Il fact-checking del discorso di Draghi in Senato

Abbiamo verificato otto dichiarazioni fatte dal presidente del Consiglio nelle comunicazioni sulla crisi di governo
ANSA/FABIO FRUSTACI
ANSA/FABIO FRUSTACI
Nella mattina di mercoledì 20 luglio, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha tenuto un atteso discorso (qui il testo integrale), dopo che le sue dimissioni non sono state accolte la scorsa settimana dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In attesa di scoprire quale sarà il futuro del governo (qui stiamo seguendo in diretta gli sviluppi più importanti di questa giornata decisiva), abbiamo verificato otto dichiarazioni fatte da Draghi in Senato: non sono mancate alcune imprecisioni.

L’andamento dell’economia

«Lo scorso anno l’economia è cresciuta del 6,6 per cento. Il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo è sceso di 4,5 punti percentuali»

Entrambe le due percentuali sono corrette, come si può verificare qui e qui, sul sito ufficiale di Eurostat. 

Più nel dettaglio, nel 2020 il Prodotto interno lordo (Pil) dell’Italia è calato del 9 per cento rispetto all’anno precedente, mentre nel 2021 è salito del 6,6 per cento rispetto al 2020. L’anno scorso, il debito pubblico italiano ha raggiunto un valore pari al 150,8 per cento del Pil, in calo rispetto al 155,3 per cento registrato nel 2020. Nel 2019, prima della pandemia, il rapporto tra debito e Pil era stato pari al 134,1 per cento.

I soldi del Pnrr

«Abbiamo già ricevuto dalla Commissione europea 45,9 miliardi di euro, a cui si aggiungeranno nelle prossime settimane ulteriori 21 miliardi, per un totale di quasi 67 miliardi»

È vero: fino a oggi, l’Italia ha ricevuto dall’Unione europea quasi 46 miliardi di euro per finanziare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). 

I primi 24,9 miliardi di euro sono stati erogati ad agosto 2021, come forma di prefinanziamento, poche settimane dopo l’approvazione definitiva del piano da parte dell’Ue. Gli altri 21 miliardi di euro sono arrivati ad aprile 2022, come versamento della prima delle dieci rate di finanziamento del piano. In quel caso l’Ue aveva certificato che l’Italia aveva raggiunto le 51 scadenze fissate per la fine del 2021, erogando 10 miliardi di euro in sovvenzioni a fondo perduto e 11 miliardi di euro in prestiti. 

Lo scorso 29 giugno il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha chiesto alla Commissione Ue di ricevere la seconda rata, da 21 miliardi di euro, certificando il raggiungimento dei 45 obiettivi previsti dal Pnrr per la fine di giugno 2022. Nelle prossime settimane, la richiesta sarà esaminata dall’Ue. Gli obiettivi da raggiungere entro la fine dell’anno sono invece 55.

La dipendenza dal gas russo

«In pochi mesi abbiamo ridotto le nostre importazioni di gas russo dal 40 per cento a meno del 25 per cento del totale»

Queste percentuali sono leggermente imprecise. I dati più aggiornati del Ministero della Transizione ecologica sulle importazioni di gas fanno riferimento al mese di maggio 2022. Nei primi cinque mesi di quest’anno, il 23,7 per cento del gas importato dal nostro Paese proveniva dalla Russia, mentre nei primi cinque mesi del 2021 questa percentuale era stata pari al 35 per cento circa.

I soldi contro i rincari

«Per proteggere cittadini e imprese dalle conseguenze della crisi energetica […] abbiamo stanziato 33 miliardi in poco più di un anno»

A grandi linee, la cifra citata da Draghi è sostanzialmente corretta. Tra maggio 2021 e aprile 2022, il governo ha stanziato, con diversi provvedimenti, quasi 16 miliardi di euro per tagliare i costi delle bollette di luce e gas. A questi si aggiungono i circa 14 miliardi di euro del decreto “Aiuti”, approvato dalla Camera e ora in attesa di essere convertito in legge dal Senato. Considerando le risorse per tagliare le imposte sui carburanti, la cifra complessiva raggiunge e supera anche quella citata da Draghi.

L’aumento della pressione fiscale

«Non abbiamo mai aumentato le tasse sui cittadini»

Seppure con alcuni limiti, l’indicatore più affidabile e utilizzato per quantificare l’ammontare delle tasse pagate in un Paese è la pressione fiscale, che mette in rapporto il valore complessivo delle imposte e dei contributi versati al fisco da cittadini e imprese con quello del Pil. Come è cambiato questo indicatore da febbraio 2021, mese in cui è entrato in carica il governo Draghi?

Secondo le stime Istat più aggiornate, nel 2021 la pressione fiscale in Italia è stata pari al 43,5 per cento, in crescita rispetto al 42,8 per cento del 2020.

I dati del 2022 non sono ancora disponibili, visto che l’anno è ancora in corso. Secondo l’Istat, però, nei primi tre mesi del 2022 (ultimo dato disponibile), la pressione fiscale è stata pari al 38,4 per cento, in aumento di +0,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

I crediti del fisco

«L’Agenzia delle entrate-riscossione conta 1.100 miliardi di euro di crediti residui, cioè non riscossi»

Questa cifra è stata riportata in un’audizione in Parlamento dal direttore dell’Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini. A ottobre 2020, lo stesso Ruffini aveva parlato di «17,9 milioni» di contribuenti «con debiti residui da riscuotere», per un valore complessivo pari a quasi 990 miliardi di euro. Di questi contribuenti, circa 3 milioni erano «persone giuridiche», ossia società, fondazioni, enti e associazioni, mentre quasi 2,5 milioni erano contribuenti con un’attività economica, per esempio artigiani e liberi professionisti.

Non tutti questi crediti sono comunque recuperabili, anzi: circa il 90 per cento fanno riferimento, per esempio, a contribuenti deceduti o falliti o su cui sono già state effettuate tutte le azioni di recupero possibili. Questi crediti sono stati infatti accumulati in quasi 22 anni, un accumulo che rende sempre più complicate le attività di riscossione dell’agenzia stessa.

I limiti della contrattazione

«La contrattazione collettiva […] non raggiunge ancora tutti i lavoratori»

È vero. I contratti collettivi di lavoro sono stipulati tra i datori di lavoro, di solito organizzati in associazioni, e i sindacati, e, tra le altre cose, hanno l’obiettivo di garantire un trattamento comune a tutti gli occupati di un determinato settore. Nel nostro Paese, circa l’80 per cento dei lavoratori è coperto da un contratto nazionale, mentre il 20 per cento no.

Pro e contro del reddito di cittadinanza

«Il reddito di cittadinanza è una misura importante per ridurre la povertà, ma può essere migliorato per favorire chi ha più bisogno e ridurre gli effetti negativi sul mercato del lavoro»

Come abbiamo spiegato in un recente fact-checking, è vero che nel 2020 il reddito di cittadinanza, insieme ad altri sussidi erogati dal secondo governo guidato da Giuseppe Conte, ha salvato dalla povertà assoluta circa un milione di persone, ossia circa 500 mila famiglie. 

Per quanto riguarda i miglioramenti alla misura, è vero che, per come è disegnato, il reddito di cittadinanza non raggiunge tutte le famiglie in povertà assoluta in Italia e viene percepito anche da famiglie che non vivono in povertà assoluta. Non necessariamente si tratta di evasori totali o truffatori: alcune persone possono percepire il reddito perché rispettano i requisiti economici stabiliti dalla legge, pur senza essere in una situazione di povertà, altre invece lo percepiscono grazie a evasioni parziali o registrazioni anagrafiche non veritiere.

Sul fronte del mercato del lavoro, a oggi non sembrano esserci evidenze che il reddito di cittadinanza abbia disincentivato la ricerca di occupazione. Lo scorso novembre, il Comitato scientifico per la valutazione del reddito di cittadinanza – nominato a marzo 2021 dal Ministero del Lavoro – ha presentato però una relazione che, tra le altre cose, sostiene che «oggi a un percettore del reddito di cittadinanza lavorare non conviene». «In concreto, se il reddito da lavoro di un beneficiario di reddito di cittadinanza aumenta di 100 euro, l’ammontare della misura diminuisce di 80: il guadagno netto è solo di 20 euro», spiega la relazione. «Di fatto, è come prevedere una tassazione dell’80 per cento sul nuovo reddito; entro un anno da quando si inizia a riceverlo, questa percentuale salirà al 100 per cento». 

Gli esperti del ministero hanno proposto che un percettore che trova occupazione – ma che mantiene comunque i requisiti necessari per continuare a ricevere il reddito di cittadinanza – possa conservare una parte più ampia del sussidio, uno schema chiamato in gergo tecnico in-work benefit. Per il momento, questa proposta, come le altre avanzate dal comitato, non ha trovato ascolto nel governo.
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