Pubblicato: lunedì 13 luglio 2020
Il nuovo libro di Calenda, in 15 fact-checking

Il 2 luglio è uscito I mostri e come sconfiggerli, il nuovo libro del leader di Azione Carlo Calenda.

Abbiamo verificato 15 frasi contenute nelle 176 pagine del volume edito da Feltrinelli per capire quali tra queste siano vere, o meno.

1. La percezione degli stranieri

«Gli italiani sono convinti che un terzo dei residenti in Italia sia costituito da extracomunitari. La realtà è un’altra: circa il 10 per cento della popolazione residente è composto da stranieri»

Qui Calenda cita due dati corretti, ma fa un po’ di confusione tra «extracomunitari» e «stranieri».

A ottobre 2019 la società di ricerca Ipsos ha pubblicato CiakMigration, un’indagine sulla percezione del fenomeno migratorio e sul diritto all’accoglienza, realizzata per la onlus WeWorld, attiva nel settore dei diritti umani e dell’infanzia. Secondo i dati raccolti da Ipsos, per gli italiani «il 31 per cento dei residenti» nel nostro Paese è uno «straniero».

La percentuale citata da Calenda è corretta, ma il leader di Azione è impreciso perché parla di «extracomunitari», che sono un sottoinsieme della popolazione straniera residente in Italia.

Nel 2019, secondo l’Istat, i cittadini stranieri residenti nel nostro Paese erano oltre 5,2 milioni, l’8,7 per cento su una popolazione complessiva di oltre 60,3 milioni di persone. Tra tutti gli stranieri, l’anno scorso circa 3,7 milioni erano cittadini extracomunitari, il 6,1 per cento sulla popolazione totale residente in Italia.

2. Salvini e l’andamento dei rimpatri

Con Salvini ministro «i rimpatri» sono «persino diminuiti rispetto alla precedente gestione»

Come abbiamo scritto in passato, non è facile avere statistiche ufficiali e aggiornate sui rimpatri effettuati dal nostro Paese. A febbraio 2020, grazie a una richiesta di accesso civico generalizzato (più comunemente chiamata “Foia”), Pagella Politica ha ottenuto i dati mensili e divisi per nazionalità sui rimpatri forzati eseguiti dall’Italia negli anni 2017, 2018 e 2019.

Dal 1° giugno 2018 al 4 settembre 2019, con il leader della Lega Matteo Salvini a capo del Ministero dell’Interno sono stati effettuati in totale 8.383 rimpatri forzati: ossia circa 18,2 al giorno (mentre in campagna elettorale Salvini ne aveva promessi «cento al giorno»).

Con Marco Minniti (Partito democratico), predecessore di Salvini come ministro dell’Interno, i numeri erano stati pressoché simili, con una media di 18,1 rimpatri forzati al giorno.

Calenda sbaglia dunque quando dice che con Salvini ministro i rimpatri sono «persino diminuiti». Sono infatti rimasti sostanzialmente invariati.

– Leggi anche: Salvini non parla più di rimpatri? I dati su quanto (non) ha fatto al governo

3. La riforma della prescrizione e i processi senza fine

«In Italia è entrata recentemente in vigore una nuova normativa che mira a ridimensionare radicalmente la prescrizione. Un cittadino potrà rimanere sotto processo per sempre»

Prima dell’emergenza coronavirus, uno dei temi di maggiore scontro all’interno della maggioranza formata da Movimento 5 stelle, Partito democratico, Italia Viva e Liberi e Uguali era la riforma della prescrizione, entrata in vigore dal 1° gennaio 2020.

La novità più rilevante della riforma – e l’aspetto più criticato, soprattutto dal partito dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi – è che lo scorrere della prescrizione è stato sospeso dopo la sentenza di primo grado.

Quindi se finora la prescrizione poteva sempre sopraggiungere e far concludere il processo – anche durante il secondo e il terzo grado di giudizio – dal 1° gennaio 2020 non è più così.

A livello teorico, quando scrive che «un cittadino potrà rimanere a processo per sempre», Calenda ha dunque ragione, ma è necessario sottolineare che il funzionamento della prescrizione in Italia prima della riforma entrata in vigore dal 1° gennaio 2020 era un’anomalia in Europa. Con le modifiche, il nostro Paese si è allineato agli altri Paesi europei.

– Leggi anche: Il dibattito sulla prescrizione in 7 fact-checking

4. “Quota 100”, quanto ci costi

«Quota 100 costa circa 20 miliardi per mandare in pensione 230.000 persone in tre anni»

La possibilità di andare in pensione anticipata con almeno 62 anni di età anagrafica e 38 anni di età contributiva – la cosiddetta “quota 100” – è stata introdotta da Movimento 5 stelle e Lega nella legge di Bilancio per il 2019, in via sperimentale per il triennio 2019-2021.

Come abbiamo spiegato nel nostro progetto Traccia il Contratto, l’allora governo Conte I aveva stanziato circa 20,8 miliardi di euro – una cifra molto vicina a quella citata da Calenda – per finanziare “quota 100” tra il 2019 e il 2021. I potenziali beneficiari stimati erano oltre 365 mila, un numero ben più grande da quello indicato dall’ex ministro dello Sviluppo economico.

Il punto è che, alla prova dei fatti, le domande per accedere a “quota 100” sono state minori del previsto. Secondo un approfondimento dell’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb) pubblicato a dicembre 2019, nel 2021 i percettori di pensioni “quota 100” potrebbero superare le 277 mila unità, un numero più basso delle aspettative e più vicino a quello indicato da Calenda.

Questa riduzione dei beneficiari – che, ripetiamo, è una stima con un certo margine di incertezza – avrà un impatto anche sui costi di “quota 100”, che secondo l’Upb scenderanno a circa 15,5 miliardi di euro nel triennio 2019-2021, poco più di 5 miliardi in meno rispetto a quanto stanziato dal governo Conte I.

– Leggi anche: Salvini sbaglia su “quota 100” e nuovo lavoro per i giovani

5. I “600 milioni” persi con l’abolizione del superticket

«Superticket da 10 euro sulle prestazioni specialistiche [...] è stato abolito del tutto dal Governo Conte 2, facendo mancare al Sistema sanitario nazionale la bellezza di 600 milioni annui»

La legge di Bilancio per il 2020 – approvata a dicembre 2019 dal governo Conte II – ha eliminato a partire dal 1° settembre 2020 il cosiddetto “superticket”, che in sostanza è una tassa da 10 euro che i cittadini non esentati dall’imposta devono pagare in aggiunta al ticket sanitario normale.

Quanti soldi deve metterci lo Stato per coprire il “buco” del finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale creato dall’abolizione del superticket? Per l’anno in corso, la legge di Bilancio per il 2020 ha stanziato 185 milioni di euro, utili da settembre fino alla fine dell’anno, mentre per il 2021 le risorse stanziate sono 554 milioni di euro, una cifra solo leggermente più bassa di quella indicata da Calenda.

6. Quanti miliardi mancano all’istruzione italiana

Nell’istruzione «mancano circa 10 miliardi all’anno per arrivare allo stesso rapporto tra spesa e istruzione e Pil degli altri Paesi europei»

Come abbiamo scritto di recente, secondo Eurostat la media europea di spesa in istruzione corrisponde al 4,7 per cento del Pil, mentre nel 2018 (dato più aggiornato) l’Italia ha speso in questo settore il 4 per cento della ricchezza prodotta a livello nazionale. Lo 0,7 per cento del Pil di differenza è pari a poco più di 12 miliardi di euro, 2 miliardi in più di quanto scritto da Calenda.

Se invece guardassimo alla spesa per istruzione come percentuale della spesa pubblica, per arrivare alla media Ue l’Italia dovrebbe spendere 17 miliardi in più all’anno, 7 miliardi in più di quanto indicato dall’ex ministro dello Sviluppo economico.

– Leggi anche: Fioramonti esagera su quanto (poco) spende l’Italia in istruzione

7. A quanto ammonta l’evasione «recuperabile»

L’evasione fiscale recuperabile «vale circa 50 miliardi di euro»

Secondo le stime più aggiornate e complete del Ministero dell’Economia, tra il 2014 e il 2016 in Italia si è registrato in media ogni anno un tax gap – ossia una differenza tra quanto avrebbe dovuto incassare lo Stato e quello che ha incassato realmente – di circa 109,6 miliardi di euro. Tra questi, 98,3 miliardi di euro sono mancate entrate tributarie, mentre 11,3 miliardi di euro sono mancate entrate contributive.

È vero che di questi quasi 110 miliardi di euro di evasione fiscale, poco meno della metà è recuperabile, come dice Calenda?

Le stime del Ministero dell’Economia non si sbilanciano nel dare una risposta a questa domanda, ma l’ex ministro dello Sviluppo economico, quando scrive di «50 miliardi di euro», fa molto probabilmente riferimento a qualcosa di diverso.

Come abbiamo scritto in passato, secondo delle stime aggiornate al 2016 lo Stato italiano avrebbe accumulato crediti – con singoli cittadini o imprese – per oltre mille miliardi di euro, ma solo «50 miliardi di euro» sarebbero realisticamente recuperabili, come confermato anche da una ricerca del Fondo monetario internazionale, pubblicata quattro anni fa.

– Leggi anche: Perché “pace fiscale” e “condono” sono la stessa cosa

8. La spesa pubblica italiana è esagerata?

In spesa pubblica «l’Italia non spende significativamente di più degli altri grandi Paesi europei»

Qui, dati alla mano, possiamo dire che Calenda è un po’ impreciso, anche se l’avverbio «significativamente» è vago e lascia un discreto margine di interpretazione.

Secondo i dati Eurostat, nel 2019 la spesa pubblica in Italia è stata di circa 870,7 miliardi di euro, la quarta più alta in valore assoluto dell’Ue, dietro a Germania, Francia e Regno Unito. Stiamo parlando di una cifra pari al 48,7 per cento del Pil del nostro Paese, un dato superiore alla media dell’area euro (47,1 per cento) e dell’intera Ue (45,8 per cento).

Tra i grandi Paesi europei, solo la Francia ha una percentuale più alta (55,6 per cento) dell’Italia, mentre Germania (45,4 per cento), Spagna (41,9 per cento) e Regno Unito (41 per cento) hanno registrato statistiche inferiori alla nostra.

9. La storia della rapina miliardaria del Nord verso il Sud

«Contrariamente a quanto si pensa, oggi la quota di spesa pubblica che va al Sud è di gran lunga inferiore a quella che va al Nord. Negli ultimi dieci anni c’è stata una sottrazione netta di risorse verso il Sud di circa 60 miliardi di euro l’anno»

In questa frase il leader di Azione fa molto probabilmente riferimento ad alcune stime pubblicate a gennaio 2020 dal centro di ricerca Eurispes e riprese a inizio febbraio in un articolo della Gazzetta del Mezzogiorno, intitolato: “Tolti al Sud e dati al Nord 840 miliardi di euro in 17 anni”.

Qui si legge infatti che dal 2009 a oggi sarebbero stati sottratti dalla spesa pubblica italiana destinata al Sud «61 miliardi all’anno», la cifra indicata da Calenda nel suo libro.

Come abbiamo spiegato in un lungo approfondimento, però, sebbene si basi su dati corretti, l’analisi di Eurispes presenta alcuni limiti dal punti di vista concettuale.

La spesa pubblica considerata dai calcoli del centro di ricerca non riguarda solo gli stanziamenti fatti dallo Stato nelle varie aree del Paese, ma il totale della spesa pubblica effettuata da vari soggetti pubblici, molto diversi tra loro, con autonomia di spesa. Tra questi, per esempio, ci sono le aziende dei trasporti pubblici locali, come l’Atm milanese o l’Azienda napoletana mobilità, e le imprese pubbliche nazionali: enti di diritto privato ma a partecipazione a maggioranza pubblica, come Eni ed Enel.

Quindi non stiamo parlando di quanto lo Stato centrale destina ogni anno alle varie regioni, come lascia intendere Calenda, ma della spesa effettuata sul territorio anche da soggetti che operano solo a livello locale, che prendono decisioni di spesa in autonomia e che si finanziano solo in parte grazie ai trasferimenti effettuati dallo Stato.

Per questa ragione, non ha senso utilizzare questi dati per valutare il ruolo dello Stato nei trasferimenti tra Centro-Nord e Mezzogiorno. La “rapina”, insomma, da circa 60 miliardi di euro annui, dal 2009 ad oggi, non è mai avvenuta.

– Leggi anche: No, la “rapina” da 840 miliardi del Nord nei confronti del Sud non esiste

10. Quanto sono analfabeti funzionali gli italiani

In Italia «l’analfabetismo funzionale ha un tasso quasi doppio rispetto agli altri Paesi avanzati»

Questa frase è uno dei cavalli di battaglia di Calenda: è presente in altri due punti del suo nuovo libro e ce ne siamo già occupati in passato.

In questo ambito, la ricerca di riferimento è una ricerca del 2016 realizzata dall’Ocse, che definisce l’analfabetismo funzionale come l’incapacità di un soggetto di «prendere parte in tutte quelle attività in cui è richiesta l’alfabetizzazione per il funzionamento efficace del proprio gruppo o della propria comunità».

Nel suo studio, l’Ocse ha misurato due tipi di competenze della popolazione adulta italiana: quelle linguistiche, ossia le capacità di capire e affrontare in modo appropriato testi scritti, e quelle matematiche, ossia le capacità di utilizzare concetti numerici.

«In entrambe le aree di competenza, in Italia la proporzione degli intervistati con un punteggio corrispondente a livello 1 o inferiore è tra le più elevate», ha scritto l’Ocse. «Il 27,7 per cento degli adulti italiani possiede competenze linguistiche di Livello 1 o inferiore, contro solo il 15.5 per cento nella media dei Paesi partecipanti. Per quanto riguarda le competenze matematiche, il 32 per cento degli italiani ha competenze di Livello 1 o inferiore, contro solo il 19 per cento in media».

Calenda fa dunque un’affermazione sostanzialmente corretta.

– Leggi anche: Gli analfabeti funzionali sono gli stessi da trent’anni?

11. Commissione Ue vs comune di Roma: chi ha più dipendenti?

«I dipendenti della Commissione europea sono più o meno gli stessi del Comune di Roma»

Qui l’ex ministro dello Sviluppo fa un commento riguardo alla percezione sull’Unione europea, vista dagli italiani come «una tecnocrazia potente e immensa». Una visione sbagliata, secondo Calenda.

Per mettere in dubbio questa idea, tra le altre cose, Calenda sostiene che l’Ue – in particolare la Commissione – non abbia poi così tanti dipendenti, se confrontati con quelli di una capitale di un grande Paese Ue, come Roma.

Il confronto di Calenda, sebbene impreciso nei numeri, è tutto sommato corretto in termini di ordini di grandezza e viste le dimensioni delle istituzioni in campo (una continentale, che rappresenta 27 Paesi, l’altra comunale).

Secondo i dati ufficiali dell’Unione europea, infatti, nella Commissione Ue lavorano circa 32 mila persone. In base ai dati più aggiornati del Comune di Roma, invece, al 31 dicembre 2018 nella capitale italiana i dipendenti a tempo indeterminato erano oltre 23.200, dato che non tiene conto però dei dipendenti delle varie municipalizzate del comune.

12. Il record italiano sui Not in education, employment or training

«L’Italia detiene il poco invidiabile record del più alto numero di Neet in Europa»

Calenda ha ragione: secondo i dati Eurostat più aggiornati, nel 2019 in Italia il 23,8 per cento della popolazione tra i 15 e i 35 anni né lavorava né studiava, una condizione che indica i cosiddetti “Neet” (quella parte di popolazione con meno di 35 anni che non è occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione).

Questa è la percentuale più alta di tutta la Ue, davanti a Grecia (20,7 per cento) e Bulgaria (19,9 per cento).

– Leggi anche: L’Italia ha la percentuale Ue più alta di giovani che non studiano e lavorano

13. Quanto guadagna un under 30 in Italia

«In Italia lo stipendio medio di un giovane under 30 è di 830 euro netti al mese»

In questa frase il leader di Azione è un po’ impreciso, per due motivi: confonde medio con mediano, e non specifica un dettaglio importante.

Come abbiamo scritto in passato, «830 euro» è il dato dello stipendio netto mediano – e non medio – che percepiscono al mese gli under 30 in Italia, ma al loro primo impiego, non in generale. La differenza tra mediana e media, in questo caso, è che mentre la mediana si ottiene mettendo in ordine crescente gli stipendi netti mensili degli under 30 al primo impiego e prendendo il valore al centro della graduatoria, la media si ottiene sommando gli stipendi netti mensili e dividendoli per il numero dei casi raccolti.

Gli «830 euro» appena visti sono un dato che è stato riportato a febbraio 2019 dal direttore dell’area Lavoro, welfare e capitale umano di Confindustria Pierangelo Albini, intervenuto in un’audizione al Senato, per parlare di reddito di cittadinanza.

14. Italia ultima nell’Ue per spesa in istruzione e cultura?

«L’Italia investe in istruzione e cultura meno di tutti gli altri Paesi europei»

Come abbiamo visto prima, l’Italia è lontana dalla media Ue per spesa in istruzione, sia in rapporto al Pil che in rapporto alla spesa pubblica. Ma siamo gli ultimi tra i Paesi europei? Anche se consideriamo la spesa in cultura?

Secondo i dati Eurostat più aggiornati, nel 2018 il nostro Paese ha speso in istruzione l’8,2 per cento della spesa pubblica, il dato più basso di tutta l’Ue. Se prendiamo la spesa in rapporto al Pil, nel 2018 ci piazziamo al quintultimo posto (a pari merito con la Slovacchia) , con il 4 per cento.

Per quanto riguarda la cultura invece, secondo i dati Eurostat nel 2018 il nostro Paese ha speso in servizi culturali l’equivalente dello 0,6 per cento della spesa pubblica nazionale, quintultimo dato dell’Ue, e lo 0,3 per cento del Pil, anche qui in quintultima posizione.

È vero, dunque, che in istruzione e servizi culturali siamo nelle retrovie dell’Ue, ma non proprio ultimi, come lascia intendere Calenda.

15. La storia dei “tagli” alla sanità

«Il finanziamento del sistema sanitario pubblico è stato decurtato di oltre 37 miliardi di euro, di cui circa 25 miliardi nel 2010-2015 per tagli conseguenti a manovre finanziarie e oltre 12 miliardi nel 2015-2019, quando alla sanità sono state destinate meno risorse di quelle programmate»

Con l’emergenza coronavirus, negli ultimi mesi si è sentito molto parlare dei «37 miliardi di euro» di “tagli” di cui sarebbe stata vittima la sanità italiana dal 2010 ad oggi.

Come abbiamo verificato di recente – e come scrive correttamente Calenda – questa cifra non significa che il finanziamento al Servizio sanitario nazionale sia stato ridotto di 37 miliardi di euro (anzi, negli ultimi 20 anni, salvo un paio di eccezioni, è sempre aumentato).

Come ha rilevato la Fondazione Gimbe in un rapporto del settembre 2019, dal 2010 all’anno scorso in Italia le risorse in più aggiunte di anno in anno alla sanità sono state sempre minori rispetto a quelle programmate negli anni precedenti. In sostanza, “tagli” ci sono stati, se con questa parola si fa riferimento anche ai mancati aumenti attesi (o alla loro effettiva riduzione).

– Leggi anche: I tagli alla sanità ci sono stati, oppure no?

In conclusione

Pagella Politica ha verificato 15 frasi contenute in I mostri e come sconfiggerli, il nuovo libro di Carlo Calenda, e in alcune occasioni l’ex ministro dello Sviluppo economico ha riportato correttamente i fatti, mentre in altre è stato impreciso o ha commesso degli errori più significativi.

Per esempio, il leader di Azione ha sostanzialmente ragione quando parla dei “tagli” avvenuti negli ultimi anni alla sanità; della riforma della prescrizione; dell’analfabetismo funzionale e del record italiano nell’Ue come numero di Neet; dell’evasione recuperabile; dei pochi soldi che l’Italia spende in istruzione e in cultura; e del confronto tra dipendenti della Commissione Ue e del comune di Roma.

Calenda è invece un po’ impreciso quando scrive di italiani e percezione degli stranieri; di costi e beneficiari di “quota 100”; di stipendi mediani in Italia degli under 30; dell’abolizione del superticket; dei soldi in istruzione che mancano all’Italia per raggiungere la media europea; e del confronto della spesa pubblica italiana in confronto agli altri Paesi Ue.

Infine, l’ex ministro dello Sviluppo economico commette errori più significativi quando dice che con Salvini al Viminale i rimpatri sono diminuiti rispetto al governo precedente (in realtà sono rimasti stabili) e quando parla della rapina miliardaria del Nord al Sud Italia.

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