Laura Castelli

Debito «perpetuo» e «a tasso zero»: è davvero possibile?

«I “perpetui” sarebbero titoli di debito emessi senza scadenza e a tasso zero»

Pubblicato: 23 apr 2020
Data origine: 21 apr 2020
Macroarea economia

Il 21 aprile, ospite a SkyTg24, la sottosegretaria all’Economia Laura Castelli (M5s) ha commentato il dibattito in corso sulle «soluzioni straordinarie» da adottare per affrontare la crisi economica causata dal nuovo coronavirus, parlando di «debito perpetuo».

Su Facebook, riproponendo il video della sua intervista, Castelli ha poi scritto che «i “perpetui” sarebbero titoli di debito emessi senza scadenza e a tasso zero».

La sottosegretaria, come vedremo meglio, fa riferimento a una recente proposta della Spagna per raccogliere risorse a livello europeo, da distribuire ai Paesi in crisi.

Ma è vero che sarebbe possibile emettere obbligazioni senza una data di scadenza, e con zero tassi di interesse? Abbiamo verificato e Castelli semplifica troppo.

Breve ripasso sui titoli di debito

Prima di addentrarci nella spiegazione sui titoli di debito “perpetui”, facciamo un breve ripasso sui titoli di debito, per così dire, “normali” – quelli di cui sentiamo parlare molto più di frequente – partendo da un caso concreto.

Prendiamo l’esempio del nostro Paese. Ogni anno lo Stato italiano spende di più di quanto incassa, soprattutto a causa dell’alto costo del nostro debito pubblico (se non si contano gli interessi sul debito, infatti, in 26 degli ultimi 30 anni il nostro Paese ha avuto più entrate che uscite).

Per ripagare gli interessi sul debito contratti negli anni passati, o per finanziare nuove spese in deficit – come per esempio il reddito di cittadinanza o quota 100 – lo Stato italiano periodicamente emette dei titoli di debito pubblico, con cui chiede soldi agli investitori, promettendo loro di restituirglieli entro una certa data con degli interessi (questi, semplificando, cambiano a seconda dello stato di salute dell’economia di un Paese).

Data di scadenza prefissata e interessi sono dunque due delle caratteristiche principali per come vengono comunemente intesi i titoli di Stato.

In Italia, tra i più noti ci sono i Buoni del tesoro poliennali (o Btp). Questi titoli hanno scadenze diverse, che possono andare dai tre fino a decine di anni, e sono caratterizzati da cedole fisse semestrali (anch’esse espresse in termini di tassi di interesse, quindi in percentuali sul valore del titolo).

Che cosa significa? Che a differenza di altri titoli di stato (come i Buoni ordinari del tesoro, o Bot, che hanno una scadenza inferiore ai 12 mesi), garantiscono a chi li ha comprati una percentuale fissa che viene versata ogni sei mesi. C’è poi la remunerazione che si può ottenere per esempio se si è comprato il titolo ad un prezzo minore rispetto a quello a cui verrà rimborsato.

L’elemento della percentuale fissa delle cedole, come vedremo tra poco, è molto importante nel dibattito in questione.

Che cosa sono i titoli “perpetui” di debito

Veniamo ora alla questione centrale: è possibile immaginarsi un titolo di debito che a differenza di quello appena visto sia «senza scadenza» e a «tasso zero», come sostiene Castelli?

A prima vista, questa proposta sembra essere stata avanzata dalla Spagna, a poche ore dal Consiglio europeo del 23 aprile, che ha all’ordine del giorno l’obiettivo di stabilire quali strumenti economici usare per fare fronte all’emergenza coronavirus.

In parole semplici: la Spagna ha proposto di creare un fondo (l’Economic recovery fund) – con un valore compreso tra mille miliardi di euro e 1.500 miliardi – finanziato con l’emissione di titoli di «debito perenne» (o «perpetuo») da parte dell’Unione europea. Le risorse raccolte sarebbero poi distribuite ai Paesi colpiti dall’emergenza coronavirus, in rapporto alla grandezza dei danni subiti, senza la necessità che vengano poi restituiti.

Qui però sorgono alcuni problemi.

Innanzitutto, sottolineiamo che si tratta di una proposta e non è ancora chiaro nello specifico (un po’ come avviene nel dibattito sugli “eurobond”) come possa tradursi in concreto l’idea di emettere titoli di debito «perpetui».

In ogni caso, usando una definizione molto generale, come quella utilizzata dai due economisti Francesco Giavazzi e Guido Tabellini in un’analisi su lavoce.info del 27 marzo scorso, con il termine “obbligazioni perpetue” si intendono obbligazioni «conosciute anche come Consols o titoli di debito pubblico consolidato, cioè titoli a cedola fissa senza scadenza» (sulla questione della cedola ci torneremo tra poco).

I titoli di debito di questo tipo sono già stati emessi in passato – come ha ricordato di recente anche l’imprenditore George Soros, favorevole all’introduzione di uno strumento di questo tipo – per esempio nel 1751 dal governo britannico, che aveva usato il termine Consolidated annuities (da qui la parola Consols citata da Giavazzi e Tabellini).

In generale, quando si parla di titoli di debito “perpetui” (perpetual bonds in inglese), si fa dunque riferimento a obbligazioni senza una scadenza, e dunque senza che i creditori percepiscano né la somma inizialmente prestata né un rendimento una volta scaduto, appunto, il titolo emesso.

Per gli investitori, uno svantaggio di titoli di questo genere sarebbe dato dal fatto che non sono rimborsabili da chi li ha emessi – a meno che quest’ultimo non decida a un certo punto il contrario. Garantiscono comunque costanti guadagni periodici.

In che modo? Grazie alla cedola fissa – vista in precedenza – di cui Castelli non fa menzione. L’assenza di una cedola di questo tipo – di un guadagno garantito, per intenderci – renderebbe di fatto inapplicabile l’idea di introdurre una forma di debito perpetua (chi mai presterebbe dei soldi a qualcuno, senza una data di restituzione o senza poterci guadagnare sopra?) o di poter chiamare questo tipo di attività finanziaria un debito.

Di questo problema è consapevole il documento avanzato dalla Spagna, che ha proposto di introdurre «nuove tasse europee», come quella sulla produzione di sostanze inquinanti, per pagare i costi («il ripagamento degli interessi sul debito», citando testualmente) legati alla creazione di titoli di debito perpetui.

Secondo la Spagna, queste nuove imposte comunitarie «doterebbero l’Ue di risorse proprie, indipendenti dai contributi dei singoli Stati membri».

Al di là delle parole della sottosegretaria all’Economia, resta poi un altro problema di fondo, simile a quello di cui abbiamo già parlato per gli “eurobond”: il problema politico, ossia se Paesi come Germania, Paesi Bassi e Finlandia siano disposti a creare una nuova forma di debito (perpetua in questo caso), aumentando tra le altre cose il bilancio pluriennale dell’Ue (come suggerito dalla Spagna per finanziare la sua proposta) e di conseguenza i loro contributi, in favore di altri Paesi, come Italia, Francia e Spagna.

Il verdetto

Secondo Laura Castelli (M5s), sulla scia di una proposta fatta dalla Spagna per affrontare l’emergenza economica causata dal coronavirus, l’Europa potrebbe emettere titoli di debito «perpetui», «emessi senza scadenza e a tasso zero».

La sottosegretaria all’Economia però ha ragione soltanto a metà, commettendo un errore non da poco.

Da un lato, è vero che titoli di debito “perpetui”, come suggerisce il nome, non avrebbero una data di scadenza, ossia potrebbero essere emessi senza che gli investitori abbiano una data precisa in cui sanno che riceveranno il loro investimento indietro, più un eventuale sovrapprezzo esprimibile con un tasso d’interesse.

Dall’altro lato, però, è sbagliato sostenere che il prestito sarebbe a «tasso zero».

Come avviene anche per titoli di Stato a lunga scadenza (come i Btp), l’idea che un investitore sia interessato a comprare titoli di debito “perpetui” poggia sul fatto che chi emette quei titoli – in questo caso l’Ue, quindi tutti i Paesi membri – gli garantisce periodicamente un guadagno (la cosiddetta “cedola”), espresso in termini percentuali rispetto al valore del titolo.

Secondo la Spagna, le risorse per finanziare il rimborso periodico di una parte del titolo “perpetuo” si potrebbero trovare introducendo nuove tasse comunitarie o aumentando il bilancio pluriennale dell’Ue.

In conclusione, Castelli si merita un “Nì”.

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