Carlo Calenda

L’Italia «non è un Paese per giovani» come dice Calenda?

«Questo non è un Paese per giovani, perché lo stipendio mediano di un giovane sotto i 30 anni è poco più di 800 euro al mese, perché ha il più basso numero di laureati in Europa, quasi poco più della metà della Francia, perché sottofinanzia da tanti anni il sistema dell’istruzione. […] Si stima che 60 mila laureati ogni anno lasciano l’Italia»

Pubblicato: 13 feb 2020
Data origine: 13 gen 2020
Macroarea questioni sociali

Il 13 febbraio il leader di Azione Carlo Calenda ha pubblicato un video su Facebook, intitolato “Sardine non vi fate prendere nella rete”, che contiene un messaggio al movimento politico nato poco prima delle elezioni regionali in Emilia-Romagna di gennaio 2020.

Nel video, Calenda ha elencato una serie di motivi perché secondo lui l’Italia «non è un Paese per giovani». In particolare «perché lo stipendio mediano di un giovane sotto i 30 anni è poco più di 800 euro al mese, perché ha il più basso numero di laureati in Europa, quasi poco più della metà della Francia, perché sottofinanzia da tanti anni il sistema dell’istruzione».

Inoltre, ha aggiunto il leader di Azione, «si stima che 60 mila laureati ogni anno lasciano l’Italia».

Ma queste dichiarazioni corrispondono ai fatti, o no? Abbiamo verificato.

I dati sugli stipendi

Per quanto riguarda i dati sugli stipendi, Calenda cita correttamente un numero che aveva creato un ampio dibattito oltre un anno fa, quando l’allora governo Lega-M5s aveva introdotto il reddito di cittadinanza.

Il 4 febbraio 2019 – pochi giorni dopo l’approvazione del decreto-legge che ha introdotto il provvedimento – il direttore dell’area Lavoro, welfare e capitale umano di Confindustria Pierangelo Albini era intervenuto in un’audizione al Senato, per parlare appunto di reddito di cittadinanza.

«I 780 euro mensili che percepirebbe un single, privo di altro reddito dichiarato, potrebbero scoraggiarlo dal cercare un impiego, considerando che in Italia lo stipendio mediano dei giovani under 30, al primo impiego, si attesta sugli 830 euro netti al mese: 910 al Nord (820 per i non laureati) e 740 al Sud (700 per i non laureati)», aveva dichiarato in quell’occasione Albini.

Questo significa che, come dice correttamente Calenda, almeno la metà degli under 30 italiani guadagna 830 euro netti mensili, ma va specificato che questa cifra vale per i giovani «al primo impiego», e non per tutti i giovani in generale.

Il numero dei laureati

Secondo Calenda, il nostro Paese «ha il più basso numero di laureati in Europa, quasi poco più della metà della Francia».

In base ai dati più aggiornati di Eurostat, nel 2017 si sono laureate nell’educazione terziaria circa 4,8 milioni di persone in tutta la Ue. Tra gli Stati membri, il primo posto spettava al Regno Unito (uscito dall’Ue il 31 gennaio 2020), con quasi 784 mila laureati, seguito da Francia (circa 781 mila), Germania (oltre 569 mila) e Polonia (oltre 517.300). L’Italia si trova in sesta posizione (388.600 laureati), superata anche dalla Spagna (oltre 388.600).

In termini assoluti, nel 2017 22 Paesi avevano meno laureati dell’Italia, ma il nostro Paese è ultimo tra quelli più popolosi, con numeri pari a metà circa di quelli della Francia.

«Il relativo alto numero di laureati nel Regno Unito e in Francia potrebbe riflettere, entro certi limiti, il fatto che i corsi universitari hanno una lunghezza media minore rispetto agli altri Paesi», spiega Eurostat. «La Francia, per esempio, ha la più alta percentuale in Ue di studenti nell’istruzione terziaria che frequenta lauree brevi, mentre i corsi di laurea nel Regno Unito durano tipicamente tre anni».

Se si guarda invece alla percentuale di laureati nella fascia di popolazione tra 30-34 anni, si scopre (dati Eurostat più aggiornati) che nel 2018 l’Italia era al penultimo posto in Ue (27,8 per cento), davanti soltanto alla Romania (24,6 per cento), con un media comunitaria del 40,7 per cento.

La spesa italiana in Istruzione

L’Italia «non è un Paese per giovani», secondo il leader di Azione, «perché sottofinanzia da tanti anni il sistema dell’istruzione».

In effetti, come abbiamo verificato a dicembre 2019 per Agi, l’Italia è in ultima posizione tra gli Stati membri Ue per fondi destinati a questo ambito.

Nel 2017 (dati Eurostat più aggiornati), l’Italia ha speso in istruzione – dalla scuola dell’infanzia all’università – circa 66 miliardi di euro, una cifra in calo rispetto ai 72 miliardi di euro registrati nel 2009. In rapporto alla spesa pubblica totale, il nostro Paese è ultimo in Europa (con una percentuale del 7,9 per cento) ed è quintultimo, invece, se si rapporta la spesa in istruzione con il Pil (3,8 per cento nel 2017, in diminuzione rispetto al 4,6 per cento del 2009).

In termini quantitativi, secondo i dati Ocse, meglio di noi fanno anche gli altri grandi Paesi del mondo (pag. 311 del rapporto) – oltre a quelli europei – come Stati Uniti, Canada, Giappone e Brasile. Nello specifico, il singolo settore di spesa in istruzione più lontano dalla media Ue è quello relativo all’università. Nell’istruzione terziaria, infatti, l’Italia investe – dati relativi al 2017 – lo 0,3 per cento del Pil, contro lo 0,7 per cento della media comunitaria.

Quanti laureati se ne vanno dall’Italia

Infine, secondo Calenda, «si stima che 60 mila laureati ogni anno lasciano l’Italia». Vediamo se questi dati sono corretti.

A dicembre 2019, l’Istat ha pubblicato i dati più aggiornati sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche per trasferimento di residenza, relativi al 2018. In quell’anno, secondo Istat, gli italiani laureati che si sono trasferiti all’estero sono stati circa «29 mila», quasi la metà di quelli indicati da Calenda.

Il leader di Azione non cita da dove ha preso il numero citato, che però potrebbe avere due fonti diverse.

Da un lato, Calenda potrebbe fare riferimento a una stima pubblicata dal settimanale L’Espresso, secondo cui l’Istat – che utilizza i dati dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), e non quelli dei Paesi di arrivo – sottostimerebbe appunto della metà i dati dei laureati emigrati nel 2017. Ma si tratta, anche in questo caso di una stima, e non di un numero certo.

Dall’altro lato, un’altra fonte di Calenda potrebbe essere un’analisi pubblicata l’11 gennaio 2020 dall’Ufficio studi dell’Associazione artigiani e piccole imprese (Cgia) di Mestre, che cita a sua volta un report dell’Istat. Qui però la cifra di circa «62 mila» fa riferimento alla somma tra il numero di diplomati («33 mila») e quello dei laureati («29 mila», visti in precedenza) che hanno trasferito la propria residenza all’estero.

Calenda dunque ha ragione quando dice che il numero dei laureati che abbandonano il nostro Paese resta una stima, ma sceglie quella più alta, e non quella ufficiale Istat.

Il verdetto

Il leader di Azione Carlo Calenda ha riportato alcuni dati per “dimostrare” che l’Italia «non è un Paese per giovani». In generale, al netto di alcune imprecisioni, Calenda non ha commesso errori significativi.

È vero che l’Italia è l’ultimo Paese Ue per fondi destinati all’istruzione e per numero di laureati, se si considerano gli Stati membri più popolosi. Siamo invece penultimi sempre in Ue se si guarda alla percentuale di laureati nella fascia 30-34 anni.

Secondo i dati elaborati da Confindustria e divulgati in Senato a febbraio 2019, è poi vero che i giovani under 30 in Italia hanno un salario mediano di «poco più di 800 euro al mese» (830 per la precisione), ma si tratta di quelli al loro primo impiego.

Calenda infine parla di «60 mila laureati» che ogni anno lasciano l’Italia. In base ai dati Istat più aggiornati, nel 2018 i laureati emigrati all’estero sono stati 29 mila, la metà del numero indicato dal leader di Azione. Calenda probabilmente fa riferimento o a una stima calcolata da L’Espresso, che tiene conto delle mancate disiscrizioni dall’Aire,o a quella fatta dalla Cgia di Mestre, che però prende in considerazione i dati Istat relativi anche ai diplomati.

Per Calenda, dunque, un complessivo “C’eri quasi”.

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