Il fact-checking di Meloni su RTL 102.5

Dal salario minimo al Pnrr, abbiamo verificato otto dichiarazioni della presidente del Consiglio, che non sempre è stata precisa
ANSA
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Nella mattinata di mercoledì 6 dicembre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata ospite della trasmissione radiofonica Non Stop News su RTL 102.5. Dal salario minimo alla riforma costituzionale del premierato, passando per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), abbiamo verificato otto dichiarazioni della leader di Fratelli d’Italia, che non l’ha sempre raccontata giusta.

La crescita dei salari

«Negli ultimi dieci anni i salari italiani sono cresciuti meno della media europea» (min. 2:10)

Meloni ha ragione: secondo i dati più aggiornati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), tra il 2012 e il 2022 il valore dei salari in Italia è in media rimasto stabile (-1 per cento), mentre tra i Paesi dell’Unione europea è cresciuto in media del 9 per cento.

La copertura dei contratti collettivi nazionali

«Il 97 per cento dei lavoratori è coperto da un contratto collettivo nazionale» (min. 2:26)

Secondo i dati del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), i contratti collettivi nazionali sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil coprono circa il 97 per cento dei lavoratori dipendenti, la percentuale citata da Meloni in radio.

Gli effetti del salario minimo

«Per paradosso il salario minimo rischia di abbassare il salario di molta gente che oggi si trova con un salario superiore» (min. 3:03)

Qui la presidente del Consiglio prospetta uno scenario che non si è verificato negli altri Paesi dove è stato introdotto per legge un salario minimo. La letteratura scientifica sul salario minimo mostra che questa misura ha il merito di aumentare le retribuzioni di chi guadagna molto poco. Ma non ci sono evidenze che il salario minimo porti a un generale aumento dei salari anche tra i lavoratori non interessati direttamente dalla misura, o a un loro abbassamento.

Il passato del salario minimo

«Oggi Movimento 5 Stelle, PD ci dicono che il salario minimo è “l’unica vera cosa che va fatta in Italia”. In dieci anni che sono stati al governo non gli è mai venuta in mente di farla» (min. 3:54)

Questa dichiarazione di Meloni è fuorviante, anche se è vero che da anni i due partiti propongono di introdurre un salario minimo in Italia. 

Il Movimento 5 Stelle non è stato al governo per «dieci anni», ma da giugno 2018 a ottobre 2022, in tre governi di coalizione: prima con la Lega, poi con il Partito Democratico, Italia Viva e Liberi e Uguali, poi ancora con Forza Italia, Lega, PD e Italia Viva. Il Contratto di governo, siglato con la Lega a supporto del primo governo Conte, riteneva «necessaria l’introduzione di una legge sul salario minimo orario». Anche il programma del secondo governo Conte si era impegnato sullo stesso punto, senza portarlo a termine.  

Negli ultimi dieci anni il PD è stato invece al governo da aprile 2013 a giugno 2018, poi con il secondo governo Conte e con il governo Draghi, facendo sempre parte di governi di coalizione.

La riforma del premierato

«Con la riforma del premierato noi non abbiamo toccato i poteri del presidente della Repubblica» (min. 6:52) 

Quello che dice Meloni non è vero. Il disegno di legge per la riforma costituzionale sul premierato, inteso come l’elezione diretta del presidente del Consiglio, è al momento all’esame della Commissione Affari costituzionali del Senato. Il testo, a differenza di quanto dichiarato dalla leader di Fratelli d’Italia, propone di intervenire sui «poteri del presidente della Repubblica». Se la riforma fosse approvata così come è stata proposta dal governo (il percorso di approvazione è ancora lungo e potrà prevedere un referendum), il capo dello Stato non nominerà più il presidente del Consiglio, non avrà la possibilità di sciogliere una sola delle camere, non potrà incaricare un tecnico di formare un nuovo governo e non potrà più nominare i senatori a vita.

La quarta rata del Pnrr

«Siamo la prima nazione europea a prendere la quarta rata del Pnrr» (min. 10:55)

È vero: il 28 novembre la Commissione europea ha dato il suo via libera preliminare all’erogazione della quarta rata del Pnrr italiano, che ha un valore pari a 16,5 miliardi di euro (per l’erogazione effettiva mancano comunque alcuni passaggi). L’Italia è la prima tra i Paesi europei a raggiungere questo traguardo, ma questo non significa che l’Italia sia il Paese più avanti nell’attuazione del proprio Pnrr. Non tutti gli Stati membri, infatti, hanno concordato l’erogazione dei fondi europei in dieci rate. Se si guarda poi alla percentuale di obiettivi raggiunti, almeno altri tre Paesi sono al nostro livello di attuazione: la Spagna (che ha il secondo piano per valore assoluto), Danimarca e Lussemburgo (che hanno piani più piccoli).

Il peso del Superbonus

«Noi abbiamo per il 2024 13 miliardi di euro in più da pagare per maggiori interessi sul debito e 20 miliardi di crediti del Superbonus» (min. 25:01) 

Il primo numero è leggermente impreciso: secondo le stime della Nadef, la spesa per gli interessi sul debito pubblico aumenterà di circa 11 miliardi di euro tra il 2023 e il 2024. 

Meloni ha invece ragione sul Superbonus: come abbiamo spiegato in un’altra analisi, gli oneri finora maturati per il bonus edilizio saranno ripagati dallo Stato ai cittadini in quattro anni, con rate da 20 miliardi circa ogni anno a partire dal 2024.

I fondi alla sanità

«Sulla sanità abbiamo fatto un aumento del fondo sanitario, che lo porta al massimo storico, mai visto prima» (min. 26:04)

Il disegno di legge di Bilancio per il 2024, ora all’esame del Senato, stanzia per il Sistema sanitario nazionale (Ssn) 3 miliardi di euro in più per il 2024, 4 miliardi per il 2025 e 4,2 miliardi dal 2026 in poi. La gran parte di queste risorse è destinata al rinnovo dei contratti del personale sanitario.

È vero che con questi stanziamenti i fondi per il Ssn raggiungeranno il valore in assoluto più alto mai toccato, ma vanno comunque fatte alcune precisazioni. Per esempio negli scorsi anni altri governi hanno stanziato più risorse anno su anno sulla sanità e, se si tiene conto del forte aumento dell’inflazione, buona parte delle nuove risorse servirà a compensare l’aumento generale dei prezzi. Infine, se si considera il dato in percentuale al Pil, il livello della spesa sanitaria non sarà il più alto di sempre, ma tornerà sui livelli precedenti alla pandemia di Covid-19.

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