L’ipotesi delle primarie sta già creando problemi al centrosinistra

Tra partiti che le invocano e altri che le escludono, la strada verso il “campo largo” è tutta da costruire, nonostante il buon risultato del referendum
ANSA
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Il tema delle possibili primarie sta diventando sempre più centrale nel dibattito interno al centrosinistra. A riaccendere il confronto è stato anche l’esito del referendum costituzionale sulla magistratura del 22 e 23 marzo: la vittoria del No – sostenuta da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra – è stata interpretata dai leader di questi partiti come un segnale positivo in vista delle prossime elezioni politiche, previste per il 2027. 

In questo contesto si è tornati a discutere di come trovare il leader del cosiddetto “campo largo”, espressione utilizzata per indicare una possibile coalizione alternativa al centrodestra. Tra le ipotesi emerse c’è anche quella di ricorrere alle primarie, uno strumento già utilizzato in passato dal centrosinistra.

Tra i partiti però le differenze restano molte, sia sul metodo sia sui contenuti. Il confronto non riguarda solo i tempi e la modalità con cui scegliere il candidato leader – con le primarie di coalizione o con un accordo tra i partiti – ma anche quali forze politiche potrebbero far parte dell’alleanza e su quali priorità costruire un programma condiviso.

Chi fa parte del “campo largo”?

Le forze politiche generalmente considerate il nucleo del cosiddetto “campo largo” sono Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. Come vedremo più avanti, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle sono quelli che più chiaramente hanno mostrato apertura verso le primarie, mentre Alleanza Verdi-Sinistra ha espresso alcune perplessità sull’opportunità di organizzarle nell’immediato.

Tra i partiti che si sono avvicinati a quest’area ci sono forze di centro come Più Europa e Italia Viva, che in diverse elezioni locali hanno collaborato con PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. Alle elezioni regionali di settembre e novembre 2025, quasi ovunque Più Europa e Italia Viva hanno deciso di sostenere i candidati unitari scelti dal centrosinistra.

Diversa è la posizione di Azione. Il partito guidato da Carlo Calenda ha escluso la partecipazione a una coalizione strutturata con Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. Rispondendo a una domanda di Pagella Politica sulla collocazione del partito, lo stesso Calenda ha dichiarato: «Siamo dove siamo sempre stati», ribadendo l’obiettivo di costruire un’area politica autonoma, alternativa sia al centrosinistra sia al centrodestra.

Un caso ancora in evoluzione è invece quello di Progetto Civico Italia, una rete di amministratori locali che non si riconosce nell’attuale offerta politica dei partiti del “campo largo”. Il promotore Alessandro Onorato ha dichiarato che, se venissero organizzate primarie di coalizione, il progetto sarebbe disponibile a partecipare con un proprio candidato. Disponibile alle primarie è anche il leader del nuovo movimento Più Uno ed ex presidente dell’Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini, che negli ultimi mesi è visto come possibile “federatore” del centrosinistra moderato.

Il fattore referendum

La discussione sulle primarie nel centrosinistra in realtà era iniziata quasi un mese prima del referendum di marzo. All’inizio di marzo la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein aveva parlato di come individuare il candidato del cosiddetto “campo largo” alle prossime elezioni politiche. «Le modalità le decideremo insieme agli alleati», aveva detto Schlein, indicando tra le possibili opzioni anche «le primarie di coalizione, a cui ho già dato la mia disponibilità».

Ma è stato soprattutto il risultato del referendum ad accelerare il confronto. Il 23 marzo, poche ore dopo l’esito del voto, il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha affermato di voler «aprire alla prospettiva delle primarie». In quell’occasione, ha richiamato la «grande voglia di partecipazione» emersa con il referendum e la necessità di coinvolgere gli elettori nella scelta del candidato ritenuto il «miglior interprete» del futuro programma di coalizione. A questa apertura ha fatto seguito, il giorno successivo, una dichiarazione esplicita di disponibilità di Conte a partecipare a eventuali primarie di coalizione come candidato.

La vittoria del No al referendum è stata letta da vari esponenti del centrosinistra come il risultato dell’unione tra le principali forze di opposizione, da cui partire in vista delle prossime elezioni politiche. Secondo fonti stampa, proprio per questo la presa di posizione esplicita di Conte a favore delle primarie avrebbe creato tensioni tra gli altri partiti della possibile coalizione.

Al netto dei legittimi entusiasmi, il collegamento tra l’esito del referendum e il livello di consenso del centrosinistra rischia di essere fuorviante.

Chi accelera e chi frena

Qualunque sia il metodo più adatto alla scelta, è chiaro che i principali candidati alla guida del centrosinistra oggi sono i leader dei due principali partiti della coalizione, PD e Movimento 5 Stelle. Come abbiamo visto, Schlein e Conte hanno già dato la propria disponibilità a partecipare a eventuali primarie. Sulla stessa linea è anche il leader di Italia Viva Matteo Renzi, che ha sostenuto l’opportunità di organizzare rapidamente le primarie per individuare il candidato da contrapporre al centrodestra. Il 25 marzo, ospite a Realpolitik, Renzi ha annunciato un evento a Roma, previsto per l’11 aprile, intitolato “Le primarie delle idee”, dedicato al confronto su temi come sanità, stipendi e sicurezza.

Sono invece contrarie altri partiti della coalizione, come Alleanza Verdi-Sinistra, i cui leader hanno espresso perplessità sulle primarie. «Pensiamo sia sbagliato continuare a parlare di primarie e di scelta del leader», ha detto Bonelli il 3 aprile in un’intervista con La Stampa, ritenendole un passaggio che non «fortifica la nostra coalizione, ma rischia di risultare divisivo». Anche il segretario di Più Europa Riccardo Magi ha affermato che sarebbe «un errore cominciare a parlare di strumenti come le primarie» prima di aver definito le proposte politiche della coalizione.

Tra i possibili candidati non iscritti ai partiti della coalizione si è parlato della sindaca di Genova Silvia Salis. Già a dicembre 2025 Salis aveva però escluso una propria candidatura, spiegando di voler restare concentrata sull’amministrazione della città. A fine marzo la sindaca ha ribadito la sua contrarietà alle primarie, sostenendo che si tratta di uno strumento che rischia di mettere in contrapposizione forze politiche che fanno parte della stessa alleanza.

Un (non) problema

Va chiarito che, allo stato attuale, la scelta di un candidato unitario della coalizione non è prevista dalla legge elettorale in vigore. Il cosiddetto Rosatellum – dal promotore Ettore Rosato ex deputato del PD ora in Azione – disciplina le modalità di voto, l’assegnazione dei seggi e la presentazione delle liste, ma non richiede ai partiti di indicare prima delle elezioni un leader comune della coalizione.

A fine febbraio però è stata presentata in Parlamento una nuova proposta di legge elettorale, scritta dal centrodestra. Il testo prevede un sistema con premio di maggioranza alla coalizione vincente e richiede ai partiti di indicare prima del voto un unico capo della coalizione. In un sistema di questo tipo, la scelta del candidato diventerebbe quindi un passaggio necessario già prima delle elezioni.

Al momento però questa proposta è ancora in fase di discussione, quindi la legge in vigore è ancora il Rosatellum. Scegliere un candidato unitario per le coalizioni resta una decisione politica dei partiti e non un passaggio obbligatorio previsto dalle regole in vigore.

Il nodo delle regole

Se alla fine si dovesse decidere di fare davvero queste primarie, però, resterebbero da definire molti aspetti del voto, a partire da tempi e modalità.

Un primo tema riguarda il periodo in cui organizzare le votazioni. Il 31 marzo, intervistato da la Repubblica, Renzi si è espresso a favore di tempi rapidi e della necessità di «mettere subito a lavorare un gruppo di persone sulle regole». Più prudente è invece l’approccio di Alleanza Verdi-Sinistra: Fratoianni e Bonelli hanno sottolineato la necessità di chiarire prima il progetto politico e il programma della coalizione, rinviando a un secondo momento l’eventuale discorso su regole e candidati. 

Sulle modalità, in passato le primarie del centrosinistra sono state aperte agli elettori che si riconoscevano nella coalizione, anche senza obbligo di iscrizione ai partiti. Nel dibattito attuale alcuni esponenti hanno sottolineato l’importanza di coinvolgere il maggior numero possibile di cittadine e cittadini. «Il risultato referendario ci dice che il leader va scelto nella maniera più democratica possibile», ha detto Conte in un’intervista a la Repubblica del 30 marzo, aprendo anche alla possibilità di votare online. 

E il programma comune?

Individuati i possibili nomi, le tempistiche e le modalità, al campo largo resta da definire un programma politico comune per tutta la coalizione. Finora però il confronto sui temi è rimasto piuttosto limitato. Uno dei punti di maggiore distanza riguarda la politica estera e, in particolare, il sostegno all’Ucraina dopo l’invasione russa. Il Partito Democratico, Italia Viva e Più Europa hanno sempre sostenuto le decisioni adottate dai governi italiani e dall’Unione europea a favore degli aiuti militari a Kiev. Il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno invece assunto posizioni più critiche sull’invio di armi, chiedendo di dare maggiore spazio alle iniziative diplomatiche.

Oltre alla politica estera, nel campo largo esistono differenze anche su alcune politiche economiche e sociali adottate di recente. Il Movimento 5 Stelle continua a rivendicare il ruolo di misure di sostegno come il reddito di cittadinanza, considerati strumenti utili per contrastare la povertà e la precarietà. Altri partiti della coalizione, tra cui Italia Viva, sono sempre stati molto critici su queste misure, ritenendo più efficace rafforzare gli strumenti di formazione e accompagnamento al lavoro. Anche sul salario minimo, un tema che a parole unisce tutta l’opposizione, i partiti non sono riusciti a trovare una proposta unitaria e in Parlamento hanno presentato cinque proposte divise.

Insomma, nel complesso tutte queste differenze mostrano come la scelta del leader sia solo uno dei problemi che il “campo largo” dovrà superare se vuole arrivare unito alle prossime elezioni politiche. A circa un anno e mezzo dal voto, però, il confronto non è ancora entrato nel dettaglio e le posizioni espresse in passato rendono ancora più difficili i tentativi di appianare le differenze tra i partiti.

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