Meloni è fuorviante su come cambia il CSM con la riforma della giustizia

Secondo la presidente del Consiglio, se vincesse il Sì al referendum la politica non condizionerà più la scelta dei membri del CSM, ma non è così
ANSA/GIUSEPPE LAMI
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Il 5 marzo, ospite di Non Stop News su RTL 102.5, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato del referendum sulla giustizia che si terrà il 22 e 23 marzo. Sul tema, Meloni ha respinto le critiche dei partiti di opposizione che, sulla riforma della separazione delle carriere, «dicono che vogliamo controllare la magistratura». La presidente del Consiglio ha detto invece che il governo «sta facendo una riforma che impedisce alla politica, di qualsiasi estrazione, di controllare la magistratura». 

Meloni aveva espresso un concetto simile lo scorso 2 marzo, in un’intervista al TG5. In questa occasione, la presidente del Consiglio ha detto che la riforma della giustizia «toglie la facoltà al Parlamento e ai partiti di indicare una parte del Consiglio superiore della magistratura, cioè dell’organo di autogoverno della magistratura, e toglie la facoltà alle correnti ideologizzate della magistratura di decidere sull’altra parte dei membri del CSM». 

Al netto delle legittime opinioni sulla riforma, Meloni non la racconta giusta. La riforma della giustizia voluta dal suo governo introduce un nuovo sistema per la nomina dei membri del Consiglio superiore della magistratura (CSM), ma non elimina del tutto l’influenza del Parlamento e dei partiti in questa scelta.

Come è composto il CSM 

Il Consiglio superiore della magistratura è l’organo di autogoverno della magistratura in Italia, che decide sulle carriere dei magistrati e stabilisce anche le eventuali sanzioni nei loro confronti.

Il CSM è composto complessivamente da 33 membri. Tre membri ne fanno parte di diritto: il presidente della Repubblica, che lo presiede, il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione. Venti magistrati – i cosiddetti “membri togati” – sono eletti dai colleghi mentre dieci componenti – i cosiddetti “membri laici” – sono eletti dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari in materie giuridiche e avvocati con almeno 15 anni di esercizio della professione. Oggi, quando bisogna rinnovare il Consiglio, i magistrati organizzano vere e proprie elezioni, candidandosi e chiedendo il voto dei colleghi, mentre il Parlamento elegge la quota di membri esterni. È un sistema che, almeno formalmente, si fonda sulla rappresentanza e sul consenso all’interno della categoria. 

In realtà, negli anni il sistema ha mostrato diversi problemi, visto che la scelta dei membri laici dipende dall’influenza dei partiti e dagli accordi tra i gruppi in Parlamento, mentre per la scelta dei membri togati è fortemente condizionata dalle cosiddette “correnti” interne alla magistratura, ossia i gruppi organizzati di magistrati con diversi orientamenti di pensiero e politici. Questo meccanismo ha causato alcuni scandali, soprattutto riguardo le nomine interne alla magistratura.

Come cambierebbe con la riforma

L’obiettivo dichiarato della riforma sulla separazione delle carriere voluta dal governo Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio è soprattutto togliere alle correnti della magistratura la possibilità di influenzare l’elezione dei membri togati. 

Innanzitutto, la riforma crea due CSM diversi, uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici, e poi cambia il meccanismo di scelta dei membri dei due organi. Per i membri togati, ossia i magistrati che faranno parte del CSM giudicante e di quello della magistratura requirente, non ci saranno più liste, campagne elettorali o schede da votare. La riforma prevede il sorteggio secco: i componenti saranno estratti casualmente tra tutti i magistrati che abbiano i requisiti di legge per ricoprire l’incarico. In questo modo, il caso diventa l’unico criterio di selezione per la componente togata: secondo i favorevoli alla riforma ciò permetterebbe di ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura. Si tratta comunque di una previsione, e non di un dato di fatto, visto che gli effetti della riforma si vedranno solo nel momento in cui sarà eventualmente applicata.

Anche per i membri laici la riforma prevede l’introduzione del sorteggio, ma in questo caso è “temperato”. Se la riforma fosse confermata dal referendum, Camera e Senato dovranno compilare un elenco di professori universitari in materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di esercizio, selezionandoli in base alle competenze. Una volta formato l’elenco di idonei, sarà la sorte a decidere chi tra loro entrerà effettivamente nei due CSM. Quindi non sarà più la politica ad avere la decisione finale sull’elezione dei membri laici del CSM, che sarà affidata alla sorte, ma l’elenco dei candidati dovrà comunque essere deciso dal Parlamento, che potrà accordarsi sui nomi da includere nel listino. Dunque non è vero, come dice Meloni, che la riforma toglie completamente la facoltà ai partiti di indicare una parte del CSM.

I dubbi degli esperti

Tra l’altro, il testo della riforma della separazione delle carriere non chiarisce nel dettaglio le modalità con cui il Parlamento stilerà la lista dei candidati da sorteggiare come membri laici del CSM. Le regole saranno stabilite dal governo dopo l’eventuale via libera della riforma al referendum con una legge ordinaria. 

La riforma prevede soltanto che l’elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati dovrà essere compilato dal Parlamento in seduta comune entro sei mesi dall’insediamento, ma non prevede per esempio una maggioranza specifica da raggiungere per stabilire i candidati. Su questo punto, durante le audizioni sulla riforma in Parlamento, alcuni esperti hanno sollevato perplessità. Secondo il professor Gaetano Silvestri, ex giudice della Corte Costituzionale, l’assenza della previsione di una maggioranza qualificata potrebbe favorire «una composizione squilibrata del gruppo dei designati, oggi in favore dell’attuale maggioranza politica, domani in favore dell’attuale opposizione divenuta eventualmente maggioranza». Lo stesso dubbio è stato sollevato da Maurizio Fumo, già presidente titolare della quinta sezione penale della Corte di cassazione, secondo cui con la riforma c’è il rischio che i membri laici del CSM «siano espressione prevalente (se non esclusiva) della maggioranza del momento». Alcuni dubbi sul sistema erano stati sollevati anche dall’Unione Camere Penali Italiane, l’associazione degli avvocati penalisti italiani, che in linea generale è favorevole alla riforma e sostiene il Sì al referendum. Nelle audizioni in Parlamento, l’UCPI aveva suggerito per esempio di «inserire in Costituzione alcuni riferimenti che aiutino a sostenere le caratteristiche “qualitative” dei componenti laici da ricomprendere nell’elenco da cui sorteggiare i membri del CSM di nomina parlamentare», per evitare che la selezione dei candidati al sorteggio sia lasciata eccessivamente alle discrezionalità dei partiti. I suggerimenti non sono stati però accolti, dalla maggioranza di centrodestra, visto che la riforma è stata approvata senza modifiche nel testo proposta dal ministro della Giustizia Nordio.

Insomma, è vero che con la riforma il governo punta a eliminare l’influenza delle correnti della magistratura nella scelta dei membri togati del CSM e a indebolire il ruolo dei partiti nella scelta dei membri laici. Non è vero però, come ha affermato Meloni, che la riforma elimina del tutto la possibilità per il Parlamento di indicare i membri laici. Questi infatti saranno sorteggiati da un elenco di professori e avvocati in materie giuridiche che dovrà comunque essere compilato dai partiti in Parlamento. 

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La dichiarazione

«Si dice che noi vogliamo sottomettere la giustizia alla politica. Solo che è falso, perché la riforma fa esattamente il contrario. Toglie la facoltà al Parlamento e ai partiti di indicare una parte del CSM, cioè l’organo di autogoverno della magistratura e toglie la facoltà alle correnti ideologizzate di decidere sull’altra parte dei membri del CSM».

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