Le opposizioni vogliono il salario minimo dando soldi pubblici alle imprese

I partiti di centrosinistra chiedono di nuovo una retribuzione minima per legge, compensando però i datori di lavoro con risorse dello Stato
Ansa
Ansa
Il 18 maggio, tutti i partiti di opposizione hanno presentato in Commissione Lavoro alla Camera un emendamento al decreto “Lavoro”, con primo firmatario il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. L’emendamento riguarda l’istituzione di un salario minimo all’interno del mercato del lavoro italiano, una proposta che da tempo anima l’opposizione e che, nei tentativi precedenti, è stata affossata dalla maggioranza di governo.

Il testo, proposto da deputati di Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Alleanza Verdi-Sinistra, Azione, Più Europa e Italia Viva, ricalca per lo più la proposta di legge presentata alla Camera a luglio 2023. L’esame della proposta, che prevedeva l’introduzione di un salario minimo pari a 9 euro lordi l’ora, era stato a lungo rinviato e a novembre dello stesso anno la maggioranza di centrodestra ha di fatto riscritto la proposta delle opposizioni, trasformandola in una legge delega. In questo modo, il compito di regolare la questione del salario minimo sarebbe stata affidata al governo. La proposta è stata poi approvata dalla Camera nella nuova versione, non condivisa dai partiti di opposizione, e poi in via definitiva dal Senato. 

In questi giorni le opposizioni sono dunque tornate a proporre di introdurre un salario minimo di 9 euro all’ora con un emendamento al decreto “Lavoro”, quello con cui il governo ha introdotto il cosiddetto “salario giusto”. 

Sebbene ricalchi per lo più la proposta del 2023, nell’emendamento delle opposizioni c’è una novità rispetto al testo iniziale. In breve, oltre al salario minimo, le opposizioni chiedono di istituire un fondo, finanziato con risorse pubbliche, per sostenere le imprese nell’affrontare i maggiori costi derivanti dall’applicazione del salario minimo. Questa novità però presenta diverse incognite, sia su come le risorse sarebbero distribuite ai datori di lavoro, sia rispetto alla sostenibilità del finanziamento.

Il fondo per il salario minimo

Come nella proposta di legge, l’emendamento presentato dalle opposizioni al decreto “Lavoro” prevede l’introduzione di un salario minimo di 9 euro lordi l’ora, includendo mensilità aggiuntive, come tredicesima e quattordicesima, e tutte le altre forme di retribuzione. La principale novità di questo disegno di legge riguarda però il meccanismo che le opposizioni vorrebbero introdurre per risolvere questo problema.

La proposta originale prevedeva un sistema per aiutare le imprese nella transizione verso retribuzioni minime più elevate, ma l’emendamento indica per la prima volta i fondi che dovrebbero essere utilizzati per attuarlo. Pagella Politica ha visionato il testo dell’emendamento, che illustra il funzionamento di questo meccanismo al comma 21: «Al fine di contenere i maggiori costi a carico dei datori di lavoro derivanti dagli incrementi retributivi corrisposti ai prestatori di lavoro», la proposta prevede l’istituzione di un fondo denominato «Fondo per il salario minimo», con una dotazione complessiva pari a 100 milioni di euro per ciascuno degli anni 2026, 2027 e 2028».

Nella proposta del 2023 si parlava già di meccanismi di compensazione per aiutare le imprese ad adeguarsi al salario minimo, ma si rimandava semplicemente alla legge di bilancio del 2024 per reperire le risorse necessarie. Nella nuova proposta, le risorse necessarie arriverebbero da una riduzione del Fondo per interventi strutturali di politica economica. L’emendamento vuole quindi fornire un sostegno economico concreto ai datori di lavoro, ma questo avverrebbe attraverso l’utilizzo di risorse pubbliche. In passato, diversi esponenti dell’opposizione hanno sostenuto che il salario minimo non avrebbe alcun costo per lo Stato, ma il nuovo emendamento dimostra sostanzialmente che non è così, visto che è previsto per l’appunto uno stanziamento di risorse pubbliche.

I dubbi sul funzionamento

L’emendamento non specifica come dovrebbe funzionare esattamente il fondo di compensazione, ma impegna il governo a definire «la modalità di erogazione del beneficio economico» entro trenta giorni dall’approvazione della legge. Il beneficio dovrà essere erogato «progressivamente decrescente e proporzionale agli incrementi retributivi corrisposti ai prestatori di lavoro al fine di adeguare il trattamento economico minimo orario all’importo di 9 euro». Il contributo, dunque, dovrebbe compensare la parte di retribuzione che non arriva a 9 euro l’ora, incentivando la crescita dei salari tramite contributi pubblici.

Lo stanziamento di 100 milioni l’anno per un fondo di compensazione del salario minimo non sembra però una cifra sufficiente a sostenere un salario minimo a 9 euro per tutti. Nel 2023, ISTAT aveva dichiarato che circa 3 milioni di lavoratori guadagnano meno di 9 euro lordi l’ora, anche se il numero esatto è complesso da stimare.

Una proposta difficile da accettare

Al di là dei dubbi legati al fondo, secondo la maggior parte degli economisti, il salario minimo dovrebbe valere circa il 60 per cento del salario mediano. 

I 9 euro l’ora proposti dalle opposizioni sono sopra questa soglia: secondo l’INPS, il salario mediano italiano valeva infatti 12,5 euro l’ora nel 2025, per cui il valore del salario minimo dovrebbe aggirarsi intorno a 7,5 euro lordi l’ora. Non si tratta di una regola insormontabile, ma ci sono ragioni per rispettare quella soglia. Per esempio, imporre un salario minimo troppo elevato e regole rigide sulla sua applicazione potrebbero far aumentare il lavoro in nero.

In ogni caso, è difficile che l’emendamento delle opposizioni per introdurre il salario minimo sia approvato e introdotto nel testo del decreto “Lavoro”. La maggioranza di centrodestra ha sempre espresso una posizione contraria all’introduzione di una soglia di retribuzione fissa per legge. Allo stesso tempo, il governo con il decreto “Lavoro” ha introdotto il “salario giusto”, che è pari alla retribuzione prevista dal più rappresentativo tra i contratti collettivi nazionali di ogni categoria lavorativa. L’applicazione del salario giusto non sarebbe poi obbligatoria, ma solo un requisito per poter accedere a una serie di nuovi incentivi fiscali previsti dal governo Meloni. 
Newsletter

Politica di un certo genere

Ogni martedì
In questa newsletter proviamo a capire perché le questioni di genere sono anche una questione politica. Qui un esempio.

Ultimi articoli