto «anche grazie» alle misure introdotte dal suo governo, come se il calo dell’abbandono scolastico sia iniziato da quando la leader di Fratelli d’Italia è presidente del Consiglio. Le statistiche disponibili, però, non permettono di dimostrare questo rapporto di causa ed effetto.

La diminuzione dell’abbandono scolastico, infatti, era iniziata molto prima dell’insediamento dell’attuale esecutivo. Secondo l’Istat, tra il 2012 e il 2022 la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che avevano lasciato precocemente gli studi era già scesa dal 17,3 all’11,5 per cento. Un andamento simile emerge dai dati pubblicati da Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea. Secondo Eurostat, nel 2016 il tasso di abbandono scolastico italiano era pari al 13,8 per cento, mentre nel 2022 è arrivato all’11,5 per cento. 

Nel suo ultimo rapporto sull’Italia, pubblicato nel 2025, la Commissione europea ha parlato di una «notevole riduzione dell’abbandono scolastico precoce nell’ultimo decennio», pur con delle forti differenze territoriali, come nel caso delle isole, dove il tasso nel 2024 arrivava al 15 per cento. 

Questo non significa che le politiche del governo Meloni non abbiano avuto alcun effetto, ma che la riduzione dell’abbandono scolastico è un fenomeno in corso da anni, iniziato prima che la leader di Fratelli d’Italia diventasse presidente del Consiglio. I dati disponibili, poi, non permettono da soli di stabilire quale peso abbiano avuto le misure dell’esecutivo: per misurare l’effetto di queste misure servono studi e analisi specifici sul loro impatto, che non si può dedurre dalla sola riduzione dell’abbandono scolastico.

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