Nel pomeriggio di martedì 28 aprile il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto-legge che introduce alcune misure in materia di occupazione, salario, trasparenza retributiva, lavoro tramite piattaforme digitali e alcune disposizioni previdenziali. Il contenuto del provvedimento è stato poi presentato in una conferenza stampa a cui hanno partecipato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Elvira Calderone.
Il testo del decreto-legge non è ancora stato pubblicato in Gazzetta ufficiale, ma Pagella Politica ne ha potuto prendere visione. Una delle novità principali previste dal provvedimento è l’introduzione di quello che il governo ha chiamato “salario giusto”. Come si legge nel decreto-legge, il salario giusto è un «trattamento economico complessivo adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro prestato», che è definito dai «contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». I contratti collettivi nazionali di lavoro, detti anche CCNL, sono accordi firmati a livello nazionale tra i sindacati dei lavoratori e le associazioni dei datori di lavoro, e stabiliscono regole fondamentali per ciascun settore economico: orari, mansioni, livelli di inquadramento, retribuzioni minime, scatti di anzianità, indennità e così via. Sono contratti validi per una determinata categoria di lavoratori e vanno periodicamente rinnovati per garantire che le tutele restino adeguate al costo della vita e all’inflazione.
In altre parole, il nuovo decreto-legge del governo indica con il nome di salario giusto la paga stabilita dai CCNL firmati dalle organizzazioni dei lavoratori più rappresentative per ciascun settore. Così facendo, i contratti nazionali meno rappresentativi non potranno prevedere trattamenti economici inferiori a quelli dei contratti leader del settore. I settori non coperti da contrattazione collettiva invece dovranno fare applicare il contratto più affine all’attività svolta. Il salario giusto dunque non va confuso con il salario minimo, ossia l’introduzione di una nuova soglia di retribuzione sotto la quale un datore di lavoro non può andare per legge.
Secondo il più recente rapporto annuale “Mercato del lavoro e contrattazione”, pubblicato a marzo 2026, al 31 dicembre 2025 i contratti collettivi nazionali in Italia erano 865 (pag. 108): di questi quelli sottoscritti da CGIL, CISL e UIL sono 160 (il 18,5 per cento), mentre quelli firmati da altre associazioni di categoria sono 705 (81,5 per cento). Nonostante rappresentino una minoranza in termini numerici, i 160 contratti siglati da CGIL, CISL e UIL coprono il 96,8 per cento dei lavoratori di cui è possibile conoscere il contratto collettivo nazionale di categoria applicato. In molti casi, la paga stabilita da questi contratti rappresenterà il salario giusto.
Per vigilare la corretta applicazione del salario giusto, il decreto-legge prevede una serie di misure di trasparenza e monitoraggio: sul Sistema Informativo per l’inclusione sociale e lavorativa (SIISL) – la piattaforma che incrocia domande e offerte di lavoro del Ministero del Lavoro – le offerte dovranno indicare il contratto collettivo applicato e la retribuzione collegata a qualifica e livello. Diversi enti, tra cui l’INPS e l’ISTAT, dovranno collaborare alla raccolta di dati retributivi disaggregati per genere, età, disabilità, settore e dimensione d’impresa, e il CNEL dovrà elaborare almeno annualmente un Rapporto nazionale sulle retribuzioni e istituire un archivio dei contratti collettivi aziendali e territoriali.
Il testo del decreto-legge non è ancora stato pubblicato in Gazzetta ufficiale, ma Pagella Politica ne ha potuto prendere visione. Una delle novità principali previste dal provvedimento è l’introduzione di quello che il governo ha chiamato “salario giusto”. Come si legge nel decreto-legge, il salario giusto è un «trattamento economico complessivo adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro prestato», che è definito dai «contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». I contratti collettivi nazionali di lavoro, detti anche CCNL, sono accordi firmati a livello nazionale tra i sindacati dei lavoratori e le associazioni dei datori di lavoro, e stabiliscono regole fondamentali per ciascun settore economico: orari, mansioni, livelli di inquadramento, retribuzioni minime, scatti di anzianità, indennità e così via. Sono contratti validi per una determinata categoria di lavoratori e vanno periodicamente rinnovati per garantire che le tutele restino adeguate al costo della vita e all’inflazione.
In altre parole, il nuovo decreto-legge del governo indica con il nome di salario giusto la paga stabilita dai CCNL firmati dalle organizzazioni dei lavoratori più rappresentative per ciascun settore. Così facendo, i contratti nazionali meno rappresentativi non potranno prevedere trattamenti economici inferiori a quelli dei contratti leader del settore. I settori non coperti da contrattazione collettiva invece dovranno fare applicare il contratto più affine all’attività svolta. Il salario giusto dunque non va confuso con il salario minimo, ossia l’introduzione di una nuova soglia di retribuzione sotto la quale un datore di lavoro non può andare per legge.
Secondo il più recente rapporto annuale “Mercato del lavoro e contrattazione”, pubblicato a marzo 2026, al 31 dicembre 2025 i contratti collettivi nazionali in Italia erano 865 (pag. 108): di questi quelli sottoscritti da CGIL, CISL e UIL sono 160 (il 18,5 per cento), mentre quelli firmati da altre associazioni di categoria sono 705 (81,5 per cento). Nonostante rappresentino una minoranza in termini numerici, i 160 contratti siglati da CGIL, CISL e UIL coprono il 96,8 per cento dei lavoratori di cui è possibile conoscere il contratto collettivo nazionale di categoria applicato. In molti casi, la paga stabilita da questi contratti rappresenterà il salario giusto.
Per vigilare la corretta applicazione del salario giusto, il decreto-legge prevede una serie di misure di trasparenza e monitoraggio: sul Sistema Informativo per l’inclusione sociale e lavorativa (SIISL) – la piattaforma che incrocia domande e offerte di lavoro del Ministero del Lavoro – le offerte dovranno indicare il contratto collettivo applicato e la retribuzione collegata a qualifica e livello. Diversi enti, tra cui l’INPS e l’ISTAT, dovranno collaborare alla raccolta di dati retributivi disaggregati per genere, età, disabilità, settore e dimensione d’impresa, e il CNEL dovrà elaborare almeno annualmente un Rapporto nazionale sulle retribuzioni e istituire un archivio dei contratti collettivi aziendali e territoriali.