Il question time di Meloni in Senato alla prova del fact-checking

Dal PNRR al nuovo Piano Casa, abbiamo verificato dieci dichiarazioni della presidente del Consiglio, che in diversi casi è stata imprecisa 
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Il 13 maggio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha partecipato a un question time in Senato, in cui ha risposto alle domande di un senatore per ogni gruppo parlamentare. 

Nel corso del question time sono stati affrontati argomenti diversi, dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) all’andamento dei salari, dalla crescita nel Mezzogiorno al nuovo Piano Casa. Abbiamo verificato dieci dichiarazioni della presidente del Consiglio, che in diversi casi è stata imprecisa.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza

Meloni: «Sul PNRR ad oggi l’Italia ha incassato 153 miliardi e sarà liquidata la nona rata nelle prossime settimane. Al 31 marzo 2026 la spesa certificata ammonta a 117 miliardi, pari al 76 per cento del totale, a cui si aggiungono 24 miliardi di strumenti finanziari. Direi che abbiamo fatto un buon lavoro»

Qui Meloni non la racconta tutta. Secondo il più recente Monitoraggio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, alla fine di marzo 2026 la Commissione europea aveva erogato all’Italia nel complesso circa 153,2 dei 194,4 miliardi di totali di fondi previsti dal PNRR, come correttamente riportato da Meloni. Sempre secondo il monitoraggio, di questi oltre 150 miliardi assegnati, la spesa effettiva di queste risorse da parte dell’Italia nei vari progetti del piano è stata pari a 113,5 miliardi di euro, un dato leggermente più basso rispetto a quello citato dalla presidente del Consiglio. Le risorse spese ammontano a circa il 74 per cento di quelle ricevute, mentre la percentuale scende al 58,4 per cento se si rapportano al totale dei fondi previsti dal piano. 

Gli strumenti finanziari includono bandi, sovvenzioni a fondo perduto, finanziamenti agevolati e strumenti di garanzia legati al PNRR, gestiti principalmente tramite Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e altre amministrazioni centrali. Secondo l’ultimo monitoraggio sul PNRR, 23,8 miliardi di euro del PNRR sono stati effettivamente destinati a strumenti finanziari o misure simili. Però questi non vanno presentati come una normale spesa già realizzata, come ha suggerito Meloni: per queste misure l’obiettivo può consistere nell’assunzione di impegni giuridicamente vincolanti entro il 2026, mentre il completamento può avvenire oltre il 2026. Nello stesso dossier di monitoraggio si legge che l’avanzamento effettivo della spesa di questi strumenti è pari finora a circa 1,6 miliardi di euro.

Guardare in generale alle risorse spese su scala nazionale non è comunque un indicatore completo di come stia andando veramente il PNRR: bisogna guardare anche la distribuzione e la spesa a livello territoriale. Come abbiamo spiegato in un altro approfondimento, finora dal piano hanno beneficiato soprattutto le regioni del Nord, sebbene le risorse stanziate fossero concentrate in modo più che proporzionale nel Centro-Sud.

I salari e l’inflazione

Meloni: «Noi abbiamo sentito anche ora (..) dal senatore Renzi che in Italia i salari hanno perso 7 punti dal 2021. Solo che chi lo sostiene è lo stesso che governava tra il 2021 e il 2022 quando l’inflazione è esplosa, i salari reali hanno perso oltre 8 punti e mezzo, cioè quando questo calo si è accumulato»

È vero, come ha sostenuto il leader di Italia Viva durante il question time, che tra il primo trimestre del 2021 e il quarto del 2025 le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8 per cento, considerando l’effetto dell’inflazione. Questo dato è stato fornito lo scorso 28 aprile durante l’esame parlamentare del Documento di finanza pubblica (DFP) dal presidente dell’ISTAT Francesco Maria Chelli. Allo stesso tempo è vero quello che ha aggiunto la presidente del Consiglio. Tra gennaio 2021 e settembre 2022, nel periodo in cui Italia Viva sosteneva il governo di Mario Draghi, l’inflazione è passata da un +0,7 a un +9,4 per cento, per poi scendere lentamente dopo l’insediamento del governo Meloni.

Per quanto riguarda i salari, secondo ISTAT, nel 2021 l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è cresciuto dello 0,6 per cento rispetto all’anno precedente, mentre nello stesso anno l’indice dei prezzi al consumo (IPCA), che misura l’andamento dell’inflazione, è aumentato dell’1,9 per cento. In pratica, nel 2021 i salari sono scesi rispetto all’anno precedente circa 1,3 punti percentuali. Nel 2022, l’indice delle retribuzioni orarie è cresciuto invece dell’1,1 per cento, mentre l’IPCA è aumentato dell’8,7 per cento, con un divario di 7,6 punti percentuali, il valore più alto dal 2001. Sommando il divario del 2021 e quello del 2022 si arriva a una riduzione dei salari reali di circa 8,9 punti percentuali, in linea con quanto dichiarato da Meloni. 

Tuttavia, è bene fare una precisazione: come abbiamo spiegato in altre occasioni, l’andamento dei prezzi (così come quello dei salari reali), non dipendono unicamente dalle scelte di un governo o di un altro ma sono stati influenzati in questi anni da molteplici fattori, tra cui la crisi post-pandemica e le ricadute dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente.
Meloni: «I salari hanno ripreso gradualmente a crescere più dell’inflazione. Significa che, seppure lentamente, le famiglie stanno recuperando parte del potere d’acquisto degli anni precedenti»

Secondo i dati più recenti di ISTAT sulle retribuzioni pubblicati lo scorso 29 gennaio, nel 2025 l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è cresciuto del 3,1 per cento, mentre l’inflazione misurata con l’IPCA si è fermata al +1,7 per cento. Secondo l’istituto di statistica nazionale, si tratta solo di un recupero parziale del potere d’acquisto rispetto all’inflazione accumulata tra il 2021 e il 2023. Nel primo trimestre 2026 la retribuzione oraria media è aumentata del 2,6 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025 e Istat ha scritto che la crescita resta «ancora superiore all’inflazione».

ISTAT ha stimato che nel 2025 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,4 per cento rispetto all’anno precedente e il loro potere d’acquisto dello 0,9 per cento. Dunque si può dire che le famiglie abbiano recuperato una parte del potere d’acquisto perso negli anni precedenti, ma non tutto.

Salario giusto e lavoro

Meloni: «Nell’ultimo decreto lavoro abbiamo stabilito che possono accedere agli incentivi pubblici per le assunzioni solamente quelle imprese che applicano un salario giusto, dove per salario giusto si intende il trattamento economico complessivo sancito dai contratti collettivi nazionali che vengono stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative»

La ricostruzione di Meloni è corretta. Lo scorso 28 aprile il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto-legge che introduce alcune misure in materia di occupazione, salario, trasparenza retributiva, lavoro tramite piattaforme digitali e alcune disposizioni previdenziali. Una delle novità principali previste dal provvedimento è l’introduzione di quello che il governo ha chiamato “salario giusto”.

Come si legge nel decreto-legge, il “salario giusto” è un «trattamento economico complessivo adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro prestato», che è definito dai «contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». In base al decreto-legge, solo le aziende che applicheranno il “salario giusto” potranno accedere a una serie di bonus che il governo Meloni ha deciso di introdurre con questo testo. Il salario giusto non equivale comunque al salario minimo, tanto che le aziende sono vincolate ad adottarlo solo nel caso vogliano beneficiare degli incentivi.
Meloni: «È sotto questo governo che i precari sono diminuiti di 550 mila unità rispetto ai governi precedenti, è sotto questo governo che gli occupati stabili sono aumentati di 1,2 milioni in tre anni e mezzo»

Già in altre occasioni la presidente del Consiglio ha rivendicato questo risultato. Secondo ISTAT, a ottobre 2022, quando il governo Meloni si è insediato, gli occupati con un contratto di lavoro a tempo indeterminato erano circa 15,3 milioni, mentre a marzo di quest’anno erano 16,4 milioni, ossia circa 1,1 milioni in più. Nello stesso periodo di tempo sono diminuiti i lavoratori con un contratto a termine, che sono passati da 2,9 milioni a 2,4 milioni, ossia circa 500 mila in meno.

La crescita del Mezzogiorno

Meloni: «In questi anni il Prodotto interno lordo del Mezzogiorno è cresciuto più di quello della media nazionale, l’occupazione al Sud è cresciuta più di quanto crescesse a livello nazionale, mezzo milione di persone al Sud hanno trovato un lavoro in questi tre anni e mezzo»

Qui la presidente del Consiglio traccia un quadro troppo ottimista. Probabilmente, Meloni ha fatto riferimento all’ultimo Rapporto Svimez sull’economia e la società del Mezzogiorno. Svimez è l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che fa ricerca sulle condizioni economiche delle regioni meridionali. Secondo l’ultimo Rapporto Svimez, pubblicato a novembre 2025, tra il 2021 e il 2024 il PIL del Mezzogiorno è cresciuto dell’8,5 per cento rispetto ai tre anni precedenti, contro una crescita media nazionale del 6,3 per cento. Anche il dato sull’occupazione citato da Meloni è corretto: tra il 2021 e il 2024 nel Mezzogiorno gli occupati sono aumentati di quasi 500 mila unità, pari a un aumento dell’8 per cento rispetto ai tre anni precedenti, mentre la crescita a livello nazionale è stata intorno al 6 per cento.

Svimez non traccia però un quadro del tutto positivo della situazione economica nel Mezzogiorno. Nel comunicato stampa pubblicato con il rapporto si legge infatti che «nonostante il boom occupazionale, il Mezzogiorno non trattiene i giovani». Infatti, secondo l’associazione, «nell’ultimo triennio 135 mila giovani hanno lasciato l’Italia e 175 mila hanno lasciato il Sud per il Nord e l’estero. Un paradosso evidente: più lavoro ma non migliori condizioni di vita, né opportunità professionali adeguate alle competenze». In più, «dal 2021 al 2025 i salari reali italiani hanno perso potere d’acquisto, con una caduta più forte nel Sud: -10,2 per cento contro -8,2 per cento nel Centro-Nord».

Il Piano Casa

Meloni: «Con il Piano Casa noi sostanzialmente mettiamo a disposizione fino a 10 miliardi di euro per oltre 100 mila alloggi in 10 anni. Comprende sia la quota pubblica con la quale ci diamo l’obiettivo di recuperare circa 60 mila case popolari che oggi non sono assegnabili, quindi case che ci sono ma dei quali i cittadini non possono beneficiare; sia le case a prezzi calmierati, che saranno invece realizzate grazie a investimenti privati»

Con “Piano Casa” Meloni si riferisce a un decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 30 aprile, che ha l’obiettivo di aumentare l’offerta di case a prezzi accessibili, favorire la realizzazione di interventi di edilizia residenziale pubblica, recuperare alloggi del patrimonio immobiliare pubblico non redditizi.

Del piano si parla da tempo: la presidente del Consiglio lo aveva annunciato già ad agosto 2025 ma, dopo quell’annuncio, per mesi il tema non ha avuto sviluppi significativi, almeno fino alle scorse settimane.

Alcuni dei dati citati da Meloni durante il question time, però, non compaiono nel testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio 2026. Ad esempio, non c’è traccia dei «100 mila alloggi in dieci anni», né dei «10 miliardi di euro». Come abbiamo spiegato in un altro articolo, nel testo del Piano Casa, l’unico stanziamento indicato in modo puntuale è quello da 970 milioni di euro tra il 2026 e il 2030 per il recupero degli alloggi pubblici e sociali. Potranno poi aggiungersi altri fondi, ma non sono automatici: dipenderanno da decisioni successive, dall’assegnazione di risorse già esistenti e dalla partecipazione delle amministrazioni locali e degli altri soggetti coinvolti. Non è chiara anche la questione dei tempi e dei risultati attesi perché molti passaggi che definiranno quali progetti saranno finanziati, dove, con quali criteri e con quali tempi devono ancora essere chiariti.

Insomma, il Piano Casa fissa un obiettivo, cioè quello di aumentare l’offerta di alloggi a prezzi calmierati cercando di contrastare il caro-affitti, ma non è ancora possibile stabilire se effettivamente avrà gli effetti auspicati da Meloni.

La riforma di Roma Capitale

Meloni: «La riforma di Roma Capitale, che mi pareva stessimo insieme portando avanti, ma poi il Partito Democratico ha deciso che non gli interessa di avere il riconoscimento di Roma Capitale in Costituzione e si è sfilato»

Il riferimento di Meloni è al disegno di legge di riforma costituzionale per dare più poteri a Roma Capitale, approvato in prima lettura alla Camera il 29 aprile. Il provvedimento ha l’obiettivo di modificare l’articolo 114 della Costituzione, che disciplina gli enti che compongono la Repubblica. Con l’approvazione definitiva, Roma avrebbe il potere di approvare leggi sulle “materie di competenza concorrente”, cioè gli ambiti su cui lo Stato fissa i principi fondamentali, e le Regioni emanano le norme attuative. Rientrano in questa categoria il trasporto pubblico locale, la polizia amministrativa locale, i servizi sociali, le politiche abitative e l’organizzazione di Roma Capitale.

Durante il voto del 29 aprile, il centrodestra ha votato a favore, insieme ad Azione; Partito Democratico e Italia Viva si sono astenuti, mentre Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno votato contro. L’astensione del PD ha aperto uno scontro politico perché Meloni, subito dopo l’approvazione, ha accusato il partito guidato da Elly Schlein di essersi tirato indietro su una riforma che, secondo la presidente del Consiglio, era stata costruita anche tenendo conto delle richieste del Comune di Roma, amministrato dal sindaco del PD Roberto Gualtieri. 

Meloni, quindi, ha ragione quando dice che il PD si è sfilato. Ma le motivazioni dell’astensione sembrano essere diverse da quelle citate dalla presidente del Consiglio. Il PD, infatti, ha respinto le accuse di Meloni, sostenendo di non essere contrario all’obiettivo della riforma, ma di non essere d’accordo sulle modalità con cui il governo ha deciso di portarla avanti. Secondo il partito guidato da Schlein, infatti, la modifica costituzionale indica la direzione intrapresa, ma servirà poi una legge ordinaria per rendere effettivi i nuovi poteri di Roma, stabilendo quali competenze assumerà la Capitale, quali risorse riceverà e come saranno regolati i rapporti con gli altri enti coinvolti. La richiesta del PD è che il percorso costituzionale della riforma proceda insieme a quello della legge ordinaria.

In qualunque caso, anche se il Partito Democratico avesse votato a favore, il percorso di approvazione sarebbe rimasto lungo, il voto del 29 aprile infatti è solo il primo dei quattro passaggi parlamentari necessari per approvare il testo. Dato che si tratta di un disegno di legge di riforma costituzionale, infatti, il provvedimento dovrà essere esaminato dal Senato, poi tornare alla Camera per la seconda votazione e infine essere votato di nuovo dal Senato. Tra la prima e la seconda deliberazione di ciascuna camera dovranno passare almeno tre mesi e se nella seconda votazione entrambe le camere approveranno il testo a maggioranza dei due terzi dei componenti, la proposta di riforma sarà definitivamente approvata. Se, invece, nella seconda votazione si raggiungerà solo la maggioranza assoluta, la riforma costituzionale potrà essere sottoposta a referendum popolare per confermarla.

Tasse e pressione fiscale

Meloni: «Questo governo non ha aumentato le tasse, questo governo ha diminuito le tasse. E allora come è possibile che aumenti la pressione fiscale? È possibilissimo perché la pressione fiscale (…) misura il rapporto tra le entrate dello Stato e il Prodotto interno lordo, ma le entrate dello Stato non aumentano solo se aumentano le aliquote delle tasse per capirci, le entrate fiscali aumentano anche ad esempio quando c’è più gente che paga le tasse perché ha trovato un posto di lavoro»

Questa argomentazione è stata avanzata più volte da Meloni nei mesi passati. Prima di tutto, per pressione fiscale si intende il rapporto tra l’ammontare delle imposte e dei contributi versati allo Stato da cittadini e imprese, e il Prodotto interno lordo (PIL). Il dato sulla pressione fiscale è utile perché indica quanto pesa il fisco sull’economia nel suo complesso; da solo, però, non permette di capire se un governo abbia aumentato o diminuito specifiche tasse.

Su un punto Meloni ha ragione: l’aumento della pressione fiscale – che è passata dal 42,4 per cento del PIL nel 2024 al 43,1 per cento del PIL nel 2025 – non significa automaticamente che il governo abbia aumentato singole imposte. Le entrate dello Stato possono crescere anche per altri motivi, ad esempio perché aumenta l’occupazione, perché crescono i redditi o perché lo Stato recupera più risorse dalla lotta all’evasione. Se una persona trova lavoro, percepisce uno stipendio e su quel reddito paga le imposte, e questo fa aumentare le entrate fiscali. Ma questo ragionamento, da solo, non basta a spiegare l’aumento della pressione fiscale.

La pressione fiscale non misura infatti le entrate dello Stato in valore assoluto, ma il loro peso rispetto al Prodotto interno lordo. Lo ricordiamo, il PIL rappresenta il valore della ricchezza prodotta da un Paese in un determinato periodo. Quando una persona trova lavoro, non aumentano solo le entrate fiscali, aumenta anche il PIL, perché quel nuovo reddito contribuisce alla ricchezza prodotta dal Paese. Se le entrate fiscali e il PIL crescono nella stessa proporzione, la pressione fiscale resta invariata. La pressione fiscale aumenta solo quando imposte e contributi crescono più del PIL.

In altre parole, il fatto che più persone lavorino può far aumentare il gettito fiscale, ma non comporta automaticamente un aumento della pressione fiscale. Perché la pressione fiscale salga, le entrate fiscali devono crescere più della ricchezza prodotta dall’economia. Questo può accadere anche senza un aumento generalizzato delle tasse, per esempio se aumenta il peso di alcune imposte o se cambiano le agevolazioni fiscali.

Insomma, è corretto dire che un aumento della pressione fiscale non dimostra, da solo, che il governo abbia aumentato determinate tasse. Non è però corretto presentare l’aumento della pressione fiscale solo come l’effetto positivo di una maggiore occupazione: se la pressione fiscale aumenta, significa che le imposte sono cresciute più del PIL.

Lotta all’evasione

Meloni: «Questo governo negli ultimi tre anni sulla lotta all’evasione ha recuperato circa 100 miliardi di euro in tre anni»

Il numero citato da Meloni è sostanzialmente corretto, ma bisogna fare alcune precisazioni. Il 25 marzo 2026 l’Agenzia delle entrate, l’ente che si occupa della riscossione delle imposte, ha pubblicato i dati aggiornati sui risultati del contrasto all’evasione fiscale nel 2025. Secondo l’Agenzia, da quando è in carica il governo Meloni sono stati recuperati 101 miliardi, quindi una somma molto vicina a quella citata dalla presidente del Consiglio. È necessario però sottolineare che il recupero dell’evasione fiscale è in crescita da almeno un decennio, con un rallentamento solo nel 2020 a causa della pandemia da Covid-19. Come avevamo raccontato in un altro fact-checking, questo è dimostrato anche dal fatto che l’aumento del recupero è stato accompagnato da una riduzione dell’evasione stessa, come certificano le stime del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Si potrebbe sostenere che le politiche del governo Meloni abbiano garantito il mantenimento di questa tendenza positiva. Per capire meglio se è effettivamente così è necessario analizzare i dati dell’Agenzia delle entrate. Prima di tutto bisogna prendere in considerazione da dove arriva la maggior parte della riscossione degli ultimi tre anni. In altre parole, il contrasto all’evasione deriva da più controlli ordinari o da misure straordinarie adottate dal governo?

Sommando i dati del 2023, 2024 e 2025 si ottiene che 68,5 miliardi di euro sono stati recuperati grazie ad attività ordinarie di controllo, un dato in aumento rispetto agli anni precedenti. Questa crescita dipende soprattutto dai versamenti volontari, con circa 40 miliardi versati direttamente dai contribuenti dopo aver ricevuto un atto dell’Agenzia delle entrate. A questa cifra si aggiungono poi circa 16,5 miliardi incassati a seguito di una cartella, e 12 miliardi per le attività di promozione della compliance, cioè l’adeguamento dei contribuenti a pagare le imposte dovute. Questi pagamenti si inseriscono in una strategia avviata prima del governo Meloni, che permette ai contribuenti in ritardo con i pagamenti di regolarizzare la propria posizione prima che arrivi una cartella esattoriale.

Secondo i dati dell’Agenzia delle entrate, la cifra recuperata grazie a misure straordinarie messe in campo direttamente dal governo Meloni rappresenta una quota minoritaria della riscossione totale: 11,5 miliardi tra il 2023 e il 2025.

Infine, bisogna considerare che i risultati vantati da Meloni non tengono conto della variazione del valore del denaro recuperato nel tempo. Nel grafico è presente il dato sul recupero dell’evasione in termini reali, cioè eliminando l’effetto della crescita dei prezzi. Osservando i dati emerge che c’è effettivamente stata una crescita, ma i risultati dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni vengono in parte ridimensionati.

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