Una volta Meloni e Salvini sarebbero stati contrari alla loro stessa legge elettorale

Anni fa si battevano per l’introduzione delle preferenze, che però non sono al momento previste nella proposta di riforma presentata dal centrodestra
ANSA/FABIO FRUSTACI
ANSA/FABIO FRUSTACI
Il 26 febbraio i partiti di centrodestra hanno presentato la loro proposta di riforma della legge elettorale. La legge elettorale ricopre un ruolo centrale in un sistema democratico, perché è l’insieme di regole con cui sono assegnati ai singoli partiti i seggi in Parlamento in base ai voti ricevuti nelle urne. 

La proposta del centrodestra, che inizierà il suo esame alla Camera, prevede un sistema elettorale proporzionale, con un premio di maggioranza per la lista o la coalizione che arriva prima e ha superato il 40 per cento dei voti, e un eventuale ballottaggio. I cittadini però non potranno scegliere direttamente i loro rappresentanti, perché il testo del centrodestra non prevede la possibilità di indicare sulla scheda la preferenza per uno o per l’altro candidato. Ogni partito stilerà invece delle liste di candidati a livello territoriale, che di fatto saranno bloccate, e i candidati saranno eletti nell’ordine della lista. 
Eppure, anni fa tra i leader del centrodestra c’era chi non la pensava così sulle preferenze. Anzi, alcuni erano favorevoli a concedere agli elettori la possibilità di indicare il candidato che volevano mandare in Parlamento, criticando i governi di allora per non aver introdotto questa possibilità nella legge elettorale. 

È questo il caso della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che in passato si è detta più volte favorevole alle preferenze, tanto che nel 2014 Fratelli d’Italia aveva presentato una proposta per introdurre nella legge elettorale la possibilità per gli elettori di esprimere il nome per cui votare. «Ancora una volta parlamentari nominati. Che schifo», aveva poi commentato la stessa Meloni dopo la bocciatura della proposta da parte della Camera. Altri appelli simili sono stati fatti dalla presidente del Consiglio negli anni successivi, così come dal suo stesso partito e da altri esponenti di spicco, come l’attuale presidente del Senato Ignazio La Russa, che aveva definito «vergognoso» il “no” alle preferenze. Il 27 febbraio, il responsabile Organizzazione di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli ha comunque annunciato che il suo partito presenterà un emendamento durante l’esame della nuova proposta di riforma della legge elettorale per introdurre le preferenze.
Oltre a Meloni, in passato anche il segretario della Lega Matteo Salvini aveva chiesto l’introduzione delle preferenze nella legge elettorale. Nel 2014 Salvini aveva criticato la maggioranza che appoggiava all’epoca il governo Renzi, sostenuto dal PD e dal Nuovo centrodestra, per aver bocciato l’emendamento sulle preferenze presentato da Fratelli d’Italia e sostenuto dalla Lega. «Legge elettorale infame, da Corea del Nord. Bocciate le preferenze, alla faccia dei cittadini. La dignità della Lega non è in vendita», aveva scritto all’epoca sui social l’attuale vicepresidente del Consiglio.
Tra gli esponenti della coalizione che sostiene il governo Meloni, in passato anche il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi si era detto a favore delle preferenze. «Daremo battaglia sulle preferenze. La gente vuole scegliere i propri rappresentanti», aveva annunciato a gennaio 2014 Lupi, all’epoca esponente del Nuovo centrodestra e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del governo Letta. In queste ore, dopo la presentazione della nuova proposta di riforma della legge elettorale, lo stesso Lupi ha dichiarato di essere favorevole alla reintroduzione delle preferenze «per restituire ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti», annunciando che Noi Moderati presenterà un emendamento da discutere in Parlamento alla proposta di riforma. 

Negli ultimi anni Forza Italia ha alternato posizioni diverse sulle preferenze. In passato il fondatore del partito Silvio Berlusconi aveva detto in alcune occasioni di essere contrario alle preferenze, ma di recente il segretario del partito Antonio Tajani aveva aperto alla possibilità di introdurle a determinate condizioni.

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