Le risorse del PNRR stanno favorendo le regioni del Nord

Se a livello nazionale l’Italia ha raggiunto più del 60 per cento degli obiettivi, a livello locale la spesa delle risorse va a rilento, con notevoli squilibri territoriali
Ansa
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Il 13 aprile la Camera e il Senato hanno pubblicato un nuovo aggiornamento del Monitoraggio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), un documento in cui si riassume lo stato di attuazione del piano. I finanziamenti previsti dal PNRR scadranno il 30 giugno 2026, con la rendicontazione e il pagamento delle ultime risorse alla fine di quest’anno. Nonostante la scadenza sia molto vicina, però, non tutti i progetti sono stati completati e, in alcuni casi, si rischia di non riuscire a portarne a termine buona parte.

Gli ultimi dati a livello nazionale, aggiornati al 4 marzo 2026, mostrano un quadro incoraggiante: gli obiettivi e i traguardi raggiunti dal piano sono il 63,7 per cento, al di sopra della media dell’Unione europea (51,8 per cento). Il buon risultato a livello nazionale, però, nasconde un ritardo importante tra le regioni, con notevoli disparità tra una e l’altra. E le risorse stanziate sembrano aver finora beneficiato soprattutto le regioni del Nord.

Gli scarsi risultati a livello regionale

La regione che ha finora raggiunto il maggior numero di obiettivi è il Trentino-Alto Adige, che è anche una regione a statuto speciale, con il 34,2 per cento di progetti conclusi. In ogni caso, nessuna delle 20 regioni italiane ha raggiunto almeno la metà dei traguardi e degli obiettivi previsti. Quindi, nonostante quasi due terzi del PNRR siano stati completati, l’utilizzo delle risorse a livello locale non è stato altrettanto efficiente. In media, infatti, le regioni hanno speso solo il 19,2 per cento dei 167 miliardi distribuiti.
La ragione non è legata tanto a una maggiore capacità del governo Meloni rispetto alle singole regioni, dato che pure il precedente governo guidato da Mario Draghi era stato rapido nel portare a termine le prime tappe del piano. Piuttosto, ad ampliare il divario sul completamento del piano tra regioni e Stato centrale è il tipo di azioni da svolgere. Diversi dei provvedimenti necessari a livello nazionale riguardano l’approvazione di leggi o il disegno di riforme strutturali, mentre l’attuazione – la famosa “messa a terra” del Piano – è in mano soprattutto agli enti locali, come regioni e comuni. In molti casi, i fondi sono stati stanziati a livello nazionale e destinati a progetti del PNRR, ma poi non sono stati completati a livello locale.

Dall’analisi sembra essere accaduto quello che molti temevano: l’apparato amministrativo italiano non è riuscito a portare a termine un piano così esteso e complesso in un periodo di tempo limitato (circa cinque anni, tra la fine del 2020 e metà 2026). C’entra il nostro sistema burocratico, ma anche la preparazione del personale, di cui avevamo parlato in Conti in tasca, la newsletter sull’economia di Pagella Politica. I dipendenti pubblici sono anziani (quasi un quinto ha più di sessant’anni) e spesso non hanno le competenze necessarie a gestire bandi complessi come quelli europei. Di fatto, sembra che l’attuazione del PNRR abbia comportato gli stessi problemi che si riscontrano nella gestione dei fondi strutturali europei: in molti casi, non sappiamo come spenderli. Non è un caso che, alla fine dello scorso ciclo del bilancio europeo (2014-2020), l’Italia abbia speso solo il 30 per cento dei fondi cui avrebbe dovuto accedere.
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Chi ha più bisogno spende peggio

Il problema al momento riguarda soprattutto le regioni in cui l’applicazione del PNRR avrebbe potuto avere un maggiore impatto. 

Un po’ come accade per i fondi europei, anche l’attuazione del piano è stata finora più complessa nelle regioni del Sud, che sono anche quelle cui si sono dedicate più risorse in termini proporzionali. A queste si aggiunge la Liguria, ormai in declino da decenni, che ha ricevuto una quota importante di fondi (3.723 euro stanziati per abitante, contro una media nazionale di 2.833 euro), ma che è molto indietro nell’attuazione: solo l’8 per cento degli obiettivi e dei traguardi raggiunti.
Lo stanziamento eterogeneo delle risorse avrebbe dovuto favorire la convergenza, ossia l’avvicinamento delle economie del Sud a quelle del Nord Italia. Alla fine, però, il rischio è quello di aumentare ancora di più la distanza. Se si mettono insieme i dati sul completamento degli obiettivi del PNRR e sulla quantità di risorse assegnate per abitante, si nota come alla fine il piano abbia beneficiato soprattutto le regioni del Nord, nonostante le risorse stanziate fossero concentrate in modo più che proporzionale nel Centro-Sud.

Abbiamo davvero speso le risorse del PNRR?

Fin dalla sua ideazione, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza aveva sollevato dei dubbi sulla sua possibile attuazione. Le moltissime risorse, quasi 200 miliardi di euro, si sarebbero dovute spendere nel giro di cinque anni, in un Paese in cui in passato si era già fatta molta fatica a raggiungere gli standard europei.

Gli ultimi dati disponibili sembrano almeno in parte confermare questi timori, dato che le istituzioni centrali, come il governo e il Parlamento, sono riuscite a gettare le basi per nuovi progetti e investimenti nel Paese, ma queste opportunità non sono state colte a sufficienza dagli enti locali. La ragione è probabilmente la scarsa preparazione degli uffici tecnici di comuni e regioni, che spesso si trovano ad affrontare bandi e scadenze molto complessi senza avere le risorse e le competenze necessarie. Nelle regioni più abituate a gestire i fondi europei, spesso quelle del Nord o in cui si trovano grandi città, si è riuscito a fare un po’ di più, raggiungendo maggiori tassi di completamento degli obiettivi. In generale, però, una mancata accelerazione nelle prossime settimane non sarebbe una buona notizia per il progetto Next generation EU, che ha finanziato i PNRR dei vari paesi europei.

Come ricorda Openpolis, dovrebbe essere possibile rimandare almeno una parte delle scadenze, per esempio dividendo i progetti in “lotti” e limitandosi a finanziarne una parte con il PNRR e un’altra (quella completata dopo il 30 giugno) con altri fondi. In ogni caso, almeno una parte di queste risorse andrebbe persa definitivamente.

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