La riforma della giustizia non farà funzionare i centri in Albania

I trattenimenti dei migranti dipendono dalle norme europee, non dal referendum costituzionale
ANSA
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Il 22 gennaio Fratelli d’Italia ha pubblicato un post sui social network in cui suggerisce che, se al referendum del 22 e 23 marzo vincerà il “Sì” e la riforma costituzionale della giustizia sarà approvata, i giudici non potranno più ostacolare il funzionamento dei centri per i migranti costruiti dall’Italia in Albania. 

Nel post compaiono due immagini affiancate: da un lato un gruppo di migranti sorvegliati dalla polizia, dall’altro un martello da giudice. In alto si leggono le scritte “Il governo trasferisce gli immigrati clandestini in Albania” e “La magistratura rossa lo impedisce”, mentre in basso si invita esplicitamente a votare “Sì” alla riforma.

Il messaggio è chiaro: secondo Fratelli d’Italia esisterebbe un legame diretto tra la riforma della magistratura e la possibilità di far funzionare davvero i centri in Albania. In altre parole, sarebbe la riforma a rimuovere gli ostacoli posti oggi dai giudici. Questo collegamento, però, non è corretto dal punto di vista giuridico. La riforma, da sola, non può influenzare le decisioni dei giudici sui trattenimenti dei migranti nelle strutture albanesi.

L’accordo tra Italia e Albania

Per capire perché, bisogna prima spiegare come funzionano questi centri e su quali regole si basano.

Il Protocollo tra Italia e Albania è stato firmato a novembre 2023 e ratificato dal Parlamento italiano a febbraio 2024. L’accordo prevede che i centri di Shëngjin e Gjadër, pur trovandosi in territorio albanese, siano sottoposti alla giurisdizione italiana. Qui dovrebbero essere trasferiti uomini adulti soccorsi in mare da navi delle autorità italiane e provenienti da Paesi considerati “sicuri”. A queste persone viene applicata la cosiddetta “procedura accelerata di frontiera”, che consiste nel trattarle come se si trovassero ancora alla frontiera italiana, anche se fisicamente sono in Albania. Durante l’esame della domanda d’asilo restano trattenute nel centro, con l’obiettivo di arrivare a una decisione più rapida rispetto alla procedura ordinaria.

Dopo l’apertura delle strutture, però, diversi giudici non hanno convalidato i primi trattenimenti dei migranti. Di conseguenza, i centri sono rimasti in gran parte vuoti. Per questo, a marzo 2025 il governo Meloni ha ampliato con un decreto-legge il numero delle persone trasferibili a Gjadër, includendo anche migranti già trattenuti nei Centri di permanenza per i rimpatri italiani (CPR) cioè persone in posizione irregolare in attesa di essere rimpatriate. L’obiettivo dichiarato era superare i limiti emersi con le decisioni dei tribunali e riempire i centri, così da farli funzionare in modo stabile.

Un termine improprio

Questo contesto aiuta a chiarire un primo punto problematico del post di Fratelli d’Italia: il riferimento agli immigrati «clandestini».

In origine, infatti, i centri albanesi erano pensati per i richiedenti asilo, e a queste persone non può essere applicata la categoria di “clandestini”. Come ha chiarito la Corte di Cassazione in una sentenza del 2023, chi presenta domanda di protezione internazionale non è irregolare e, quindi, non è un “clandestino”. 

La Cassazione ha inoltre osservato che l’uso di questa espressione, soprattutto in un contesto politico ostile, può avere un effetto discriminatorio e contribuire a creare un clima intimidatorio e degradante.
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Le decisioni dei giudici

Il post attribuisce poi alla «magistratura rossa» la responsabilità di bloccare i trasferimenti. Anche su questo punto è utile ricostruire che cosa è successo.

A ottobre 2024, all’inizio dell’attività dei centri, il Tribunale di Roma non ha convalidato i primi trattenimenti dei migranti. La decisione si basava sull’interpretazione delle regole europee sui “Paesi di origine sicuri”, alla luce di una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea. Nelle settimane successive altri giudici hanno sospeso nuove convalide di trattenimento e hanno chiesto chiarimenti alla stessa Corte di giustizia dell’Ue. In particolare, hanno chiesto come vadano interpretate le norme europee sui Paesi sicuri, perché la precedente sentenza lasciava margini di incertezza, e quali siano le condizioni per applicare correttamente la procedura accelerata di frontiera in Albania.

Dato che le convalide continuavano a non arrivare, a dicembre 2024 il governo ha trasferito la competenza di confermarle dalle sezioni specializzate dei tribunali alle Corti d’appello.

Ma ad aprile 2025 la Corte d’appello di Roma ha negato la convalida del trattenimento di un richiedente asilo a Gjadër. Il mese successivo la Cassazione, esaminando il ricorso, ha sollevato nuovi dubbi sulla compatibilità del CPR albanese con il diritto europeo e ha chiesto un altro parere alla Corte di giustizia dell’Ue. I quesiti riguardano due direttive europee: quella sui “Rimpatri”, che stabilisce quando e come una persona può essere allontanata verso un Paese terzo, e quella sulle “Procedure”, che tutela il diritto del richiedente asilo a restare nello Stato membro fino alla decisione sulla domanda e, in certi casi, fino alla fine dei ricorsi.

Nel frattempo, nell’agosto scorso, la Corte di giustizia dell’Ue si è già pronunciata sui Paesi “sicuri”, confermando l’interpretazione seguita dai giudici italiani che avevano bloccato i primi trattenimenti. Per questo l’idea che le decisioni dei giudici italiani siano state politiche non regge: quelle valutazioni sono state avallate anche dal massimo organo giudiziario europeo.

Inoltre, la Corte di giustizia dell’Ue deve ancora decidere sugli altri quesiti sollevati dalla Cassazione. Finché il procedimento è aperto, è normale che i giudici italiani si muovano con cautela. Non è un “blocco” politico, ma l’effetto delle regole europee, che impongono di adeguarsi all’interpretazione della Corte.

Che cosa cambierebbe davvero

Il post di Fratelli d’Italia lascia poi intendere che il “Sì” al referendum risolverebbe questo problema. Ma non è così.

La riforma costituzionale, che sarà sottoposta a referendum confermativo, modifica l’organizzazione interna della magistratura: separa le carriere dei magistrati, introduce due Consigli superiori della magistratura (uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri), cambia le modalità di selezione dei loro componenti, che saranno sorteggiati, e istituisce l’Alta Corte disciplinare, che si occuperà dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati. La riforma, però, non cambia le regole che stabiliscono quando una persona può essere privata della libertà, come avviene con i richiedenti asilo nei centri albanesi.

Anche dopo la riforma, un giudice potrà continuare a non convalidare un trattenimento se ritiene che una legge italiana sia in contrasto con il diritto europeo o potrà chiedere alla Corte di giustizia dell’Ue come interpretare le norme, esattamente come avvenuto finora. Non a caso, a novembre 2025, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto che i centri in Albania «funzioneranno» facendo riferimento all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, prevista per giugno, e non alla riforma della magistratura.

Si potrebbe obiettare che il post di Fratelli d’Italia possa riferirsi alla previsione che, una volta approvata la riforma, i procedimenti disciplinari sui magistrati non saranno più gestiti dal CSM ma dall’Alta Corte disciplinare, e che questo potrebbe rendere i giudici più “rigidi” o prudenti.

A oggi, però, la legge stabilisce che la responsabilità disciplinare riguarda violazioni gravi dei doveri, comportamenti scorretti o errori dovuti a negligenza inescusabile. Non incide su interpretazioni giuridiche motivate e fondate sul diritto europeo. Per questo, al momento non è realistico pensare che un nuovo organo disciplinare possa cambiare l’orientamento dei giudici sulle convalide. A meno che non si immagini un’invadenza del governo sulle decisioni dei magistrati, un’ipotesi che vari esponenti dello stesso governo hanno più volte smentito, nonostante alcune loro  dichiarazioni vadano nella direzione opposta.

Lo stesso discorso vale per il sorteggio dei componenti dei CSM: le decisioni sui centri albanesi non dipendono dalle idee politiche dei magistrati, o dalle “correnti” in cui sono divisi, ma da norme europee e dalle sentenze della Corte di giustizia dell’Ue.

Tiriamo le somme

Ricapitolando: i centri in Albania non sono stati creati per “clandestini”, ma per richiedenti asilo. Le mancate convalide non derivano da motivazioni politiche, ma da dubbi giuridici sulla compatibilità tra le norme italiane e quelle europee, dubbi che la Corte di giustizia dell’Ue ha in parte già confermato.

La riforma della magistratura non è lo strumento che può far funzionare i centri albanesi. Le decisioni dipendono dalla legge e dal diritto europeo, non dalla separazione delle carriere, dal nuovo CSM o dall’Alta Corte disciplinare.

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