Perché gli stipendi sono tornati a calare

L’inflazione per la guerra in Iran ha ridotto il potere d’acquisto di tutti i Paesi europei, ma l’Italia continua a essere ultima per ragioni strutturali
ANSA
ANSA
Il 9 luglio l’OCSE ha pubblicato l’Employment outlook 2026, uno dei più importanti report sull’andamento e sulle tendenze dei mercati del lavoro dei Paesi avanzati. Il dato che ha fatto più scalpore è quello relativo alla crescita degli stipendi: secondo l’organizzazione, nel 2026 il loro valore reale in Italia calerà dello 0,9 per cento. Significa che le retribuzioni sono tornate a perdere potere d’acquisto, ossia a vedere ridotto il numero di beni e servizi che si possono acquistare con il proprio stipendio.

Anche molti altri Paesi dell’Unione europea hanno registrato una riduzione del loro potere d’acquisto, ma in Italia il problema è più radicato e interessa il nostro Paese da decenni. Nel report, l’OCSE mostra alcuni aspetti che suggeriscono in cosa l’economia e il mercato del lavoro italiani differiscono rispetto ad altri Paesi avanzati. Proviamo a vederli.

Gli stipendi in Italia

L’OCSE ha stimato la crescita delle retribuzioni nel 2026 e nel 2027 e ha già previsto che molti Paesi registreranno una riduzione dei salari reali nel corso di quest’anno. La notizia arriva dopo due anni in cui gli stipendi avevano ripreso a crescere, recuperando almeno in parte la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione successiva alla pandemia e all’invasione dell’Ucraina. Nel 2026, però, le cose dovrebbero andare in modo diverso, di nuovo per l’inflazione generata da un conflitto. A partire da febbraio, i prezzi sono tornati a crescere a causa degli attacchi statunitensi e israeliani all’Iran, con la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz. In precedenza, anche la guerra commerciale imposta da Trump aveva contribuito ad aumentare la pressione sui prezzi. Così, in molti Paesi le retribuzioni reali sono tornate sotto il livello del 2021, prima che scoppiasse la crisi inflattiva. Alla fine del primo trimestre 2026, il livello dei salari reali in Italia era del 6,1 per cento più basso rispetto allo stesso periodo del 2021.
Variazione percentuale degli stipendi reali rispetto al 2021 - Fonte: Ocse
Variazione percentuale degli stipendi reali rispetto al 2021 - Fonte: Ocse
Le ragioni di questa mancata crescita sono discusse da ben prima della pandemia, anche perché in Italia le retribuzioni reali non aumentano da oltre trent’anni: nel 2025, i salari medi annui a parità di potere d’acquisto valevano il 2 per cento in meno rispetto al 1990. Il cuore della mancata crescita è senza dubbio la produttività, il cui andamento è stato particolarmente stagnante fin dagli anni Novanta. Ancora oggi, i lavoratori italiani faticano a migliorare nel tempo la quantità e la qualità di beni e servizi prodotti (output) a parità di costo (input), e diventa difficile aumentare i salari senza una maggiore produzione di valore a livello pro capite. Questo problema si nota osservando alcune statistiche del mercato del lavoro italiano, come per esempio il fatto che il PIL abbia avuto una crescita modesta nonostante il grande aumento degli occupati nel post-pandemia. Se il numero di lavoratori aumenta, ma la produzione rimane stagnante, è evidente che esiste un problema di efficienza e di produttività.

Il fatto che gli occupati siano meno produttivi dei colleghi stranieri non indica che i lavoratori italiani siano particolarmente “pigri” o poco qualificati, ma è il frutto di molti fattori diversi. Tra questi, la dimensione delle imprese: le aziende italiane sono di solito molto piccole (il 95 per cento ha meno di 10 dipendenti) e spesso manca lo spazio all’interno degli organigrammi per garantire un posto a lavoratori più specializzati. Così, il personale non si forma, non viene sostituito da giovani più qualificati e, anche nel caso in cui ci sia qualcuno in grado di portare delle novità sul tavolo, la dimensione aziendale è troppo piccola e non ci sono abbastanza risorse a disposizione per investire nelle innovazioni che porterebbero a un aumento della produttività.

Un altro fattore importante è la scarsa concorrenza tra imprese. Il report mette per esempio in evidenza il ruolo delle clausole di non concorrenza, che in Italia sono più efficaci rispetto a molti altri Paesi europei: secondo l’OCSE, solo 8 Stati UE su 27 hanno un regime maggiormente a tutela delle imprese rispetto a quello italiano, e nessuno di questi è un Paese paragonabile all’Italia per estensione territoriale ed economica. Queste clausole, che nella maggior parte dei casi impediscono al lavoratore di trasferirsi in un’azienda concorrente, frenano la dinamicità del mercato del lavoro. Non sono regole che si applicano a tutti i dipendenti, ma accordi da firmare a parte. In Italia, sono meno diffusi che in molti altri Paesi, ma questo non significa che il nostro mercato del lavoro sia più dinamico rispetto ad altri. Il rallentamento dovuto ai patti di non concorrenza avviene perché diventa molto più difficile per gli occupati trovare un mestiere nello stesso ambito in cui stanno già lavorando, proprio per via delle clausole. Questo tipo di accordi serve a tutelare l’impresa, che ha investito su un dipendente e vuole ridurre il rischio di averlo formato per un concorrente, e non sono diffusi solo tra le professioni altamente qualificate, ma anche in mansioni comuni. La percentuale di contratti con una clausola di non concorrenza è compresa tra il 7 e il 18 per cento in Italia, contro una media OCSE del 20-30 per cento. Come si sottolinea nel report, però, esistono anche molti accordi informali: «circa il 30 per cento delle imprese intervistate dichiara di essere a conoscenza di accordi di non assunzione dei reciproci dipendenti, di fissazione dei salari o di entrambi all’interno del proprio settore», un dato comunque più basso della media OCSE al 48 per cento.

Frenare la mobilità dei lavoratori ha conseguenze importanti sulle retribuzioni, perché riduce il potere contrattuale dei dipendenti. La possibilità di trasferirsi in un’impresa concorrente permette infatti di contrattare avendo a disposizione un’alternativa. Così, si può chiedere una cifra più elevata con la minaccia di accettare un’offerta da un’altra parte. Le clausole di non concorrenza bloccano il mercato delle assunzioni per le imprese, che una volta reclutato un lavoratore sono quasi sicure che nessun’altra azienda rivale potrà sottrarlo. In mancanza di alternative, i dipendenti sono costretti ad accettare le condizioni che ricevono. Inoltre, la presenza di contratti a tempo indeterminato molto tutelanti, il cosiddetto “posto fisso”, spinge ancor più i lavoratori a non cambiare impiego, dato che un trasferimento in un’altra azienda porterebbe a una possibile riduzione di almeno una parte dei benefici che derivano dai contratti permanenti.

La debolezza della concorrenza tra imprese come motore per la crescita delle retribuzioni si nota dai dati presentati da OCSE. In un approfondimento, l’organizzazione sottolinea come i salari medi dei lavoratori in Italia siano calati più della media, ma il deprezzamento delle retribuzioni non si ferma qui: anche gli stipendi offerti negli annunci di lavoro sono cresciuti meno dell’inflazione nell’ultimo anno. Questo significa che, in media, anche cambiando lavoro non si riesce davvero a combattere l’inflazione attuale. In altri Paesi le cose non vanno così: in media, i salari negli annunci di lavoro nell’Eurozona sono aumentati stabilmente più dei prezzi per ogni mese tra novembre 2025 e marzo 2026, mentre ad aprile l’inflazione ha superato di poco la crescita degli stipendi offerti. In Italia è avvenuto l’opposto: ogni mese, le retribuzioni offerte negli annunci sono aumentate di circa la metà rispetto ai prezzi.
Crescita dei salari offerti negli annunci (posted wage growth) e dei prezzi (inflation) – Fonte: Ocse.
Crescita dei salari offerti negli annunci (posted wage growth) e dei prezzi (inflation) – Fonte: Ocse.

Salario minimo e contratti collettivi

Un ultimo aspetto da considerare è quello della contrattazione. Nel sistema giuridico italiano non esiste un salario minimo universale, anche se nel tempo sono state fatte diverse proposte sul tema, e questo potrebbe aver contribuito alla scarsa crescita delle retribuzioni in Italia rispetto ad altri Paesi. L’OCSE ha sottolineato che «i minimi contrattuali sono aumentati meno nei Paesi in cui non esiste un salario minimo legale a livello nazionale». In una crisi inflazionistica rapida e inaspettata, il potere dello Stato di intervenire immediatamente sul salario minimo è stato più efficace rispetto ad aspettare concessioni da parte dei singoli datori di lavoro o rinnovi contrattuali.

Nel sistema italiano la mancanza di uno strumento di aggiustamento unico come il salario minimo si è fatta sentire, dato che le modifiche ai salari tramite contrattazione collettiva richiedono più tempo. Ogni contratto collettivo (per esempio, quello dei metalmeccanici) viene periodicamente rinnovato con una trattativa tra rappresentanti delle imprese e sindacati del settore. Il processo è meno immediato rispetto a una semplice legge che innalza il salario minimo universale, perché la contrattazione tra sindacati e datori di lavoro non è semplice, e spesso questi contratti – che in genere durano tre anni – scadono prima di essere rinnovati. 

Inoltre, i risultati non sono subito gli stessi per tutti: un contratto potrebbe venire rinnovato e proteggere i lavoratori più deboli di un settore dall’inflazione, mentre per un altro settore potrebbe non essere raggiunto un accordo, con i dipendenti che si troverebbero senza tutela. La mancanza di un salario minimo universale non è l’unica o la principale causa della scarsa crescita delle retribuzioni, ma può spiegare almeno in parte perché i lavoratori italiani hanno subìto di più l’inflazione, soprattutto tra chi guadagna poco.

In definitiva, i dati dell’OCSE ci mostrano le stime più aggiornate e ci ricordano che siamo agli ultimi posti in Unione europea e nei Paesi avanzati per crescita del potere d’acquisto dei lavoratori, ma ci offrono anche qualche spunto in più. Questo dato non è il risultato di una sola politica sbagliata o di una singola caratteristica della forza lavoro italiana, ma dipende da fattori economici, sociali e regolamentari. Non solo occorre spingere le imprese a migliorare la propria produttività, ma bisogna anche aiutare i dipendenti a ottenere tutele più adeguate e un contesto regolamentare e contrattuale che ne favorisca la crescita della retribuzione nel tempo.
Newsletter

Politica di un certo genere

Ogni martedì
In questa newsletter proviamo a capire perché le questioni di genere sono anche una questione politica. Qui un esempio.

Ultimi articoli