Pubblicato: lunedì 17 febbraio 2020
Photo: Ansa
Salvini non parla più di rimpatri? I dati su quanto (non) ha fatto al governo

Da quanto è tornato all’opposizione, il leader della Lega Matteo Salvini critica quotidianamente il governo Pd-M5s sull’immigrazione, in particolare denunciando un aumento degli sbarchi rispetto a quando c’era lui al Viminale. Il tema dei rimpatri, però, sembra scomparso dalla sua comunicazione politica.

Con la collaborazione del progetto Foia 4 Journalists di Transparency Italia, capitolo italiano della più grande organizzazione al mondo che si occupa di prevenire e contrastare la corruzione, Pagella Politica ha ottenuto i dati su questo tema con una richiesta di accesso civico (“con un Foia”, insomma) e quello che risulta è che, nel periodo in cui Salvini era al Viminale, la situazione non era cambiata rispetto al passato.

Ma lasciamo che siano i numeri a parlare.

Che cosa diceva Salvini sui rimpatri

Diciamo subito che per quanto riguarda gli sbarchi Salvini ha ragione. Tra settembre 2019 e gennaio 2020, gli arrivi via mare sono in effetti saliti di circa il 54 per cento rispetto allo stesso periodo a cavallo tra 2018 e 2019, anche se i numeri degli sbarchi restano di molto inferiori (-70 per cento circa) rispetto agli oltre 24.400 registrati da settembre 2017 a gennaio 2018, con Marco Minniti ministro (tra settembre 2016 e gennaio 2017 erano stati addirittura 70.836).

Un argomento a cui Salvini sembra dedicare oggi meno attenzione che in passato, come detto, è invece quello dei rimpatri. Tema ricorrente in campagna elettorale e comunque spesso citato quando era al Viminale, oggi è raramente affrontato dal segretario della Lega.

A gennaio 2019, ad esempio, Salvini – all’epoca ministro dell’Interno – aveva correttamente detto che in quel mese i rimpatri avevano superato gli arrivi. Un anno prima, a gennaio 2018, aveva invece detto a Giovanni Floris, ospite a DiMartedì su La7 in vista del voto di marzo: «Mi dia due settimane di Ministero dell’Interno e ne espello cento al giorno, in aereo».

Ma quali risultati ha ottenuto davvero Salvini dal 1° giugno 2018 al 4 settembre 2019, quando è stato per 460 giorni ministro dell’Interno?

Ottenere una risposta a questa domanda non è semplice, dal momento che il sito del Viminale – a differenza di quanto fa quotidianamente per gli sbarchi – non fornisce i dati sui rimpatri. Pagella Politica ha fatto una richiesta di accesso civico generalizzato al Ministero dell’Interno per avere tutti i numeri dei rimpatri mensili effettuati dall’Italia tra il 2017 e il 2019.

Ne è emerso, con maggiore precisione, quanto avevamo anticipato nei mesi scorsi: con Salvini al governo i numeri sui rimpatri non sono cambiati.

I rimpatri con Salvini non sono aumentati

Generalmente, quando si parla di “rimpatri” si fa riferimento all’allontanamento dall’Italia di cittadini stranieri, ma il quadro legale in questo ambito è in realtà molto complesso.

Semplificando, dopo la comunicazione del provvedimento di espulsione lo straniero è obbligato a lasciare l’Italia in due modi. Il rimpatrio volontario, ossia la partenza con mezzi propri o assistita con fondi speciali (il cosiddetto «rimpatrio volontario assistito»), dovrebbe essere la via preferenziale secondo le direttive europee. Altrimenti, viene attuato il rimpatrio forzato, che di fatto consiste nell’accompagnamento coatto al Paese di origine, per esempio con voli aerei (quelli a cui faceva riferimento Salvini nelle sue promesse elettorali).

I dati forniti a Pagella Politica dal Ministero dell’Interno riguardano i rimpatri forzati – e non quelli assistiti – e dicono che dal 6 giugno 2018 (a cinque giorni dall’insediamento del governo Conte I) al 9 settembre 2019 (quattro giorni dopo l’insediamento del governo Conte II) i rimpatri fatti con Salvini ministro sono stati in totale 8.383: ossia circa 18,2 al giorno.

Nello stesso periodo di quindici mesi, tra giugno 2017 e settembre 2018, questo numero era stato molto simile, attestandosi intorno alle 8.309 unità (con un -0,9 per cento): circa 18,1 al giorno (Grafico 1).

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Grafico 1. Media giornaliera dei rimpatri forzati, prima di Salvini e con il leader della Lega ministro – Fonte: Ministero dell'Interno

In questo secondo intervallo di tempo (giugno 2017-settembre 2018) sono compresi anche i primi tre mesi di Salvini alla guida del Viminale (giugno 2018-settembre 2018), quando si registrarono 1.311 rimpatri: meno dei 1.506 di giugno-settembre 2017, con il Pd al governo.

Ma guardiamo ora i dati annuali.

In totale, in tutto il 2017 i rimpatri erano stati 6.514 (circa 17,8 al giorno), mentre l’anno successivo sono stati 6.820, circa 18,7 al giorno, con un aumento del 4,7 per cento. Tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2019, i rimpatri sono ancora saliti a 7.054 (+3,4 per cento), con una media giornaliera di 19,3, superiore a quella registrata da Salvini nei suoi 460 giorni di governo (18,2).

Tra il 9 settembre e il 31 dicembre 2019, con il nuovo governo Pd-M5s, i rimpatri sono stati 2.461 in 113 giorni, circa 21,8 al giorno. Un dato più alto di quello registrato da Salvini, ma questo non significa che con il governo Conte II ci siano stati significativi cambiamenti con i numeri dei rimpatri. Tra settembre e dicembre 2018 (con Salvini ministro) la media era stata di circa 21,9 al giorno (2.479 rimpatri in totale); tra settembre e dicembre 2017 (con Minniti ministro) di circa 21,8 per cento al giorno (2.462 rimpatri in totale).

Che cosa dicono i numeri sulle nazionalità dei rimpatriati

In sostanza, con il leader della Lega al governo non c’è stato un vero cambio di passo sui rimpatri. E come abbiamo scritto anche in Traccia il Contratto – il progetto di Pagella Politica per monitorare le promesse del governo Lega-M5s – il motivo principale è che senza accordi bilaterali con i Paesi di origine dei migranti non è possibile attuare politiche efficaci in questo ambito.

Da questo punto di vista, Salvini ha fatto poco. Per esempio, il cosiddetto primo “decreto Sicurezza” ha aumentato le risorse destinate ai rimpatri, ma non per la cifra promessa e senza ottenere i risultati sperati.

Anzi, secondo alcune stime il decreto voluto da Salvini ha avuto tra le sue conseguenze l’aumento degli irregolari, in particolare a causa dell’abolizione della protezione umanitaria. Dunque il numero di persone che andrebbero rimpatriate in base alla legge è addirittura aumentato.

Grazie alla richiesta di accesso civico generalizzato, Pagella Politica ha calcolato che sui 8.383 rimpatri effettuati con Salvini ministro, oltre il 60,8 per cento (5.100) era rappresentato da migranti provenienti da tre Paesi: Tunisia (2.026), Albania (1.850) e Marocco (1.224) (Grafico 2).

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Grafico 2. Percentuale dei rimpatriati con Salvini ministro, divisi per nazionalità – Fonte: Ministero dell'Interno

Questi Stati, e non è un caso, sono i pochi con cui sono stati stipulati e sembrano funzionare accordi di riammissione per i migranti. L’accordo con l’Albania, per esempio, è stato siglato alla fine degli anni Novanta, così come le intese con la Tunisia, confermate poi anche negli ultimi anni.

Cambiare tutto, per non cambiare niente

Da settimane Matteo Salvini attacca il governo Conte II quando parla di immigrazione, prendendo di mira l’aumento degli sbarchi (che in effetti c’è stato, anche se gli arrivi via mare restano nettamente inferiori rispetto al passato) e ignorando invece la questione dei rimpatri. Un argomento, questo, di cui Salvini aveva parlato spesso in campagna elettorale tra il 2017 e il 2018 e quando era al governo, per rivendicare i suoi risultati.

Grazie allo strumento del Foia e alla collaborazione con Transparency Italia, Pagella Politica ha ottenuto i dati mensili sui rimpatri forzati (esclusi quindi quelli assistiti), divisi per nazionalità, per gli anni 2017, 2018 e 2019. Abbiamo così potuto tracciare un quadro complessivo della questione.

In 460 giorni di governo, tra giugno 2018 e fine agosto 2019, Salvini ha raccolto una media di circa 18,2 rimpatriati al giorno, pressoché identica a quella registrata nel periodo precedente (giugno 2017-settembre 2018).

Tra gli 8.383 rimpatriati con il leader della Lega al Viminale, il 60,2 per cento era originario della Tunisia, dell’Albania e del Marocco, Paesi con cui l’Italia ha diversi accordi di riammissione, tutti siglati prima che Salvini diventasse ministro.

In conclusione, i dati confermano che nei quindici mesi con Salvini ministro dell’Interno – al contrario di quanto promesso in campagna elettorale, prima, e quanto rivendicato al governo, dopo – i numeri sui rimpatri sono rimasti di fatto gli stessi del periodo precedente.

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